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25 luglio – giovedì Festa di San Giacomo apostolo

25 luglio – giovedì Festa di San Giacomo apostolo
12/12/2023 elena

25 luglio – giovedì
Festa di San Giacomo apostolo

Prima lettura (2 Cor 4,7-15)

   Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio.

In vasi di creta

San Tommaso
(Sulla seconda lettera ai Corinzi,
c. 4, lez. 3, v. 7, n. 132)

   132. Dice dunque: Dio ha rischiarato le nostre menti per l’illuminazione degli altri, e questa luce è il più grande tesoro. Sap 7,14: «È infatti un tesoro inesauribile» ecc. Is 33,6: «Ricchezza salutare la sapienza» ecc. Ora, questo preziosissimo tesoro non l’abbiamo in un luogo nobile, ma in un oggetto vile e di argilla, e ciò perché la sua efficacia sia attribuita a Dio. E questo è quanto dice: Noi abbiamo questo tesoro, cioè quella luce con cui illuminiamo gli altri, in vasi di creta, cioè in un corpo fragile e vile. Sal102,14: «Egli sa di che siamo plasmati». Ger 18,6: «Come l’argilla nella mano del vasaio, così anche voi nelle mie mani» ecc. Is 64,8: «E ora, Signore, tu sei nostro padre, e noi siamo argilla».
   Per questo portiamo [questo tesoro] in vasi di creta affinché si creda che la straordinaria potenza di questa luce non viene da noi, ma appartiene a Dio. Se infatti fossimo ricchi, e potenti, e nobili secondo la carne, tutto ciò che facessimo di grande non verrebbe attribuito a Dio, ma a noi stessi. Ora invece, essendo noi poveri e spregevoli, questa sublimità è attribuita a noi, e non a Dio. E per questo Dio vuole che siamo disprezzati, ed esposti alla tribolazione. Dt 32,27: «Affinché non dicano: La nostra mano ha vinto» ecc. E 1 Cor 1,29: «Perché nessun uomo possa gloriarsi» ecc. Sap 12,8: «Hai mandato delle avanguardie perché non dicessero» ecc.

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Corinthios,
c. 4, lect. 3, v. 7, n. 132)

   Dicit ergo, Deus illuxit mentibus nostris ad illuminationem aliorum, quae quidem lux est maximus thesaurus. Sap. 7,14: infinitus enim thesaurus, et cetera. Is. 33,6: divitiae salutis sapientia, et cetera. Istum autem maximum thesaurum non habemus in pretioso loco, sed in re vili et fictili: et ratio huius est, ut scilicet Deo efficacia eius tribuatur. Et hoc est quod dicit habemus thesaurum istum, id est lucem illam qua alios illuminamus, in vasis fictilibus, id est in corpore fragili et vili. Ps. 102,14: ipse cognovit figmentum nostrum. Ier. 18,6: sicut lutum in manu figuli, sic et vos in manu, et cetera. Is. 64,8: et nunc, Domine, pater noster es tu, nos vero lutum. Ideo habemus in vasis fictilibus, ut sublimitas, istius lucis, sit virtutis Dei, id est Deo attribuatur, et non ex nobis credatur esse. Nam si essemus divites, si potentes, si nobiles secundum carnem, quidquid magnum faceremus, non Deo, sed nobis ipsis attribueretur. Nunc vero, quia pauperes et contemptibiles sumus, huiusmodi sublimitas Deo, et non nobis, attribuitur. Et ideo vult nos Deus contemptui haberi, et tribulationibus exponi. Deut. 32,27: ne dicerent: manus nostra excelsa, et cetera. Et 1 Cor. 1,29: ut non glorietur omnis caro, et cetera. Sap. 12,8: misisti antecessores tuos ne dicerent, et cetera.

Vangelo (Mt 20,20-28)

   In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Bere il calice

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Matteo,
c. 20, lez. 2, v. 23, n. 1660)

    1660. Dice dunque: Il mio calice lo berrete. Ma in che senso? È vero che S. Giacomo lo bevve; per cui in At 12,2 si dice: «Fece uccidere Giacomo fratello di Giovanni con la spada». Ma Giovanni morì senza il calice della passione.
   Bisogna dire però che non bevve fino alla morte ma fu flagellato, posto nell’olio, messo al bando. Parimenti patì molte pene, e così non fu immune dal bere il calice.

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 20, lect. 2, v. 23, n. 1660)

   Dicit ergo calicem meum bibetis. Sed quid est? Verum est quod Iacobus bibit; unde in Act. 12,2: occidit autem Iacobum fratrem Ioannis gladio. Sed Ioannes est mortuus sine calice passionis. Sed dicendum quod non bibit usque ad mortem, sed flagellatus fuit, in oleo positus, et relegatus. Item multas poenas passus est, et sic non fuit immunis a potu calicis.

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