Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

18 luglio – giovedì Tempo Ordinario – 15a Settimana

18 luglio – giovedì Tempo Ordinario – 15a Settimana
12/12/2023 elena

18 luglio – giovedì
Tempo Ordinario – 15a Settimana

Prima lettura (Is 26,7-9.12,16-19)

   Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano. Sì, sul sentiero dei tuoi giudizi, Signore, noi speriamo in te; al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia, al mattino dentro di me il mio spirito ti cerca, perché quando eserciti i tuoi giudizi sulla terra, imparano la giustizia gli abitanti del mondo. Signore, ci concederai la pace, perché tutte le nostre imprese tu compi per noi. Signore, nella tribolazione ti hanno cercato; a te hanno gridato nella prova, che è la tua correzione per loro. Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e grida nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento; non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti nel mondo. Ma di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere. Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre.

Noi speriamo in te

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 17, a. 2, corpo)

   Abbiamo detto che la speranza di cui parliamo raggiunge Dio stesso, fondandosi sul suo aiuto per conseguire il bene sperato. Ora, è necessario che l’effetto sia proporzionato alla causa. Perciò il bene che propriamente e principalmente dobbiamo sperare da Dio è un bene infinito, proporzionato alla virtù divina che viene in nostro aiuto: infatti è proprio di una virtù infinita condurre a un bene infinito. Ma questo bene è la vita eterna, che consiste nella fruizione di Dio medesimo: poiché da lui non si deve sperare qualcosa che sia al disotto di Dio medesimo, dal momento che la sua bontà, mediante la quale comunica il bene alle creature, non è inferiore alla sua stessa essenza. Perciò l’oggetto proprio e principale della speranza è la beatitudine eterna.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 17, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [a. 1], spes de qua loquimur attingit Deum innitens eius auxilio ad consequendum bonum speratum. Oportet autem effectum esse causae proportionatum. Et ideo bonum quod proprie et principaliter a Deo sperare debemus est bonum infinitum, quod proportionatur virtuti Dei adiuvantis, nam infinitae virtutis est proprium ad infinitum bonum perducere. Hoc autem bonum est vita aeterna, quae in fruitione ipsius Dei consistit, non enim minus aliquid ab eo sperandum est quam sit ipse, cum non sit minor eius bonitas, per quam bona creaturae communicat, quam eius essentia. Et ideo proprium et principale obiectum spei est beatitudo aeterna.

Vangelo (Mt 11,28-30)

   In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

L’invito di Gesù

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Matteo,
c. 11, lez. 3, v. 28, n. 967)

   Dice dunque: Venite a me; parole che sono anche della Sapienza; Sir 24,26: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti». Per cui venite a me, voi indotti, poiché vuole comunicarsi.
   Ma qual è la necessità? Perché senza di me gli uomini si affaticano troppo: Voi che siete stanchi. Ciò può convenire specialmente ai Giudei, poiché si affaticano negli oneri delle leggi e dei precetti, come si ha in At 15,10: «Questo è un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare». Così pure in generale quanto a tutti quelli che si affaticano per l’umana fragilità; Sal 87,16: «Sono povero e sfinito fin dalla mia giovinezza». E oppressi, dall’oppressione cioè dei peccati: Sal 37,4: «Le mie iniquità come carico pesante mi hanno oppresso».
   E che cosa avremo se verremo a te? Io vi darò ristoro; Gv 20,37: «Chi ha sete, venga a me e beva».

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 11, lect. 3, v. 28, n. 967)

   Dicit ergo venite ad me; quod verbum etiam sapientiae est, Eccli. 24,26: transite ad me omnes qui concupiscitis me et a generationibus meis adimplemini. Unde appropinquate ad me indocti, quia vult se communicare. Sed quae est necessitas? Quia absque me homines laborant nimis; qui laboratis. Specialiter hoc potest convenire Iudaeis, quia laborabant in oneribus legum et mandatorum, ut habetur Act. 15,10: hoc est onus quod nec nos, nec patres nostri portare potuimus. Item generaliter quantum ad omnes qui laborant propter humanitatis fragilitatem; Ps. 87,16: pauper sum ego, et in laboribus a iuventute mea. Et onerati estis, onere scilicet peccatorum. Ps. 37,5: iniquitates meae sicut onus grave gravatae sunt super me. Et quid habebimus si veniamus ad te? Ego reficiam vos. Io. 7,37: si quis sitit, veniat ad me, et bibat.

CondividiShare on FacebookShare on Google+