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14 luglio 15a Domenica del Tempo Ordinario

14 luglio 15a Domenica del Tempo Ordinario
12/12/2023 elena

14 luglio
15a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Am 7,12-15)

   In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

La profezia
e la predisposizione naturale

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 172, a. 3, corpo)

   Come si è detto, la profezia vera e propria deriva da un’ispirazione divina, mentre quella che deriva da cause naturali non è profezia se non in senso improprio. Ora, si deve notare che Dio, essendo la causa universale, come per produrre gli effetti materiali non ha bisogno di una materia precedente, o di qualche predisposizione della materia, ma può produrre simultaneamente la materia, la disposizione e la forma, così anche per produrre gli effetti spirituali non richiede alcuna predisposizione, ma con l’effetto spirituale può produrre la disposizione conveniente, quale è richiesta secondo l’ordine naturale. Inoltre per creazione egli può produrre anche il soggetto: in modo cioè da disporre un’anima alla profezia fin dalla sua creazione, conferendole la grazia corrispondente.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 172, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, prophetia vere et simpliciter dicta est ex inspiratione divina, quae autem est ex causa naturali, non dicitur prophetia nisi secundum quid. Est autem considerandum quod, sicut Deus, quia est causa universalis in agendo, non praeexigit materiam, nec aliquam materiae dispositionem, in corporalibus effectibus, sed simul potest et materiam et dispositionem et formam inducere; ita etiam in effectibus spiritualibus non praeexigit aliquam dispositionem, sed potest simul cum effectu spirituali inducere dispositionem convenientem, qualis requireretur secundum ordinem naturae. Et ulterius posset etiam simul per creationem producere ipsum subiectum, ut scilicet animam in ipsa sui creatione disponeret ad prophetiam, et daret ei gratiam prophetalem.

Seconda lettura (Ef 1,3-14)

   Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Santi e immacolati nella carità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 24, a. 8, corpo)

   La perfezione della carità può essere intesa in due modi: primo, rispetto all’oggetto da amare; secondo in rapporto al soggetto che ama. Rispetto all’oggetto la carità è perfetta quando esso è amato per quanto è amabile. Ora, Dio tanto è amabile quanto è buono. Ma la sua bontà è infinita. Quindi è infinitamente amabile. Ora, nessuna creatura può amarlo infinitamente: poiché ogni facoltà creata è finita. Quindi da questo lato in nessuna creatura la carità può essere perfetta, ma è perfetta solo la carità con la quale Dio ama se stesso. – Si dice invece che la carità è perfetta in rapporto al soggetto che ama quando uno ama con tutte le sue possibilità. E ciò può avvenire in tre modi. Primo, quando tutto il cuore di un uomo si porta sempre attualmente verso Dio. E questa è la perfezione della carità della patria celeste: perfezione che non può essere raggiunta in questo mondo in cui è impossibile, per l’instabilità della vita umana, che uno pensi a Dio e si volga a lui con l’amore in maniera sempre attuale. Secondo, quando uno mette tutto il suo impegno nell’attendere a Dio e alle cose divine trascurando tutto il resto, ad eccezione di quanto è richiesto per le necessità della vita. E questa è la perfezione della carità che è possibile nella vita presente: però non è comune a tutti quelli che hanno la carità. Terzo, quando uno tiene abitualmente tutto il suo cuore in Dio: in modo cioè da non pensare e da non volere niente che sia contrario all’amore di Dio. E questa perfezione è comune a tutti coloro che hanno la carità.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 24, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod perfectio caritatis potest intelligi dupliciter, uno modo, ex parte diligibilis; alio modo, ex parte diligentis. Ex parte quidem diligibilis perfecta est caritas ut diligatur aliquid quantum diligibile est. Deus autem tantum diligibilis est quantum bonus est. Bonitas autem eius est infinita. Unde infinite diligibilis est. Nulla autem creatura potest eum diligere infinite, cum quaelibet virtus creata sit finita. Unde per hunc modum nullius creaturae caritas potest esse perfecta, sed solum caritas Dei, qua seipsum diligit. Ex parte vero diligentis caritas dicitur perfecta quando aliquis secundum totum suum posse diligit. Quod quidem contingit tripliciter. Uno modo, sic quod totum cor hominis actualiter semper feratur in Deum. Et haec est perfectio caritatis patriae, quae non est possibilis in hac vita, in qua impossibile est, propter humanae vitae infirmitatem, semper actu cogitare de Deo et moveri dilectione ad ipsum. Alio modo, ut homo studium suum deputet ad vacandum Deo et rebus divinis, praetermissis aliis nisi quantum necessitas praesentis vitae requirit. Et ista est perfectio caritatis quae est possibilis in via, non tamen est communis omnibus caritatem habentibus. Tertio modo, ita quod habitualiter aliquis totum cor suum ponat in Deo, ita scilicet quod nihil cogitet vel velit quod sit divinae dilectioni contrarium. Et haec perfectio est communis omnibus caritatem habentibus.

Vangelo (Mc 6,7-13)

   In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

La povertà dei predicatori

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Marco,
c. 6, lez. 2, vv. 7-8)

   BEDA: Il Signore, benigno e clemente, non invidia ai suoi servi e discepoli la loro potenza, e come egli aveva guarito ogni languore e infermità, così dona il potere di guarire agli stessi Apostoli. Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. Ma c’è molta distanza fra il dare e il ricevere: il Signore, quando agisce, agisce con la sua potenza di Signore, mentre i discepoli, in ciò che fanno, confessano la loro debolezza e la potenza del Signore dicendo (At 3,6): «Nel nome del Signore alzati e cammina». TEOFILATTO: Manda poi gli Apostoli a due a due affinché siano più pronti: poiché, come dice il Qoèlet (4,9): «è meglio essere due insieme piuttosto che uno solo». Se poi ne avesse mandati più di due, il numero non sarebbe stato sufficiente a percorrere tutti i villaggi. GREGORIO: Manda due discepoli nella predicazione poiché due sono i precetti della carità, cioè l’amore di Dio e del prossimo, e la carità non può esserci se si è in meno di due. Con ciò dunque ci fa capire che chi non ha carità verso l’altro non può in alcun modo ricevere l’ufficio della predicazione.
   Segue: E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. BEDA: La fiducia del predicatore in Dio deve essere così grande che egli sia certo che il necessario alla vita non gli mancherà anche se non vi provvede; affinché non capiti che mentre la sua mente si occupa delle realtà temporali, provveda meno agli altri quelle eterne. CRISOSTOMO: Il Signore diede loro questo precetto anche perché alla loro vista i popoli comprendessero quanto fossero elevati al di sopra delle ricchezze. TEOFILATTO: Li istruisce anche con ciò a non essere amatori dei doni, in modo che si accettino i loro precetti di povertà quando si vedrà che non possiedono nulla.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum,

c. 6, lect. 2, vv. 7-8)

   Beda. Benignus autem et clemens Dominus, ac magister non invidet servis atque discipulis suis virtutes suas; et sicut ipse curaverat omnem languorem, et omnem infirmitatem, apostolis quoque suis dedit potestatem; unde sequitur et convocavit duodecim, et coepit eos mittere binos, et dabat illis potestatem spirituum immundorum. Sed multa distantia est inter donare et accipere: iste quodcumque agit, potestate Domini agit, illi si quid faciunt imbecillitatem suam, et virtutes Domini confitentur, dicentes: in nomine Iesu surge et ambula. Theophylactus. Binos autem apostolos mittit, ut fierent promptiores: quia, ut ait Ecclesiastes, melius est simul duos esse, quam unum. Si autem plures quam duos misisset, non esset sufficiens numerus ut in plura castella mitterentur. Gregorius in Evang. Binos autem in praedicationem discipulos mittit, quoniam duo sunt praecepta caritatis: Dei videlicet amor, et proximi, et minus quam inter duos caritas haberi non potest. Per hoc ergo nobis innuit quia qui caritatem erga alterum non habet, praedicationis officium suscipere nullatenus debet. Sequitur et praecepit eis ne quid tollerent in via, nisi virgam tantum; non peram, neque panem, neque in zona aes; sed calceatos sandaliis, et ne induerentur duabus tunicis. Beda. Tanta enim praedicatori in Deo debet esse fiducia ut praesentis vitae sumptus, quamvis non provideat, tamen hos sibi non deesse certissime sciat, ne dum mens eius occupatur ad temporalia, minus aliis provideat aeterna. Chrysostomus. Hoc etiam eis Dominus praecepit, ut per habitum ostenderent quantum a divitiarum desiderio distabant. Theophylactus. Instruens etiam eos per hoc non esse amatores munerum, et ut videntes eos praedicare paupertatem, acquiescant, cum apostoli nihil habeant.

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