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7 luglio 14a Domenica del Tempo Ordinario

7 luglio 14a Domenica del Tempo Ordinario
12/12/2023 elena

7 luglio
14a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Ez 2,2-5)

   In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

Natura della profezia

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 171, a. 1, corpo)

   La profezia consiste primariamente e principalmente in una conoscenza: poiché i profeti conoscono cose che sfuggono alla conoscenza umana. Quindi si può dire che profeta viene da phanos, che significa apparizione: in quanto cioè gli sono manifestate cose lontane. Per questo Isidoro poteva scrivere che «i profeti dell’Antico Testamento erano chiamati Veggenti, poiché vedevano ciò che gli altri non vedevano, e scorgevano le cose che erano avvolte dal mistero». I Pagani poi li chiamavano vates, derivandone il nome dalla forza della mente. – Ma poiché a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per un’utilità (1 Cor 12,7), cioè per l’edificazione della Chiesa perché siate nell’abbondanza (1 Cor 14,2), così la profezia in secondo luogo consiste in una enunciazione, in quanto i profeti annunziano a edificazione di altri le cose rivelate ad essi da Dio, secondo le parole di Is 21 [10]: Ciò che ho udito dal Signore degli eserciti, Dio di Israele, io l’ho annunziato a voi. E in base a ciò Isidoro scrive che i profeti possono venire considerati come i predicenti, poiché parlano da lontano e predicano il vero sulle cose future. – Ora, le cose rivelate da Dio al di là del sapere umano non possono essere confermate dalla ragione umana, che esse trascendono, ma solo dall’intervento della virtù divina, come è detto in Mc 16 [20]: gli apostoli predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano. Perciò in terzo luogo la profezia implica il compimento dei miracoli, quale conferma delle parole profetiche. Per cui è detto in Dt 34 [10]: Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, lui con il quale il Signore parlava a faccia a faccia, con ogni sorta di miracoli e prodigi.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 171, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod prophetia primo et principaliter consistit in cognitione, quia videlicet cognoscunt quaedam quae sunt procul remota ab hominum cognitione. Unde possunt dici prophetae a phanos, quod est apparitio, quia scilicet eis aliqua quae sunt procul, apparent. Et propter hoc, ut Isidorus dicit, in libro Etymol., in veteri testamento appellabantur videntes, quia videbant ea quae ceteri non videbant, et prospiciebant quae in mysterio abscondita erant. Unde et gentilitas eos appellabat vates, a vi mentis. Sed quia, ut dicitur 1 ad Cor. 12 [7], unicuique datur manifestatio Spiritus ad utilitatem; et infra, 14 [2], dicitur, ad aedificationem Ecclesiae quaerite ut abundetis, inde est quod prophetia secundario consistit in locutione, prout prophetae ea quae divinitus edocti cognoscunt, ad aedificationem aliorum annuntiant, secundum illud Isaiae 21 [10], quae audivi a Domino exercituum, Deo Israel, annuntiavi vobis. Et secundum hoc, ut Isidorus dicit, in libro Etymol., possunt dici prophetae quasi praefatores, eo quod porro fantur, idest, a remotis fantur, et de futuris vera praedicunt. Ea autem quae supra humanam cognitionem divinitus revelantur, non possunt confirmari ratione humana, quam excedunt, sed operatione virtutis divinae, secundum illud Marci 16 [20], praedicaverunt ubique, Domino cooperante et sermonem confirmante sequentibus signis. Unde tertio ad prophetiam pertinet operatio miraculorum, quasi confirmatio quaedam propheticae annuntiationis. Unde dicitur Deut. 34 [10], non surrexit propheta ultra in Israel sicut Moyses, quem nosset Dominus facie ad faciem, in omnibus signis atque portentis.

Seconda lettura (2 Cor 12,7-10)

   Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.
   A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
   Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze (lat. infirmitates), perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà (lat. necessitates), nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Mi vanterò della mia debolezza

San Tommaso
(Sulla seconda lettera ai Corinzi,
c. 12, lez. 3, v. 10, nn. 482-483)

   Ora pone l’effetto della gioia e la materia della gioia. Dice dunque: Perciò, per il fatto che la potenza di Cristo abita in me nelle mie infermità, e in tutte le tribolazioni, mi compiaccio, ossia mi diletto grandemente e gioisco per le suddette mie debolezze. Gc 1,2: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove».
   Poi enumera i difetti nei quali, per la grazia di Cristo, abbondantemente si compiace. E in primo luogo quelli che dipendono da una causa interna, e tali sono le malattie, per cui dice: nelle mie infermità. Sal 15,4: «Furono moltiplicate le loro infermità, poi si affrettarono», cioè verso la grazia.
   In secondo luogo i difetti che dipendono da una causa esterna. E questi quanto alla parola, quando dice negli oltraggi, cioè quelli rivolti a me. At 5,41: «Gli Apostoli se ne andarono dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù»; poi quanto ai fatti, e ciò o quanto alla mancanza di beni, quando dice nelle necessità, ossia nella penuria delle cose necessarie e nella povertà da cui era oppresso. E in questo modo viene preso il termine necessità quando si dice in Rm 12,13: «Solleciti per le necessità dei santi».
   Oppure quanto alla prova dei mali subiti, e ciò quanto alle cose esteriori, Mt 5,10: «Beati i perseguitati…», quando dice nelle persecuzioni, cioè del corpo, che sperimentiamo di luogo in luogo e un po’ dovunque, e in quelle interiori, quando dice nelle angosce, cioè nelle ansietà dell’animo. Dan 13,22: «Sono angustiato da ogni parte».
   Ma la materia di tutte queste cose che portano alla gioia è che sono sofferte per Cristo, come se dicesse: Mi compiaccio per il fatto che soffro per Cristo. 1 Pt 4,15: «Nessuno di voi abbia a patire quale omicida o ladro».
   E assegna il motivo di questa gioia dicendo: Infatti quando sono debole, è allora che sono forte, come se dicesse: giustamente mi compiaccio in queste cose poiché quando sono debole…, cioè quando per le cose che sono in me o per le persecuzioni degli altri cado in qualcuna delle cose suddette, mi viene concesso l’aiuto divino da cui sono consolato. Sal 23,19: «Le tue consolazioni hanno allietato l’anima mia». Gl 4,10: «Il debole dica: Io sono forte». E sopra è stato detto (4,16): «Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno». In Es 1,12 si legge poi che quanto più i figli di Israele erano perseguitati, tanto più si moltiplicavano.

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Corinthios,

c. 12, lect. 3, v. 10, nn. 482-483)

   Ponit autem effectum gaudii et materiam gaudii. Dicit ergo propter quod, quia virtus Christi habitat in me in infirmitatibus et in tribulationibus omnibus, et ideo complaceo mihi, id est multum delector et gaudeo dictis infirmitatibus meis. Iac. 1,2: omne gaudium existimate, fratres, et cetera. defectus autem in quibus propter gratiam Christi abundanter delectatur, enumerat. Et primo illos, qui sunt a causa interiori, et huiusmodi sunt infirmitates, et ideo dicit in infirmitatibus. Ps. 15,4: multiplicatae sunt infirmitates eorum, postea acceleraverunt, scilicet ad gratiam. Secundo, illos qui sunt a causa exteriori. Et hos quidem quantum ad verbum, cum dicit in contumeliis, scilicet mihi illatis. Act. 5, v. 41: ibant apostoli gaudentes, etc.; et quantum ad factum, et hoc, vel quantum ad defectum bonorum, cum dicit in necessitatibus, id est in penuriis necessariorum et in paupertate qua premebatur. Et hoc modo accipitur necessitas, cum dicitur Rom. 12, v. 13: necessitatibus sanctorum communicantes. Vel quantum ad experimentum malorum illatorum, et hoc quantum ad exteriora, Matth. 5,10: beati qui persecutionem, etc. cum dicit in persecutionibus, scilicet corporis, quas de loco ad locum et ubique experimur. Et quantum ad interiora, dicens in angustiis, id est in anxietatibus animi. Dan. c. 13,22: angustiae sunt mihi undique, et cetera. Sed materia omnium horum, quae faciunt ad gaudium, est quia pro Christo, quasi dicat: ideo complaceo, quia propter Christum patior. 1 Petr. 4,15: nemo vestrum patiatur quasi homicida, vel fur. Et huius gaudii rationem assignat, dicens cum enim infirmor, etc., quasi dicat: merito complaceo mihi in illis, quia quando infirmor, etc., id est quando ex his, quae in me sunt, vel ex persecutione aliorum incido in aliquod praedictorum, adhibetur mihi auxilium divinum, per quod confirmor. Ps. 93,19: consolationes tuae laetificaverunt animam meam. Ioel 3,10: infirmus dicat, quia ego fortis sum. Supra IV, 16: licet is qui foris est, noster homo corrumpatur, et cetera. Ex. 1,12 legitur, quod quanto plus premebantur filii Israel, tanto plus multiplicabantur.

Vangelo (Mc 6,1-6)

   In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Nessuno è profeta nella sua patria

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Marco,
c. 6, lez. 1, vv. 1-6a)

   TEOFILATTO: Dopo i promessi miracoli Gesù ritorna nella sua patria, non perché ignorasse che lo disprezzeranno, ma perché non avessero più l’occasione di dire: se fossi venuto ti avremmo creduto, per cui si dice: In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. BEDA: Chiama sua patria Nazaret, dove era stato nutrito. Ma quanto è grande la cecità dei Nazareni, i quali disprezzano quel Cristo che avevano potuto conoscere dalle sue parole e dai suoi fatti, contro la sola notizia che ne avevano avuto le genti!
   Segue: Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Riferiscono la dottrina alla sapienza e i prodigi alle guarigioni e ai miracoli che faceva.
   Segue: Non è costui il falegname, il figlio di Maria? AGOSTINO: Matteo dice che era stato detto figlio del falegname, il che non deve meravigliare, poiché si possono dire tutte e due le cose: credevano che fosse un falegname perché era anche figlio di un falegname. GIROLAMO: Gesù viene chiamato figlio del falegname, ma del falegname che ha fabbricato l’aurora e il sole, cioè la prima Chiesa e la seguente, nella figura delle quali la donna e la fanciulla vengono sanate. BEDA: Infatti, anche se le cose umane non vanno paragonate alle divine, il tipo tuttavia è integro: poiché il Padre di Cristo opera con il fuoco e con lo Spirito.
   Segue: il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi? Attestano che i suoi fratelli e le sue sorelle erano con loro; i quali tuttavia non vanno ritenuti figli di Giuseppe o di Maria, come pensano gli eretici, ma piuttosto, secondo il costume della Sacra Scrittura, vanno intesi come parenti, come Abramo e Lot vengono chiamati fratelli pur essendo Lot figlio del fratello di Abramo. Ed era per loro motivo di scandalo. Lo scandalo e l’errore dei Giudei sono la nostra salvezza, e la condanna degli eretici. In tanto infatti disprezzavano il Signore Gesù Cristo in quanto lo chiamavano falegname e figlio del falegname.
   Segue: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Anche Mosè è testimone che il Signore Gesù viene detto Profeta nelle Scritture, predicendo la sua futura incarnazione ai figli di Israele (Dt 18,15): «Il Signore Dio vostro susciterà a voi un Profeta dai vostri fratelli». Non solo poi colui che è il Signore dei Profeti, ma anche Elia e Geremia e gli altri Profeti furono ritenuti minori nella loro patria che nelle altre città: poiché è abbastanza naturale che i cittadini invidino sempre i cittadini; infatti non considerano le opere presenti dell’uomo, ma ricordano la fragile infanzia. GIROLAMO: D’altronde, spesso l’oscurità accompagna l’origine, come in ciò che si legge (1 Re 25,10): «Chi è il figlio di Isaia?», poiché «il Signore guarda le cose umili, e conosce da lontano quelle alte» (Sal 137,6). TEOFILATTO: Anche se il Profeta ha dei consanguinei illustri, i cittadini li odiano, e per questo disonorano il Profeta.
   Segue: E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Le parole: non poteva, equivalgono a: non voleva, e non perché egli era impotente, ma perché essi erano increduli. Per questo egli non fa miracoli in mezzo a loro per compassione di essi, affinché non avessero a incorrere in una pena più grande per il rifiuto di credere a dei miracoli fatti davanti a loro. Oppure diversamente. Per fare un miracolo sono necessarie la potenza di colui che lo compie e la fede di colui che ne è l’oggetto; la fede qui mancava, ed è per questo che Gesù non accettò di fare dei miracoli in quel luogo.
   Segue: E si meravigliava della loro incredulità. BEDA: Non che si meravigli come di fronte a una cosa inattesa e imprevista, egli che conosce tutte le cose prima che avvengano; ma colui che conosce tutto ciò che i cuori hanno di nascosto si mostra a noi come meravigliato da ciò che egli vuole presentare come sbalorditivo. Ora, egli vuole che noi riteniamo molto sorprendente questa incredulità dei Giudei, che non vollero né credere a ciò che i loro Profeti predicavano di Cristo, né credere a Cristo nato in mezzo a loro. In senso mistico. Gesù disprezzato nella sua casa e nella sua patria è Gesù disprezzato in mezzo al popolo dei Giudei. Quindi egli fece là pochi miracoli affinché essi non fossero del tutto immuni da rimprovero; ma ogni giorno egli compie miracoli più grandi in mezzo alle nazioni, non tanto per la salute del corpo, quanto per quella delle anime.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum,

c. 6, lect. 1, vv. 1-6a)

   Theophylactus. Post praemissa miracula Dominus in patriam suam revertitur, non ignorans quoniam spernerent eum, sed ut occasionem non haberent ulterius dicendi: quia si venisses, credidissemus tibi; unde dicitur et egressus inde abiit in patriam suam: et sequebantur eum discipuli sui. Beda. Patriam eius Nazareth dicit, in qua erat nutritus. Sed quanta Nazaraeorum caecitas, qui eum quem verbis factisque illius Christum cognoscere poterant, ob solam gentis notitiam contemnunt? Sequitur et facto sabbato coepit in synagoga docere; et multi audientes admirabantur in doctrina eius, dicentes: unde huic haec omnia? Et quae est sapientia quae data est illi, et virtutes tales quae per manus eius efficiuntur? Sapientiam ad doctrinam, virtutes referunt ad sanitates et miracula quae faciebat. Sequitur nonne hic est faber filius Mariae? Augustinus De cons. Evang. Matthaeus quidem fabri filium eum dictum esse dicit; nec mirandum est, cum utrumque dici potuerit: eo enim fabrum credebant quo et fabri filium. Hieronymus. Filius quidem fabri Iesus vocatur, sed fabri qui fabricatus est auroram et solem, idest Ecclesiam primam, et sequentem; in quarum figura mulier, et puella sanatur. Beda. Nam etsi humana non sint comparanda divinis, typus tamen integer est: quia Pater Christi igne operatur et Spiritu. Sequitur frater Iacobi, et Ioseph, et Iudae, et Simonis; nonne et sorores eius hic nobiscum sunt? Fratres et sorores eius secum esse testantur: qui tamen non liberi Ioseph, aut Mariae, iuxta haereticos, sunt putandi; sed potius, iuxta morem sacrae Scripturae, cognati sunt intelligendi; quomodo Abraham, et Lot fratres appellantur, cum esset Lot filius fratris Abrahae. Et scandalizabantur in illo. Scandalum et error Iudaeorum salus nostra est, et haereticorum condemnatio. Intantum enim spernebant Dominum Iesum Christum ut eum fabrum, et fabri vocarent filium. Sequitur et dicebat eis Iesus, quia non est propheta sine honore nisi in patria sua, et in domo sua, et in cognatione sua. Prophetam dici in Scripturis Dominum Iesum etiam Moyses testis est, futuram eius incarnationem praedicens filiis Israel, ait: prophetam vobis suscitabit Dominus Deus vester de fratribus vestris. Non solum autem ipse qui Dominus est prophetarum, sed et Elias, et Ieremias ceterique prophetae, minores in patria sua quam in exteris civitatibus habiti sunt: quia propemodum naturale est cives semper civibus invidere: non enim considerant praesentia viri opera, sed fragilem recordantur infantiam. Hieronymus. Comitatur etiam saepe vilitas originem, ut est illud: quis est filius Isai? Quia humilia Dominus respicit, et alta a longe cognoscit. Theophylactus. Sive etiam praeclaros consanguineos propheta habeat, cives odiunt eos, et propter hoc dehonorant prophetam. Sequitur et non poterat ibi virtutem ullam facere; nisi paucos infirmos impositis manibus curavit. Quod autem dicit non poterat, intelligere oportet: non volebat: quia non ipse impotens, sed illi infideles erant: ergo ibi non operatur virtutes, parcens eis, ne maiori reprehensione digni essent, etiam factis miraculis non credentes. Vel aliter. In miraculis faciendis necessaria est virtus operantis, et recipientium fides, quae ibi deficiebat: unde non volebat Iesus ibi signa facere. Sequitur et mirabatur propter incredulitatem illorum. Beda. Non quasi inopinata et improvisa miratur qui novit omnia antequam fiant; sed qui novit occulta cordis, quod mirandum intimare vult hominibus, mirari se coram hominibus ostendit: Iudaeorum enim miranda notatur caecitas, qui nec prophetis suis credere de Christo, nec ipsi inter se nato voluerunt credere Christo. Mystice autem Iesus despicitur in domo, et in patria sua, hoc est in populo Iudaeorum; et ideo pauca ibi signa fecit, ne penitus excusabiles ibi fierent. Maiora autem signa quotidie in gentium populo facit, non tam in sanitate corporum quam in animarum salute.

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