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30 giugno 13a Domenica del Tempo Ordinario

30 giugno 13a Domenica del Tempo Ordinario
12/12/2023 elena

30 giugno
13a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Sap 1,13-15; 2,23-24)

   Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

La morte conseguenza del peccato

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 85, a. 5, in contrario e corpo)

   Paolo in Rm dice: A causa di un solo uomo il peccato è entrato in questo mondo, e con il peccato la morte.
   Una cosa può essere causa di un’altra in due maniere: direttamente [per se] e indirettamente [per accidens]. È causa diretta ciò che produce un effetto in virtù della propria natura o forma: e da ciò segue che l’effetto è direttamente inteso dalla causa. Ora, siccome la morte e le altre miserie sono estranee all’intenzione di chi pecca, è chiaro che questi mali non hanno come causa diretta il peccato. – Perché invece qualcosa sia causa indiretta di un fatto basta che intervenga a rimuoverne un ostacolo: Aristotele, p. es., osserva che «chi abbatte una colonna, indirettamente muove la pietra sovrapposta». E in questo senso il peccato di Adamo è causa della morte e di tutte le altre miserie della natura umana: poiché tale peccato ha distrutto la giustizia originale, da cui dipendeva non solo la subordinazione all’anima di tutte le potenze inferiori, ma la stessa disposizione del corpo alle dipendenze dell’anima, senza difetto alcuno, come si è spiegato nella Prima Parte. Sottratta quindi la giustizia originale a motivo del peccato del nostro progenitore, la natura umana, come fu ferita nell’anima per il disordine delle sue facoltà, così divenne corruttibile per il disordine del corpo. – Ora, la sottrazione della giustizia originale ha l’aspetto di pena, come anche la sottrazione della grazia. Perciò anche la morte, e tutte le miserie corporali che la accompagnano, sono come delle pene del peccato originale. E sebbene tali difetti non fossero voluti da chi compiva il peccato, tuttavia sono ordinati da Dio come dei castighi della sua giustizia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 85, a. 5, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod apostolus dicit, Rom. 5, per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum mors.
   Respondeo dicendum quod aliquid est causa alterius dupliciter, uno quidem modo, per se; alio modo, per accidens. Per se quidem est causa alterius quod secundum virtutem suae naturae vel formae producit effectum, unde sequitur quod effectus sit per se intentus a causa. Unde cum mors et huiusmodi defectus sint praeter intentionem peccantis, manifestum est quod peccatum non est per se causa istorum defectuum. Per accidens autem aliquid est causa alterius, si sit causa removendo prohibens, sicut dicitur in 8 Physic. quod divellens columnam, per accidens movet lapidem columnae superpositum. Et hoc modo peccatum primi parentis est causa mortis et omnium huiusmodi defectuum in natura humana, inquantum per peccatum primi parentis sublata est originalis iustitia, per quam non solum inferiores animae vires continebantur sub ratione absque omni deordinatione, sed totum corpus continebatur sub anima absque omni defectu, ut in primo habitum est. Et ideo, subtracta hac originali iustitia per peccatum primi parentis, sicut vulnerata est humana natura quantum ad animam per deordinationem potentiarum, ut supra dictum est; ita etiam est corruptibilis effecta per deordinationem ipsius corporis. Subtractio autem originalis iustitiae habet rationem poenae, sicut etiam subtractio gratiae. Unde etiam mors, et omnes defectus corporales consequentes, sunt quaedam poenae originalis peccati. Et quamvis huiusmodi defectus non sint intenti a peccante, sunt tamen ordinati secundum iustitiam Dei punientis.

Seconda lettura
(2 Cor 8,7.9.13-15)

   Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».

Ricchezza e povertà in Cristo

San Tommaso
(Sulla seconda lettera ai Corinzi,
c. 8, lez. 2, v. 9, nn. 294-295)

   Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero (Vg. egenus, indigente) per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Qui l’Apostolo induce i Corinzi a dare l’elemosina sull’esempio di Cristo, dicendo: Voglio mettere alla prova il vostro buon ingegno nel dare, cioè ai poveri, e questo dovete farlo sull’esempio di Cristo. «Infatti», cioè poiché, «conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo», che egli ha procurato al genere umano. Gv 1,17: «La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo…». E si parla di grazia poiché tutto ciò che il Figlio di Dio ha assunto delle nostre penalità, tutto va ascritto alla grazia, poiché egli non fu prevenuto dalla bontà di qualcuno, né costretto dalla forza di qualcuno, né indotto da una propria necessità.
   Ora, si ha questa grazia poiché da ricco che era si è fatto indigente per noi. E dice indigente, che è più che povero. Infatti si dice indigente non solo chi ha poco, ma chi è bisognoso, cioè mancante; il povero invece è colui che ha poco. Per indicare dunque una maggiore povertà si dice: si è fatto indigente, cioè nelle realtà temporali. Lc 9,58: «Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Lam 3,19: «Ricordati della miseria…».
   Si è fatto poi indigente, non per necessità, ma volontariamente, poiché altrimenti questa grazia non sarebbe più grazia. Per cui dice: da ricco che era, cioè nei beni spirituali. Rm 10,12: «Lo stesso Dio ricco verso tutti…». Pr 8,18: «Presso di me c’è ricchezza e onore». Dice poi che era, non che era stato, perché non sembrasse che avesse perso le ricchezze spirituali quando aveva assunto la povertà. Infatti assunse questa povertà in modo da non perdere quelle ricchezze inestimabili. Sal 48,3: «Ricco e povero insieme». Ricco delle realtà spirituali, povero in quelle temporali.
   Aggiunge poi il motivo per cui volle divenire indigente quando dice: perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. E ciò avviene per due motivi, cioè per l’esempio e per il sacramento.
   Per l’esempio, poiché se Cristo ha amato la povertà, anche noi, sul suo esempio, dobbiamo amarla. Ora, amando la povertà nelle realtà temporali, diventiamo ricchi in quelle spirituali. Gc 2,5: «Forse che Dio non ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi nella fede?». Per questo dice per mezzo della sua povertà
   Per il sacramento invece poiché tutto ciò che Cristo ha fatto o sopportato, fu per il nostro bene. Ora, come per il fatto che sopportò la morte siamo stati liberati dalla morte eterna e restituiti alla vita, così per il fatto che sopportò l’indigenza nelle realtà temporali, siamo stati liberati dall’indigenza e resi ricchi nelle realtà spirituali. 1 Cor 1,5: «Perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni…».

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Corinthios,

c. 8, lect. 2, v. 9, nn. 294-295)

   Hic inducit Corinthios ad dandum eleemosynas exemplo Christi, dicens: volo comprobare ingenium vestrum bonum ad dandum, scilicet pauperibus, et hoc facere debetis exemplo Christi. Enim, id est quia, scitis gratiam Domini nostri Iesu Christi, quam quidem humano generi contulit. Io. I, v. 17: gratia et veritas per Iesum Christum, et cetera. Et haec dicitur gratia, quia quidquid filius Dei poenalitatum nostrarum assumpsit, totum gratiae est imputandum, quia nec praeventus alicuius bonitate, nec alicuius virtute coactus, nec inductus sua necessitate. Est autem gratia ista quoniam propter nos egenus factus est. Et dicit egenus, quod plus est quam pauper. Nam egenus dicitur ille, qui non solum parum habet, sed qui indiget seu eget; pauper vero ille qui parum habet. Ad significandum ergo maiorem paupertatem dicitur egenus factus est, scilicet in temporalibus. Lc. 9,58: Filius hominis non habet, et cetera. Thren. 3,19: recordare paupertatis, et cetera. Est autem factus egenus, non ex necessitate, sed ex voluntate, quia gratia ista iam non esset gratia. Et ideo dicit cum dives esset, scilicet in bonis spiritualibus. Rom. 10, v. 12: idem Deus dives in omnes, et cetera. Prov. c. 8,18: mecum sunt divitiae, et cetera. Dicit autem esset, non fuisset, ne videretur Christus amisisse divitias spirituales cum assumpsit paupertatem. Sic enim assumpsit hanc paupertatem quod illas inaestimabiles divitias non amisit. Ps. 48,3: simul in unum dives et pauper. Dives in spiritualibus, pauper in temporalibus. Causam autem quare voluit fieri egenus, subdit cum dicit ut illius inopia divites essemus, id est ut illius paupertate in temporalibus, vos essetis divites in spiritualibus. Et hoc est propter duo, scilicet propter exemplum et propter sacramentum. Propter exemplum quidem, quia si Christus dilexit paupertatem, et nos, exemplo suo, debemus diligere eam. Diligendo autem paupertatem in temporalibus, efficimur divites in spiritualibus. Iac. 2,5: nonne Deus elegit pauperes in mundo, divites in fide, et cetera. Et ideo dicit ut illius inopia, et cetera. Propter sacramentum autem, quia omnia quae Christus egit vel sustinuit, fuit propter nos. Unde sicut per hoc quod sustinuit mortem, liberati sumus a morte aeterna et restituti vitae, ita per hoc quod sustinuit inopiam in temporalibus, liberati sumus ab inopia in spiritualibus, et facti divites in spiritualibus. 1 Cor. 1,5: divites facti estis in illo in omni scientia, et cetera.

Vangelo (Mc 5,21-43)

   In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Il contatto salvifico
con l’umanità di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 44, a. 3, soluzione 2)

   2. Cristo era venuto a salvare il mondo non con la virtù divina soltanto, ma mediante il mistero della sua incarnazione. Per questo spesso nel guarire gli infermi non usava soltanto la virtù divina comandando la guarigione, ma si serviva anche di cose appartenenti alla sua umanità: Per cui, commentando le parole: Imponendo le mani a ciascuno di loro, li guariva tutti (Lc4,40), S. Cirillo scrive: «Benché come Dio avesse potuto eliminare tutte le malattie con una parola, tuttavia li tocca, per dimostrare che il suo corpo era atto a portare rimedio». – E a proposito del passo: Dopo avergli messo della saliva sugli occhi e imposto le mani… (Mc 8,23), il Crisostomo dice: «Sputò e impose le mani al cieco per indicare che la parola divina unita all’azione compie meraviglie: la mano infatti indica l’azione, e lo sputo indica la parola che proviene dalla bocca». – S. Agostino poi commentando il passo: Fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco (Gv 9,6), afferma: «Fece del fango con la saliva perché il Verbo si è fatto carne». Oppure si può dire col Crisostomo che con quel gesto volle significare che egli era colui che aveva formato l’uomo «dal fango della terra». – Dei miracoli di Cristo bisogna notare poi che ordinariamente le opere che egli compiva erano perfettissime. Perciò il Crisostomo, nel commentare le parole: Tutti servono da principio il vino buono (Gv 2,10), scrive: «I miracoli di Cristo sono tali da superare di molto in bellezza e utilità le opere della natura». E così anche la guarigione degli infermi era perfetta e istantanea. Per cui S. Girolamo, commentando le parole: Si levò e si mise a servirli (Mt 8,15), afferma: «La salute conferita dal Signore ritorna tutta insieme». – Si comportò invece diversamente con quel cieco forse a causa della sua incredulità, come dice il Crisostomo. Oppure, come spiega S. Beda, «egli guarì gradualmente colui che avrebbe potuto curare tutto in una volta per dimostrare la grandezza della cecità umana, che ritorna alla luce con difficoltà e per gradi: o anche per indicare la sua grazia, con la quale aiuta ogni progresso nella nostra perfezione».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 44, a. 3, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod Christus venerat salvare mundum non solum virtute divina, sed per mysterium incarnationis ipsius. Et ideo frequenter in sanatione infirmorum non sola potestate divina utebatur, curando per modum imperii, sed etiam aliquid ad humanitatem ipsius pertinens apponendo. Unde super illud Luc. 4 [40], singulis manus imponens curabat omnes, dicit Cyrillus, quamvis, ut Deus, potuisset omnes verbo pellere morbos, tangit tamen eos, ostendens propriam carnem efficacem ad praestanda remedia. – Et super illud Marci 8 [23 sqq.], exspuens in oculos eius impositis manibus etc., dicit Chrysostomus, spuit quidem et manus imponit caeco, volens ostendere quod verbum divinum, operationi adiunctum, mirabilia perficit, manus enim operationis est ostensiva, sputum sermonis ex ore prolati. Et super illud Ioan. 9 [6], fecit lutum ex sputo et linivit lutum super oculos caeci, dicit Augustinus, de saliva sua lutum fecit, quia Verbum caro factum est. Vel etiam ad significandum quod ipse erat qui ex limo terrae hominem formaverat, ut Chrysostomus dicit. – Est etiam circa miracula Christi considerandum quod communiter perfectissima opera faciebat. Unde super illud Ioan. 2 [10], omnis homo primum bonum vinum ponit, dicit Chrysostomus, talia sunt Christi miracula ut multo his quae per naturam fiunt, speciosiora et utiliora fiant. Et similiter in instanti infirmis perfectam sanitatem conferebat. Unde super illud Matth. 8 [15], surrexit et ministrabat illis, dicit Hieronymus, sanitas quae confertur a Domino, tota simul redit. – Specialiter autem in illo caeco contrarium fuit propter infidelitatem ipsius, ut Chrysostomus dicit. Vel, sicut Beda dicit, quem uno verbo totum simul curare poterat, paulatim curat, ut magnitudinem humanae caecitatis ostendat, quae vix, et quasi per gradus ad lucem redeat, et gratiam suam nobis indicet, per quam singula perfectionis incrementa adiuvat.

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