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23 giugno 12a Domenica del Tempo Ordinario

23 giugno 12a Domenica del Tempo Ordinario
12/12/2023 elena

23 giugno
12a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Gb 38.1.8-11)

   Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano: «Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».

La limitazione del mare

San Tommaso
(Commento letterale al libro di Giobbe,
c. 38, vv. 10-11)

   Dopo aver parlato della creazione del mare, il Signore spiega la sua limitazione come se dicesse: gli ho fissato un mio limite, e sembra porre tre cose riguardanti la sua limitazione, la prima quando dice un mio limite, cioè posto da me, la seconda quando dice gli ho messo un chiavistello, la terza quando dice e due porte. Ora, queste tre cose appartengono al comando della potenza divina, per cui quasi spiegandole aggiunge: e ho detto, fin qui giungerai, il che appartiene alla nozione di termine, essendo il termine ciò in cui finisce il moto, e non oltre, il che compete al chiavistello con il quale si impedisce il movimento di qualcosa, e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde, e ciò riguarda le porte, che vengono poste affinché qualcosa non esca o entri alla rinfusa, ma secondo una certa regola: così anche il mare non oltrepassa il lido alla rinfusa, ma secondo una certa misura delle ondate che si ingrossano.

Testo latino di San Tommaso
(Super Iob, c. 38, vv. 10-11)

   His igitur positis quae pertinent ad novam maris productionem, explicat eius conclusionem ac si dicat: quando mare de novo factum est, tunc circumdedi illud terminis meis; et videtur tria ponere pertinentia ad conclusionem maris, quorum primum significatur cum dicit terminis meis, idest a me positis, secundum significatur cum dicit et posui vectem, tertium cum dicit et ostia. Haec autem tria pertinent ad imperium divinae virtutis, unde quasi exponens praedicta subdit et dixi: hucusque venies, quod pertinet ad rationem terminorum, nam terminus est ultimum motus, et non procedes amplius, quod scilicet pertinet ad vectem quo processus alicuius impeditur, et hic confringes tumentes fluctus tuos, quod pertinet ad ostia quae ad hoc ponuntur quod aliquis non passim egrediatur aut ingrediatur sed secundum certam regulam: ita etiam mare non passim transgreditur litus sed secundum quandam mensuram fluctuum intumescentium.

Seconda lettura
(2 Cor 5,14-17)

   Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Morte e vita

San Tommaso
(Sulla seconda lettera ai Corinzi,
c. 5, lez. 3, v. 15, n. 186)

   v. 15. Ed egli è morto per tutti perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Osserva bene che qui dice due cose, cioè che Cristo è morto e che è risorto per noi: e a noi vengono richieste due cose. Infatti, poiché egli è morto per noi, anche noi dobbiamo morire a noi stessi, cioè rinnegare noi stessi per lui. Per cui in Lc 9,23 si legge: «Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso…». Il che equivale a dire: muoiano a loro stessi.
   Ma poiché Cristo è risorto per noi, anche noi dobbiamo allo stesso modo morire al peccato e alla vecchia vita e a noi stessi, per risorgere però alla nuova vita di Cristo. Rm 6,4: «Come Cristo è risorto dai morti per la gloria del Padre, così anche noi dobbiamo camminare in novità di vita». E per questo il Signore non disse soltanto (Mt 16,24): «Rinneghi se stesso e prenda la sua croce», ma aggiunse: «e mi segua», cioè nella novità della vita, progredendo nelle virtù. Sal 83,8: «Avanzeranno di vigore in vigore».

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Corinthios,

c. 5, lect. 3, v. 15, n. 186)

   Nota autem quod duo dicit, scilicet quod mortuus est Christus et quod resurrexit pro nobis; ubi duo exiguntur a nobis. Quia enim mortuus est pro nobis et nos debemus mori nobis ipsis, id est pro ipso abnegare nos ipsos. Unde dicebat Lc. 9, 23: qui vult venire post me, abneget semetipsum, et cetera. Quod idem est ac si diceret: moriantur sibi ipsis. Quia vero Christus resurrexit pro nobis, et nos debemus ita mori peccato et veteri vitae et nobis ipsis, quod tamen resurgamus ad novam vitam Christi. Rom. 6, 4: quomodo Christus surrexit a mortuis per gloriam Patris, ita et nos in novitate, et cetera. Et propter hoc Dominus non dixit solum: abneget semetipsum et tollat crucem suam, sed addidit et sequatur me, scilicet in novitate vitae, proficiendo in virtutibus. Ps. 83, 8: ibunt de virtute in virtutem, et cetera.

Vangelo (Mc 4,35-41)

   In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

La divinità di Gesù
provata dai miracoli

San Tommaso
(S. Th. III, q. 43, a. 4, corpo)

   I miracoli compiuti da Cristo erano in grado di manifestare la sua divinità per tre motivi. Primo, per le opere stesse, che superavano ogni capacità creata, e quindi non potevano essere compiute se non dalla virtù di Dio. Per cui il cieco guarito diceva: Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla (Gv 9,32 s.). – Secondo, per il modo in cui egli compiva i miracoli: poiché li faceva per autorità propria, e non già ricorrendo come gli altri alla preghiera. Infatti è detto che da lui usciva una forza che sanava tutti (Lc 6,19). Il che dimostra, dice S. Cirillo, che «egli non operava per virtù altrui, ma essendo Dio per natura mostrava il suo potere sugli infermi. E per questo operava anche innumerevoli miracoli». Per cui, spiegando il passo: Con la sua parola scacciò gli spiriti e guarì tutti i malati (Mt 8,16), il Crisostomo scrive: «Considera l’immensa moltitudine di guarigioni che gli Evangelisti passano in rassegna senza fermarsi a raccontare ogni guarigione, ma mettendoti davanti con poche parole un oceano ineffabile di miracoli». E in questo modo [Gesù] mostrava di avere una virtù uguale a quella di Dio Padre, secondo le sue stesse parole: Quello che il Padre fa, anche il Figlio lo fa (Gv 5,19); e ancora: Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole (5,21). – Terzo, per la dottrina stessa che insegnava, con la quale dichiarava di essere Dio: se essa infatti non fosse stata vera, non avrebbe potuto essere confermata con dei miracoli compiuti per virtù divina. Per cui è detto: Che è mai questa dottrina nuova? Comanda persino agli spiriti immondi, e gli ubbidiscono! (Mc 1,27).

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 43, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod miracula quae Christus fecit, sufficientia erant ad manifestandum divinitatem ipsius, secundum tria. Primo quidem, secundum ipsam speciem operum, quae transcendebant omnem potestatem creatae virtutis, et ideo non poterant fieri nisi virtute divina. Et propter hoc caecus illuminatus dicebat, Ioan. 9 [32] a saeculo non est auditum quia aperuit quis oculos caeci nati. Nisi esset hic a Deo, non posset facere quidquam. Secundo, propter modum miracula faciendi, quia scilicet quasi propria potestate miracula faciebat, non autem orando, sicut alii. Unde dicitur Luc. 6 [19], quod virtus de illo exibat et sanabat omnes. Per quod ostenditur, sicut Cyrillus dicit, quod non accipiebat alienam virtutem, sed, cum esset naturaliter Deus, propriam virtutem super infirmos ostendebat. Et propter hoc etiam innumerabilia miracula faciebat. Unde super illud Matth. 8 [16], eiiciebat spiritus verbo, et omnes male habentes curavit, dicit Chrysostomus, intende quantam multitudinem curatam transcurrunt Evangelistae, non unumquemque curatum enarrantes, sed uno verbo pelagus ineffabile miraculorum inducentes. Et ex hoc ostendebatur quod haberet virtutem coaequalem Deo Patri, secundum illud Ioan. 5 [19], quaecumque Pater facit, haec et Filius similiter facit; et ibidem, sicut Pater suscitat mortuos et vivificat, sic et Filius quos vult vivificate [21]. Tertio, ex ipsa doctrina qua se Deum dicebat, quae nisi vera esset, non confirmaretur miraculis divina virtute factis. Et ideo dicitur Marci 1 [27], quaenam doctrina haec nova? Quia in potestate spiritibus immundis imperat, et obediunt ei?

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