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16 giugno 11a Domenica del Tempo Ordinario

16 giugno 11a Domenica del Tempo Ordinario
12/12/2023 elena

16 giugno
11a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Ez 17,22-24)

   Così dice il Signore Dio: «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele.
   Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò».

Lo sviluppo della predicazione

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Marco,
c. 4, lez. 4, v. 30)

   TEOFILATTO: La parola della fede è piccolissima: Credi in Dio e sarai salvo. Ma la predicazione sparsa sulla terra si è dilatata ed è aumentata così che i volatili del cielo, ossia gli uomini contemplativi, e quelli alti per intelletto e conoscenza, abitano sotto di essa. Quanti sapienti fra i gentili infatti, lasciando la sapienza, riposarono sotto la predicazione del Vangelo? La predicazione infatti divenne la cosa più grande di tutte. CRISOSTOMO: E anche perché ciò che fu annunziato agli uomini in brevi discorsi, la sapienza che viene detta fra i perfetti lo dilatò sopra tutti i discorsi: poiché nulla è più grande di questa verità.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum,

c. 4, lect. 4, v. 30)

   Theophylactus. Parvissimum quidem est fidei verbum. Crede in Deum, et salvus eris. Sed sparsa super terram praedicatio dilatata est et augmentata, ita ut caeli volatilia, idest contemplativi homines, et alti intellectu, et cognitione, sub eo habitent. Quanti enim sapientes gentilium relinquentes sapientiam, sub praedicatione Evangelii requieverunt? Omnium igitur maior praedicatio facta est. Chrysostomus. Et etiam quia quod fuit hominibus in brevibus sermonibus nuntiatum, sapientia quae inter perfectos dicitur, dilatavit super omnes sermones: quia nihil maius est hac veritate.

Seconda lettura (2 Cor 5,6-10)

   Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.

Il giudizio

San Tommaso
(Sulla seconda lettera ai Corinzi,
c. 5, lez. 2, v. 10a, n. 171)

   v. 10a Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo. Qui sorgono due difficoltà. Primo, sembra che gli infedeli non si presentino al giudizio: infatti chi non crede è già giudicato, come si dice in Gv 3,18. Secondo, alcuni vi saranno come giudici (Mt 19,28): «Siederete anche voi su dodici troni…». Quindi non tutti si troveranno dinanzi al tribunale per essere giudicati.
   Risposta. Bisogna dire che nel giudizio ci saranno due cose, ossia l’emanazione della sentenza e la discussione dei meriti: e quanto a ciò non tutti saranno giudicati, poiché quanti hanno rinunziato totalmente a Satana e alle sue manifestazioni e in tutto aderirono a Cristo, non saranno sottoposti a discussione, poiché sono già fra gli dèi. Coloro poi che non aderirono a Cristo in alcun modo, né con la fede né con le opere, neppure essi hanno bisogno di discussione, poiché non hanno nulla in comune con Cristo. Invece quanti hanno in comune con Cristo qualche cosa, cioè la fede, ma in altre cose si sono allontanati da lui, ossia per opere cattive e desideri perversi, saranno sottoposti a discussione per le cose che hanno commesso contro Cristo. Per cui quanto a ciò solo i cristiani peccatori dovranno comparire davanti al tribunale di Cristo.
   Parimenti, vi sarà nel giudizio l’emanazione della sentenza, e quanto a ciò tutti dovranno comparire.
   Riguardo ai bambini la Glossa dice che non saranno giudicati per quello che hanno compiuto da se stessi, ma per quello che hanno compiuto attraverso altri, poiché credendo o non credendo attraverso di loro, furono o non furono battezzati. Oppure saranno condannati per il peccato del progenitore.

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Corinthios,

c. 5, lect. 2, v. 10a, n. 171)

   Sed contra hoc obiicitur dupliciter. Primo quia videtur quod infideles non venient ad iudicium, nam qui non credit iam iudicatus est, ut dicitur Io. 3,18. Secundo quia quidam erunt ibi ut iudices, Matth. 19,28: sedebitis super sedes, et cetera. Non ergo omnes erunt ante tribunal, ut iudicentur. Responsio. Dicendum quod in iudicio duo erunt, scilicet prolatio sententiae, et discussio meritorum, et quantum ad hoc non omnes iudicabuntur, quia illi qui totaliter abrenuntiaverunt Satanae et pompis eius, et per omnia adhaeserunt Christo, non discutientur, quia iam dii sunt. Illi vero, qui in nullo adhaeserunt Christo, nec per fidem, nec per opera, similiter non indigent discussione, quia nihil habent cum Christo; sed illi qui cum Christo aliquid habent, scilicet fidem, et in aliquo recesserunt a Christo, scilicet per mala opera et prava desideria, discutientur de his quae contra Christum commiserunt. Unde quantum ad hoc, soli christiani peccatores manifestabuntur ante tribunal Christi. Item, erit in iudicio prolatio sententiae, et quantum ad hoc omnes manifestabuntur. Sed de pueris non videtur, quia dicitur ut referat unusquisque propria corporis prout gessit; sed pueri nihil gesserunt in corpore, ergo, et cetera. Sed hoc solvit Glossa, quia non iudicabuntur pro his, quae ipsi gesserunt per se, sed de his quae gesserunt per alios, dum per eos crediderunt vel non crediderunt, baptizati vel non baptizati fuerunt. Vel damnabuntur pro peccato primi parentis.

Vangelo (Mc 4,26-34)

   In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
   Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
   Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Le parabole del regno

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Marco,
c. 4, lez. 4, vv. 31-34)

   TEOFILATTO: Ora, l’albero ha fatto grandi rami. Infatti gli Apostoli furono divisi come rami, alcuni a Roma, alcuni in India e alcuni in altre parti della terra. GIROLAMO: Oppure questo seme è minimo nel timore, ma grande nella carità, che è più grande di tutti i legumi, poiché Dio è carità, e ogni carne fieno. Fece poi dei rami di misericordia e compassione quando i poveri di Cristo, che sono gli animali del cielo, si dilettano di abitare sotto la sua ombra. BEDA: L’uomo che semina poi è ritenuto dai più il Salvatore stesso, da altri invece l’uomo che semina nel suo cuore. CRISOSTOMO: Poi Marco, godendo della brevità, nel mostrare la natura delle parabole aggiunge: Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. TEOFILATTO: Poiché infatti le folle non erano istruite, le istruisce partendo dai commestibili e da nomi consueti; e per questo aggiunge: Senza parabole non parlava loro, cosicché si muovessero per avvicinarlo e interrogarlo.
   Segue: ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa, cioè quanto gli domandavano non sapendolo, non puramente e semplicemente tutto, manifesto o non manifesto. GIROLAMO: Erano infatti degni di udire separatamente i misteri nel profondo coloro che, nel timore della sapienza, lontani dai tumulti dei cattivi pensieri, rimanevano nella solitudine delle virtù: la sapienza infatti viene percepita nel tempo del riposo.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum,

c. 4, lect. 4, vv. 31-34)

   Theophylactus. Ramos autem magnos fecit: quidam enim apostolorum in Romam, et quidam in Indiam, et quidam in alias terrae partes sunt divisi sicut rami. Hieronymus. Vel semen istud minimum est timore, magnum autem in caritate, quae est maior omnibus oleribus, quia Deus caritas est, et omnis caro foenum. Fecit autem ramos misericordiae et compassionis, cum sub umbra pauperes Christi, qui sunt caeli animalia, delectantur habitare. Beda. Homo autem qui seminat a plerisque Salvator ipse intelligitur, ab aliis autem ipse homo seminans in corde suo. Chrysostomus. Postea vero Marcus brevitate gaudens, ostendens parabolarum naturam, subiungit et talibus multis parabolis loquebatur eis verbum, prout poterant audire. Theophylactus. Quoniam enim turbae erant indoctae, a comestibilibus, et consuetis nominibus instruit eas; et propter hoc subdit sine parabola autem non loquebatur eis, ut scilicet moverentur ad accedendum et interrogandum. Sequitur seorsum autem discipulis suis disserebat omnia, scilicet de quibus interrogabant ut ignorantes, non simpliciter omnia tam manifesta, quam immanifesta. Hieronymus. Illi enim digni erant seorsum audire mysteria in penetrali, in timore sapientiae qui remoti a cogitationum malarum tumultibus in solitudine virtutum permanebant: sapientia enim in tempore otii percipitur.

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