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9 giugno 10a Domenica del Tempo Ordinario

9 giugno 10a Domenica del Tempo Ordinario
12/12/2023 elena

9 giugno
10a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Gen 3,9-15)

   Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio lo chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

Il demonio e il peccato

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 80, a. 1, corpo)

   Il peccato è un atto. Perciò una cosa può essere causa diretta del peccato nel modo in cui può esserlo di un atto. Ora, ciò avviene solo perché tale cosa muove ad agire il principio proprio di tale atto. Ma il principio proprio dell’atto peccaminoso è la volontà, essendo ogni peccato volontario. Quindi non può essere causa diretta del peccato se non ciò che può muovere la volontà ad agire. Ma la volontà, secondo le spiegazioni date sopra, può essere mossa da due cose soltanto: primo, dall’oggetto, nel senso che l’appetibile conosciuto muove l’appetito; secondo, da ciò che dall’interno inclina la volontà a volere. Ma sopra si è visto che questo compito è esclusivo o della volontà stessa, o di Dio. Dio però non può essere causa del peccato, come si è detto. Per cui da questo lato rimane che la sola volontà umana è la causa diretta del peccato. – Invece dal lato dell’oggetto è possibile pensare a una triplice mozione della volontà. Primo, dalla parte dell’oggetto stesso presentato: e in questo senso diciamo che il desiderio di mangiare viene eccitato dal cibo. Secondo, dalla parte di chi propone o presenta tale oggetto. Terzo, dalla parte di chi persuade a considerare un bene l’oggetto proposto: poiché anche costui propone in qualche modo alla volontà l’oggetto suo proprio, cioè il bene, vero o apparente. Perciò col primo tipo di mozione muovono la volontà a peccare le realtà sensibili presentate esternamente: con il secondo e col terzo invece possono spingere al peccato sia il demonio che l’uomo, o presentando qualcosa di appetibile ai sensi, o persuadendo la ragione. Ma in nessuno di questi tre modi una cosa può essere causa diretta del peccato: poiché la volontà non è mossa necessariamente dagli altri oggetti che non siano l’ultimo fine, come si è visto sopra: perciò non è causa efficace del peccato né l’oggetto esterno, né chi lo presenta, né chi se ne fa patrocinatore. Quindi il demonio è causa del peccato non in maniera diretta ed efficace, ma solo come patrocinatore o presentatore dell’oggetto appetibile.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 80, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod peccatum actus quidam est. Unde hoc modo potest esse aliquid directe causa peccati, per quem modum aliquis directe est causa alicuius actus. Quod quidem non contingit nisi per hoc quod proprium principium illius actus movet ad agendum. Proprium autem principium actus peccati est voluntas, quia omne peccatum est voluntarium. Unde nihil potest directe esse causa peccati, nisi quod potest movere voluntatem ad agendum. Voluntas autem, sicut supra dictum est, a duobus moveri potest, uno modo, ab obiecto, sicut dicitur quod appetibile apprehensum movet appetitum; alio modo, ab eo quod interius inclinat voluntatem ad volendum. Hoc autem non est nisi vel ipsa voluntas, vel Deus, ut supra ostensum est. Deus autem non potest esse causa peccati, ut dictum est. Relinquitur ergo quod ex hac parte sola voluntas hominis sit directe causa peccati eius. Ex parte autem obiecti, potest intelligi quod aliquid moveat voluntatem tripliciter. Uno modo, ipsum obiectum propositum, sicut dicimus quod cibus excitat desiderium hominis ad comedendum. Alio modo, ille qui proponit vel offert huiusmodi obiectum. Tertio modo, ille qui persuadet obiectum propositum habere rationem boni, quia et hic aliqualiter proponit proprium obiectum voluntati, quod est rationis bonum verum vel apparens. Primo igitur modo, res sensibiles exterius apparentes movent voluntatem hominis ad peccandum, secundo autem et tertio modo, vel diabolus, vel etiam homo, potest incitare ad peccandum, vel offerendo aliquid appetibile sensui, vel persuadendo rationi. Sed nullo istorum trium modorum potest aliquid esse directa causa peccati, quia voluntas non ex necessitate movetur ab aliquo obiecto nisi ab ultimo fine, ut supra dictum est; unde non est sufficiens causa peccati neque res exterius oblata, neque ille qui eam proponit, neque ille qui persuadet. Unde sequitur quod diabolus non sit causa peccati directe et sufficienter; sed solum per modum persuadentis, vel proponentis appetibile.

Seconda lettura (2 Cor 4,13-5,1)

   Fratelli, animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne. Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli.

Le tribolazioni della vita presente

San Tommaso
(S. Th. III, q. 69, a. 3, corpo)

   Il battesimo ha la virtù di togliere le penalità della vita presente: tuttavia non le toglie nella vita presente, ma grazie ad esso i santi ne verranno liberati il giorno della risurrezione, quando questo corpo corruttibile sarà rivestito di incorruttibilità, come è detto in 1 Cor 15 [54]. Ed è giusto che sia così. Primo, perché col battesimo l’uomo viene incorporato a Cristo e diventa suo membro, come si è detto sopra. È quindi conveniente che nelle membra incorporate si compia ciò che si è compiuto nel capo. Ora, Cristo fin dal principio del suo concepimento fu pieno di grazia e di verità, però ebbe un corpo passibile, che fu risuscitato alla vita gloriosa passando attraverso la passione e la morte. Allo stesso modo dunque il cristiano riceve nel battesimo la grazia per la sua anima, ma conserva un corpo passibile con il quale possa soffrire per Cristo; alla fine però tale corpo sarà risuscitato a una vita impassibile. Per cui S. Paolo dice: Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi (Rm 8,11). E poco dopo aggiunge: Eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria (Rm 8,17). – Secondo, ciò è conveniente per l’esercizio della vita spirituale: in modo cioè che l’uomo combattendo contro la concupiscenza e le altre penalità, ottenga la corona della vittoria. E in proposito la Glossa, commentando Rm 6 [6]: Perché fosse distrutto il corpo del peccato, scrive: «Se dopo il battesimo l’uomo continua a vivere in questa terra, ha la concupiscenza da combattere e da vincere con l’aiuto di Dio». E tale combattimento fu così prefigurato in Gdc 3 [1]: Sono queste le nazioni che il Signore risparmiò allo scopo di mettere alla prova gli Israeliti per mezzo loro, affinché imparassero a combattere contro i nemici e si abituassero alla guerra. – Terzo, ciò era conveniente perché gli uomini non andassero al battesimo in vista dell’immunità dal dolore nella vita presente, piuttosto che per la gloria della vita eterna. Per cui S. Paolo dice: Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini (1 Cor 15,19).

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 69, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod baptismus habet virtutem auferendi poenalitates praesentis vitae, non tamen eas aufert in praesenti vita, sed eius virtute auferentur a iustis in resurrectione, quando mortale hoc induet immortalitatem, ut dicitur 1 Cor. 15 [54]. Et hoc rationabiliter. Primo quidem, quia per Baptismum homo incorporatur Christo et efficitur membrum eius, ut supra dictum est. Et ideo conveniens est ut id agatur in membro incorporato quod est actum in capite. Christus autem a principio suae conceptionis fuit plenus gratia et veritate, habuit tamen corpus passibile, quod per passionem et mortem est ad vitam gloriosam resuscitatum. Unde et christianus in baptismo gratiam consequitur quantum ad animam, habet tamen corpus passibile, in quo pro Christo possit pati; sed tandem resuscitabitur ad impassibilem vitam. Unde apostolus dicit, Rom. 8 [11], qui suscitavit Iesum Christum a mortuis, vivificabit et mortalia corpora nostra, propter inhabitantem Spiritum eius in nobis. Et infra eodem, heredes quidem Dei, coheredes autem Christi, si tamen compatimur, ut et simul glorificemur. Secundo, hoc est conveniens propter spirituale exercitium, ut videlicet contra concupiscentiam et alias passibilitates pugnans homo victoriae coronam acciperet. Unde super illud Rom. 6 [6], ut destruatur corpus peccati, dicit Glossa, si post baptismum vixerit homo in carne, habet concupiscentiam cum qua pugnet, eamque, adiuvante Deo, superet. In cuius figura dicitur Iudic. 3 [1], hae sunt gentes quas Dominus dereliquit ut erudiret in eis Israelem, et postea discerent filii eorum certare cum hostibus, et habere consuetudinem praeliandi. Tertio, hoc fuit conveniens ne homines ad baptismum accederent propter impassibilitatem praesentis vitae, et non propter gloriam vitae aeternae. Unde et apostolus dicit, 1 Cor. 15 [19], si in hac vita tantum sperantes sumus in Christo, miserabiliores sumus omnibus hominibus.

Vangelo (Mc 3,20-35)

   In quel tempo, Gesù venne con i suoi discepoli in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo». Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

La bestemmia
contro lo Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 14, a. 1, corpo)

   Del peccato o bestemmia contro lo Spirito Santo si possono dare tre spiegazioni. Infatti gli antichi santi dottori, cioè Atanasio, Ilario, Ambrogio, Girolamo e il Crisostomo, dicono che si ha il peccato contro lo Spirito Santo quando letteralmente si pronunzia una bestemmia contro lo Spirito Santo: sia che Spirito Santo sia preso come nome essenziale che conviene a tutta la Trinità, di cui ciascuna persona è spirito ed è santa, sia che sia preso come nome personale di una persona divina. E in base a ciò la bestemmia contro lo Spirito Santo è distinta (Mt 12,32) da quella contro il Figlio dell’uomo. Infatti Cristo agiva in certi casi umanamente, mangiando, bevendo e facendo molteplici cose del genere, e in altri casi divinamente, cioè scacciando i demoni, risuscitando i morti, e così via; operazioni queste che egli compiva in virtù della sua divinità, e per opera dello Spirito Santo, del quale la sua umanità era ripiena. Ora, gli Ebrei prima avevano bestemmiato contro il Figlio dell’uomo, dicendo che era un mangione, un beone, e un amico dei pubblicani (Mt 11,19). Poi invece bestemmiarono contro lo Spirito Santo, quando attribuirono al principe dei demoni i prodigi che egli compiva con la virtù della propria divinità, e per opera dello Spirito Santo [cf. Mt 12,24]. E per questo si dice che bestemmiavano contro lo Spirito Santo. – Invece S. Agostino scrive che la bestemmia o peccato contro lo Spirito Santo, è l’impenitenza finale, cioè l’ostinazione nel peccato mortale fino alla morte. E questa bestemmia è pronunciata non solo con le parole della bocca, ma anche con quelle del cuore e delle opere, e non con un atto solo, ma con molti. Ora tale bestemmia, presa in questo senso, si dice che è contro lo Spirito Santo perché è contro la remissione dei peccati, che viene compiuta dallo Spirito Santo, il quale è la carità del Padre e del Figlio. E il Signore disse quelle parole agli Ebrei non perché essi avessero peccato contro lo Spirito Santo – poiché non avevano ancora consumato l’impenitenza finale –, ma per ammonirli, perché parlando in quel modo non arrivassero a peccare contro lo Spirito Santo. E così si spiegano le parole che leggiamo in Mc dopo quell’espressione [3,29]: Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo … Poiché dicevano: “è posseduto da uno spirito immondo” [3,30]. – Altri ancora spiegano la cosa diversamente, dicendo che il peccato o bestemmia contro lo Spirito Santo si ha quando uno pecca contro il bene appropriato allo Spirito Santo, al quale è appropriata la bontà come la potenza è appropriata al Padre e la sapienza al Figlio. Perciò essi dicono che si ha il peccato contro il Padre quando si pecca per debolezza, contro il Figlio invece quando si pecca per ignoranza, contro lo Spirito Santo infine quando si pecca per malizia, volendo il male per se stesso, secondo le spiegazioni da noi date in precedenza. E ciò può avvenire in due modi. Primo, per l’inclinazione degli abiti viziosi, che è denominata malizia: e peccare per malizia in questo senso non è lo stesso che peccare contro lo Spirito Santo. Secondo, per il disprezzo col quale si abbandona e si esclude ciò che poteva impedire la decisione di peccare: come la speranza viene esclusa dalla disperazione, il timore dalla presunzione e così via, come vedremo in seguito. Ora, tutte queste cose che impediscono la decisione di peccare sono prodotte in noi dallo Spirito Santo. Perciò peccare per malizia in questo modo è peccare contro lo Spirito Santo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 14, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod de peccato seu blasphemia in Spiritum Sanctum tripliciter aliqui loquuntur. Antiqui enim doctores, scilicet Athanasius, Hilarius, Ambrosius, Hieronymus et Chrysostomus dicunt esse peccatum in Spiritum Sanctum quando, ad litteram, aliquid blasphemum dicitur contra Spiritum Sanctum, sive Spiritus Sanctus accipiatur secundum quod est nomen essentiale conveniens toti Trinitati, cuius quaelibet persona et spiritus est et sanctus; sive prout est nomen personale unius in Trinitate personae. Et secundum hoc distinguitur, Matth. 12 [32] blasphemia in Spiritum Sanctum contra blasphemiam in Filium hominis. Christus enim operabatur quaedam humanitus, comedendo, bibendo et alia huiusmodi faciendo; et quaedam divinitus, scilicet daemones eiiciendo, mortuos suscitando, et cetera huiusmodi; quae quidem agebat et per virtutem propriae divinitatis, et per operationem Spiritus Sancti, quo secundum humanitatem erat repletus. Iudaei autem primo quidem dixerant blasphemiam in Filium hominis, cum dicebant eum voracem, potatorem vini et publicanorum amatorem, ut habetur Matth. 11 [19]. Postmodum autem blasphemaverunt in Spiritum Sanctum, dum opera quae ipse operabatur virtute propriae divinitatis et per operationem Spiritus Sancti, attribuebant principi daemoniorum. Et propter hoc dicuntur in Spiritum Sanctum blasphemasse. – Augustinus autem, in libro De verb. Dom., blasphemiam vel peccatum in Spiritum Sanctum dicit esse finalem impoenitentiam, quando scilicet aliquis perseverat in peccato mortali usque ad mortem. Quod quidem non solum verbo oris fit, sed etiam verbo cordis et operis, non uno sed multis. Hoc autem verbum, sic acceptum, dicitur esse contra Spiritum Sanctum, quia est contra remissionem peccatorum, quae fit per Spiritum Sanctum, qui est caritas Patris et Filii. Nec hoc Dominus dixit Iudaeis quasi ipsi peccarent in Spiritum Sanctum, nondum enim erant finaliter impoenitentes. Sed admonuit eos ne, taliter loquentes, ad hoc pervenirent quod in Spiritum Sanctum peccarent. Et sic intelligendum est quod dicitur Marc. 3 [29], ubi, postquam dixerat, qui blasphemaverit in Spiritum Sanctum etc., subiungit [30] Evangelista quoniam dicebant, spiritum immundum habet. – Alii vero aliter accipiunt, dicentes peccatum vel blasphemiam in Spiritum Sanctum esse quando aliquis peccat contra appropriatum bonum Spiritus Sancti, cui appropriatur bonitas, sicut Patri appropriatur potentia et Filio sapientia. Unde peccatum in Patrem dicunt esse quando peccatur ex infirmitate; peccatum autem in Filium, quando peccatur ex ignorantia; peccatum autem in Spiritum Sanctum, quando peccatur ex certa malitia, idest ex ipsa electione mali, ut supra [I-II q. 78 aa. 1.3] expositum est. Quod quidem contingit dupliciter. Uno modo, ex inclinatione habitus vitiosi, qui malitia dicitur, et sic non est idem peccare ex malitia quod peccare in Spiritum Sanctum. Alio modo contingit ex eo quod per contemptum abiicitur et removetur id quod electionem peccati poterat impedire, sicut spes per desperationem, et timor per praesumptionem, et quaedam alia huiusmodi, ut infra [a. 2] dicetur. Haec autem omnia quae peccati electionem impediunt, sunt effectus Spiritus Sancti in nobis. Et ideo sic ex malitia peccare est peccare in Spiritum Sanctum.

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