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7 giugno – venerdì Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

7 giugno – venerdì Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
12/12/2023 elena

7 giugno – venerdì
Solennità del
Sacratissimo Cuore di Gesù

Prima lettura (Os 11,1.3-4.8-9)

   Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira.

L’amore in Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 20, a. 1, in contrario e corpo)

   In 1 Gv è detto: Dio è amore.
   È necessario ammettere l’amore in Dio. Infatti l’amore è il primo moto della volontà e di qualsiasi facoltà appetitiva. Ora, l’atto della volontà e di qualsiasi appetito tende, come al proprio oggetto, al bene e al male; ma siccome il bene è l’oggetto principale e diretto della volontà e dell’appetito, mentre il male ne è l’oggetto secondario e indiretto, cioè in quanto è l’opposto del bene, bisogna che gli atti appetitivi e volitivi riguardanti il bene abbiano una priorità naturale su quelli che concernono il male: il gaudio, per es., precederà la tristezza, e l’amore verrà prima dell’odio. Infatti ciò che è di per sé precede sempre quanto dipende da altro. Ancora. Ciò che è più generico ed esteso ha una priorità naturale; infatti l’intelletto dice innanzi tutto ordine alla verità in generale, piuttosto che a questa o a quell’altra verità. Ora, vi sono degli atti della volontà e dell’appetito che riguardano il bene sotto una speciale condizione: come la gioia e il piacere riguardano un bene presente e posseduto, e il desiderio e la speranza un bene non ancora posseduto. L’amore, invece, riguarda il bene in generale, posseduto o non posseduto. Quindi l’amore è naturalmente il primo atto della volontà e dell’appetito. Ed è per questo che tutti gli altri moti dell’appetito suppongono l’amore, quale prima radice. Non si desidera infatti se non il bene che si ama, e non si gioisce che del bene amato. E anche l’odio non ha altro oggetto che quanto contrasta con la cosa amata. E così pure è evidente che la tristezza e le altre passioni si richiamano all’amore come al loro primo principio. In qualunque essere quindi si trovi la volontà o l’appetito, lì necessariamente vi è l’amore: perché se si toglie ciò che è primo, tutto il resto scompare. Ora, sopra abbiamo dimostrato che in Dio c’è la volontà. Quindi in lui bisogna porre l’amore.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 20, a. 1, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur 1 Ioan. 4, Deus caritas est.
   Respondeo dicendum quod necesse est ponere amorem in Deo. Primus enim motus voluntatis, et cuiuslibet appetitivae virtutis, est amor. Cum enim actus voluntatis, et cuiuslibet appetitivae virtutis tendat in bonum et malum, sicut in propria obiecta; bonum autem principalius et per se est obiectum voluntatis et appetitus, malum autem secundario et per aliud, inquantum scilicet opponitur bono, oportet naturaliter esse priores actus voluntatis et appetitus qui respiciunt bonum, his qui respiciunt malum; ut gaudium quam tristitia, et amor quam odium. Semper enim quod est per se, prius est eo quod est per aliud. Rursus, quod est communius, naturaliter est prius, unde et intellectus per prius habet ordinem ad verum commune, quam ad particularia quaedam vera. Sunt autem quidam actus voluntatis et appetitus, respicientes bonum sub aliqua speciali conditione, sicut gaudium et delectatio est de bono praesenti et habito; desiderium autem et spes, de bono nondum adepto. Amor autem respicit bonum in communi, sive sit habitum, sive non habitum. Unde amor naturaliter est primus actus voluntatis et appetitus. Et propter hoc, omnes alii motus appetitivi praesupponunt amorem, quasi primam radicem. Nullus enim desiderat aliquid, nisi bonum amatum, neque aliquis gaudet, nisi de bono amato. Odium etiam non est nisi de eo quod contrariatur rei amatae. Et similiter tristitiam, et cetera huiusmodi, manifestum est in amorem referri, sicut in primum principium. Unde in quocumque est voluntas vel appetitus, oportet esse amorem, remoto enim primo, removentur alia. Ostensum est autem [q. 19 a. 1] in Deo esse voluntatem. Unde necesse est in eo ponere amorem.

Seconda lettura (Ef 3,8-12.14-19)

   Fratelli, a me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui. Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

Sublimità dell’amore di Cristo

San Tommaso
(Sulla lettera agli Efesini,
c. 3, lez. 5, v. 19)

   Conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza. Occorre sapere che tutto quanto c’è nel mistero della redenzione umana e dell’incorruzione di Cristo è tutto opera della carità. Infatti, che si sia incarnato procede dalla carità. Sopra 2,4: «Per il grande amore con il quale ci ha amato». E che sia morto, anche questo procede dalla carità. Gv 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici»; più sotto, 5,2: «Cristo ci ha amato, e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore». Per cui S. Gregorio dice: «O inestimabile amore di carità, che hai consegnato il figlio per riscattare lo schiavo!». Quindi conoscere la carità di Cristo è conoscere tutti i misteri dell’incarnazione di Cristo e della nostra redenzione, che procedettero dall’immensa carità di Dio, che supera ogni intelletto creato e ogni scienza, poiché è incomprensibile per il pensiero. Per cui dice: che supera ogni conoscenza, cioè naturale, e ogni intelletto creato. Fil 4,7: «E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza». La carità di Cristo, cioè che Dio Padre ha prodotto per mezzo di Cristo. 2 Cor 5,19: «Era Dio che riconciliava a sé il mondo in Cristo».

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Ephesios,

c. 3, lect. 5, v. 19)

   Scire etiam supereminentem scientiae, et cetera. Ubi sciendum est quod quidquid est in mysterio redemptionis humanae et incarnationis Christi, totum est opus charitatis. Nam quod incarnatum est, ex charitate processit. Supra 2,4: propter nimiam charitatem suam qua dilexit nos, et cetera. Quia vero mortuus fuit, ex charitate processit Io. 15,13: maiorem hac dilectionem nemo habet, etc.; infra 5,2: Christus dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis oblationem et hostiam Deo. Propter hoc dicit Gregorius: o inaestimabilis dilectio charitatis. Ut servum redimeres, filium tradidisti. Et ideo scire charitatem Christi, est scire omnia mysteria incarnationis Christi et redemptionis nostrae, quae ex immensa charitate Dei processerunt, quae quidem charitas excedit omnem intellectum creatum et omnium scientiam, cum sit incomprehensibilis cogitatu. Et ideo dicit supereminentem scientiae, scilicet naturali et omnem intellectum creatum excedentem, Phil. 4,7: et pax Dei, quae exsuperat omnem sensum; charitatem Christi, id est, quam Deus Pater fecit per Christum. 2 Cor. 5,19: Deus erat in Christo mundum reconcilians sibi.

Vangelo (Gv 19,31-37)

   Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

La trafittura del cuore

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Giovanni,
c. 19, lez. 5, IV, v. 34)

   Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. È significativo che dica aprì, e non «ferì», poiché da questo lato ci è aperta la porta della vita eterna. Ap 4,1: «Dopo di ciò vidi una porta aperta. Questa è la porta a lato dell’arca, attraverso la quale entrano gli animali che non sarebbero periti nel diluvio (Gen 7)».
   Ma questa porta è causa di salvezza, per cui subito ne uscì sangue e acqua, il che è assai miracoloso: che dal corpo di un morto, in cui il sangue è congelato, esca del sangue. Ma se qualcuno dicesse che ciò accadde per un certo calore che era rimasto ancora nel corpo, tuttavia per il flusso dell’acqua non si può negare che ci sia stato un miracolo, dato che l’acqua che usciva era purissima.
   E ciò accadde affinché Cristo mostrasse ciò che era, cioè vero uomo. Infatti nell’uomo c’è una duplice composizione, una di elementi e l’altra di umori. Uno degli elementi è l’acqua, e fra gli umori prevale il sangue.
   Parimenti ciò avvenne per mostrare che attraverso la passione di Cristo otteniamo una piena abluzione, cioè dai peccati e dalle macchie. Dai peccati certamente per il sangue, che è il prezzo della nostra redenzione. 1 Pt 1,18: «Non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia». Dalle macchie poi per l’acqua, che è il lavacro della nostra rigenerazione. Ez 36,25: «Effonderò sopra di voi un’acqua monda, e sarete purificati da tutte le vostre iniquità». Zc 13,1: «In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità». Così queste due cose appartengono in modo speciale a due sacramenti: l’acqua al sacramento del battesimo, il sangue all’eucaristia. Oppure ambedue appartengono all’eucaristia, poiché nel sacramento dell’eucaristia si mescola l’acqua con il vino; sebbene l’acqua non sia essenziale al sacramento.
   Ciò conviene anche alla prefigurazione: poiché come dal fianco di Cristo dormiente sulla croce sgorgarono sangue e acqua, con cui viene consacrata la Chiesa, così dal fianco di Adamo dormiente fu formata la donna, che prefigurava la Chiesa.

Testo latino di San Tommaso
(In Ioannem, c. 19, lect. 5, IV, v. 34)

   Unus militum lancea latus eius aperuit. Et signanter dicit aperuit, non vulneravit; quia per hoc latus, aperitur nobis ostium vitae aeternae. Apoc. 4,1: post hoc vidi ostium apertum. Hoc est ostium in latere arcae, per quod intrant animalia diluvio non peritura: Gen. 7. Sed hoc ostium est causa salutis, unde continuo exivit sanguis et aqua, quod est valde miraculosum, ut de corpore mortui, in quo est congelatus sanguis, sanguis exeat. Sed si quis dicat, quod hoc contigit propter calorem aliquem qui adhuc in corpore remanserat, fluxus autem aquae inficiari non potest, quin miraculosus existat, cum aqua exiens purissima fuerit. Quod quidem factum est ut Christus ostenderet id quod erat, scilicet verus homo. In homine enim est duplex compositio: una scilicet ex elementis, alia ex humoribus. Unum elementorum est aqua; inter humores autem praecipuus est sanguis. Item hoc factum est ad ostendendum quod per passionem Christi plenam ablutionem consequimur, a peccatis scilicet et maculis. A peccatis quidem per sanguinem, qui est pretium nostrae redemptionis. 1 Petr. 1,18: non corruptibilibus auro et argento redempti estis de vana vestra conversatione; sed pretioso sanguine quasi agni incontaminati et immaculati Christi. A maculis vero per aquam quae est lavacrum nostrae regenerationis. Ez. c. 36,25: effundam super vos aquam mundam; et mundabimini ab omnibus inquinamentis vestris; Zach. 13,1: erit fons patens domui David et habitatoribus Ierusalem in ablutionem peccatoris et menstruatae. Et ideo haec duo specialiter pertinent ad duo sacramenta: aqua ad sacramentum Baptismi, ad Eucharistiam sanguis. Vel utrumque pertinet ad Eucharistiam, quia in sacramento Eucharistiae miscetur aqua cum vino; quamvis aqua non sit de substantia sacramenti. Competit etiam hoc figurae: quia sicut de latere Christi dormientis in cruce fluxit sanguis et aqua, quibus consecratur Ecclesia; ita de latere Adae dormientis formata est mulier, quae ipsam Ecclesiam praefigurabat.

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