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28 aprile 5a Domenica di Pasqua

28 aprile 5a Domenica di Pasqua
11/12/2023 elena

28 aprile
5a Domenica di Pasqua

Prima lettura (At 9,26-31)

   In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

La pace frutto della carità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 29, a. 3, corpo)

   Il concetto di pace, come si è detto, implica due tipi di unificazione: la prima riguardante il coordinamento dei propri appetiti, la seconda riguardante la fusione dei propri appetiti con quelli altrui. E tutte e due queste unificazioni sono compiute dalla carità. La prima per il fatto che con essa si ama Dio con tutto il cuore, cioè in modo da rivolgere a lui ogni cosa: e così tutti i nostri desideri sono rivolti a un solo oggetto. La seconda invece per il fatto che amiamo il prossimo come noi stessi: dal che risulta che uno vuole compiere la volontà del prossimo come la propria. Per questo tra i requisiti dell’amicizia c’è anche l’identità della scelta, come insegna Aristotele; e Cicerone scrive che «gli amici hanno un identico volere e non volere».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 29, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod duplex unio est de ratione pacis, sicut dictum est, quarum una est secundum ordinationem propriorum appetituum in unum; alia vero est secundum unionem appetitus proprii cum appetitu alterius. Et utramque unionem efficit caritas. Primam quidem unionem, secundum quod Deus diligitur ex toto corde, ut scilicet omnia referamus in ipsum, et sic omnes appetitus nostri in unum feruntur. Aliam vero, prout diligimus proximum sicut nosipsos, ex quo contingit quod homo vult implere voluntatem proximi sicut et sui ipsius. Et propter hoc inter amicabilia unum ponitur identitas electionis, ut patet in 9 Ethic.; et Tullius dicit, in libro De amicitia, quod amicorum est idem velle et nolle.

Seconda lettura (1 Gv 3,18-24)

   Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

La mutua inerenza
come effetto dell’amore

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 28, a. 2, in contrario e corpo)

   In 1 Gv è detto: Chi sta nell’amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui. Ma la carità è l’amore di Dio. Quindi, per lo stesso motivo, qualsiasi amore fa sì che l’amato sia nell’amante, e viceversa.
   Questo effetto della mutua intimità o inerenza può essere considerato sia in rapporto alla potenza conoscitiva, sia in rapporto alla potenza appetitiva. Rispetto alla prima si dice che l’amato è in chi lo ama in quanto viene a trovarsi nella sua conoscenza, secondo l’espressione di S. Paolo in Fil: perché vi porto nel cuore. – Si dice invece che l’amante è nell’amato, sempre rispetto alla conoscenza, perché chi ama non si accontenta di una conoscenza superficiale dell’amato, ma cerca di capire intimamente tutto ciò che lo concerne, e di penetrare così nella sua intimità. E in questo senso si dice dello Spirito Santo, che è l’amore di Dio, che scruta anche le profondità di Dio (1 Cor). – Per quanto riguarda invece la potenza appetitiva si dice che l’amato è in chi lo ama perché viene a trovarsi nell’affetto di quest’ultimo mediante una certa compiacenza. E in questo caso chi ama gode dell’amato, o dei suoi beni, in loro presenza; oppure, in loro assenza, tende col desiderio all’amato con amore di concupiscenza, o ai beni che desidera per l’amato con amore di amicizia: e questo non in dipendenza da una causa estrinseca, come quando uno desidera una cosa in vista di un’altra, o vuole del bene a una persona per altri fini, ma in forza della compiacenza interiormente radicata nei riguardi dell’amato. Si dice infatti che l’amore è intimo; e si parla di «viscere di carità». – Viceversa anche chi ama è nell’amato: in un modo nell’amore di concupiscenza e in un altro in quello di amicizia. Infatti l’amore di concupiscenza non si ferma a un conseguimento o a una fruizione estrinseca e superficiale dell’oggetto, ma cerca di possederlo perfettamente, come per raggiungerne l’intimità. Invece nell’amore di amicizia chi ama si trova nell’amato in quanto considera il bene e il male, come pure la volontà stessa dell’amico, come cose sue proprie, così da sembrare che egli stesso senta e subisca il bene o il male nel proprio amico. E per questo è caratteristica degli amici «volere le stesse cose, e delle medesime dolersi o godere», come dice il Filosofo. E così colui che ama, per il fatto che considera sue proprie le cose dell’amico, sembra essere nell’amato, e come identificato con lui. In quanto invece uno vuole e agisce per l’amico come per se stesso, considerandolo una cosa sola con se stesso, è piuttosto l’amato che viene a trovarsi nell’amante. – C’è poi un terzo modo di intendere questa intimità nell’amore di amicizia, secondo una rispondenza di affetti: in quanto cioè gli amici si amano reciprocamente, e vicendevolmente si vogliono e si fanno del bene.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 28, a. 2, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur 1 Ioan. 4 [16], qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. Caritas autem est amor Dei. Ergo, eadem ratione, quilibet amor facit amatum esse in amante, et e converso.
   Respondeo dicendum quod iste effectus mutuae inhaesionis potest intelligi et quantum ad vim apprehensivam, et quantum ad vim appetitivam. Nam quantum ad vim apprehensivam amatum dicitur esse in amante, inquantum amatum immoratur in apprehensione amantis; secundum illud Phil. 1 [7], eo quod habeam vos in corde. Amans vero dicitur esse in amato secundum apprehensionem inquantum amans non est contentus superficiali apprehensione amati, sed nititur singula quae ad amatum pertinent intrinsecus disquirere, et sic ad interiora eius ingreditur. Sicut de Spiritu Sancto, qui est amor Dei, dicitur, 1 ad Cor. 2 [10], quod scrutatur etiam profunda Dei. – Sed quantum ad vim appetitivam, amatum dicitur esse in amante, prout est per quandam complacentiam in eius affectu, ut vel delectetur in eo, aut in bonis eius, apud praesentiam; vel in absentia, per desiderium tendat in ipsum amatum per amorem concupiscentiae; vel in bona quae vult amato, per amorem amicitiae; non quidem ex aliqua extrinseca causa, sicut cum aliquis desiderat aliquid propter alterum, vel cum aliquis vult bonum alteri propter aliquid aliud; sed propter complacentiam amati interius radicatam. Unde et amor dicitur intimus; et dicuntur viscera caritatis. – E converso autem amans est in amato aliter quidem per amorem concupiscentiae, aliter per amorem amicitiae. Amor namque concupiscentiae non requiescit in quacumque extrinseca aut superficiali adeptione vel fruitione amati, sed quaerit amatum perfecte habere, quasi ad intima illius perveniens. In amore vero amicitiae, amans est in amato, inquantum reputat bona vel mala amici sicut sua, et voluntatem amici sicut suam, ut quasi ipse in suo amico videatur bona vel mala pati, et affici. Et propter hoc, proprium est amicorum eadem velle, et in eodem tristari et gaudere secundum philosophum, in 9 Ethic. et in 2 Rhet. Ut sic, inquantum quae sunt amici aestimat sua, amans videatur esse in amato, quasi idem factus amato. Inquantum autem e converso vult et agit propter amicum sicut propter seipsum, quasi reputans amicum idem sibi, sic amatum est in amante. – Potest autem et tertio modo mutua inhaesio intelligi in amore amicitiae, secundum viam redamationis, inquantum mutuo se amant amici, et sibi invicem bona volunt et operantur.

Vangelo (Gv 15,1-8)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Rimanere in Gesù

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Giovanni,
c. 15, lez. 1, V, v. 5)

   Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Rimanere in me non solo è necessario all’uomo perché fruttifichi, ma è anche efficace; poiché chi rimane in me, credendo, obbedendo, perseverando, e io in lui, illuminandolo, aiutandolo, donandogli la perseveranza, questi, e non un altro, porta molto frutto.
   Porta, dico, un triplice frutto in questa vita. Il primo è di astenersi dai peccati; Is 27,4: «Questo è tutto il frutto, che venga tolto il peccato». Il secondo è di dedicarsi alle opere della santità; Rm 6,22: «Avete il vostro frutto nella santificazione, ecc.». Il terzo è di darsi alla santificazione degli altri; Sal 103,13: «Del frutto delle tue opere si sazierà la terra». Porta anche un quarto frutto nella vita eterna; sopra, 4,36: «Raccoglie frutto per la vita eterna». Questo è l’ultimo e perfetto frutto delle nostre opere; Sap 3,15: «Il frutto delle opere buone è glorioso».
   La ragione poi di questa efficacia sta nel fatto che senza di me non potete far nulla. Con cui istruisce il cuore degli umili e chiude la bocca dei superbi, soprattutto dei Pelagiani, i quali dicono che le buone opere delle virtù e della legge possono farle da se stessi, senza l’aiuto di Dio; e con ciò, mentre vogliono affermare il libero arbitrio, lo fanno piuttosto precipitare.
   Ecco infatti che il Signore dice qui che senza di lui non solo non possiamo fare le grandi opere, ma nemmeno le piccole, anzi, non possiamo fare nulla. E non c’è da meravigliarsi, perché nemmeno Dio fa qualcosa senza di lui; sopra, 1,3: «Senza di lui nulla fu fatto». Infatti le nostre opere sono fatte o in virtù della natura o in virtù della grazia divina. Se in virtù della natura, essendo ogni moto della natura dipendente dallo stesso Verbo di Dio, nessuna natura può muoversi a fare qualcosa senza di lui. Se poi in virtù della grazia, essendo egli l’autore della grazia, poiché «la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo», come si dice sopra (1,17), è chiaro che nessun’opera meritoria può essere fatta senza di lui; 2 Cor 3,5: «Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio». Se dunque non possiamo nemmeno pensare se non in dipendenza da Dio, molto meno lo potremo quanto alle altre cose.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 15, lect. 1, V, v. 5)

   Qui manet in me, credendo, obediendo, perseverando, et ego in eo, illuminando, subveniendo, perseverantiam dando, hic, et non alius, fert fructum multum. Fert, inquam, triplicem fructum in vita ista. Primus est abstinere a peccatis; Is. 27, v. 4: hic est omnis fructus, ut tollatur peccatum. Secundus est vacare operibus sanctitatis; Rom. 6,22: habetis fructum vestrum in sanctificatione et cetera. Tertius fructus est vacare aedificationi aliorum; Ps. 103,13: de fructu operum tuorum satiabitur terra. Fert etiam quartum fructum in vita aeterna; supra 4,36: fructum congregat in vitam aeternam. Hic est ultimus et perfectus fructus laborum nostrorum; Sap. 3,15: bonorum laborum gloriosus est fructus. Ratio autem huius efficaciae est, quia sine me nihil potestis facere. In quo et corda instruit humilium, et ora obstruit superborum, et praecipue Pelagianorum, qui dicunt bona opera virtutum et legis sine Dei adiutorio ex seipsis facere posse: in quo dum liberum arbitrium asserere volunt, eum magis praecipitant. Ecce enim Dominus hic dicit, quod sine ipso non solum magna, sed nec minima, immo nihil facere possumus. Nec mirum quia nec Deus sine ipso aliquid facit; supra, 1,3: sine ipso factum est nihil. Opera enim nostra aut sunt virtute naturae, aut ex gratia divina. Si virtute naturae, cum omnes motus naturae sint ab ipso Verbo Dei, nulla natura ad aliquid faciendum moveri potest sine ipso. Si vero virtute gratiae: cum ipse sit auctor gratiae, quia gratia et veritas per Iesum Christum facta est, ut dicitur supra 1, v. 17: manifestum est quod nullum opus meritorium sine ipso fieri potest; 2 Cor. 3, v. 5: non quod sufficientes simus aliquid cogitare ex nobis quasi ex nobis; sed sufficientia nostra ex Deo est. Si ergo nec etiam cogitare possumus nisi ex Deo, multo minus nec alia.

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