Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

25 aprile – giovedì Festa di San Marco evangelista

25 aprile – giovedì Festa di San Marco evangelista
11/12/2023 elena

25 aprile – giovedì
Festa di San Marco evangelista

Prima lettura (1 Pt 5,5-14)

   Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo. E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, egli stesso, dopo che avrete un poco sofferto, vi ristabilirà, vi confermerà, vi rafforzerà, vi darà solide fondamenta. A lui la potenza nei secoli. Amen! Vi ho scritto brevemente per mezzo di Silvano, che io ritengo fratello fedele, per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! Vi saluta la comunità che vive in Babilonia, e anche Marco, figlio mio. Salutatevi l’un l’altro con un bacio d’amore fraterno. Pace a voi tutti che siete in Cristo!

Dio resiste ai superbi

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 162, a. 6, corpo)

   Due sono gli aspetti del peccato: la conversione, o adesione al bene creato, che è l’aspetto materiale della colpa; e l’abbandono del bene increato, che ne è l’aspetto formale e costitutivo. Ora, la superbia sotto l’aspetto dell’adesione non è il peccato più grave: poiché la grandezza, a cui essa aspira disordinatamente, non ha in se stessa la massima incompatibilità con la virtù. Invece sotto l’aspetto dell’allontanamento da Dio la superbia ha la massima gravità: poiché negli altri peccati l’uomo si allontana da Dio o per ignoranza, o per fragilità, o per il desiderio di altri beni, mentre nella superbia uno abbandona Dio proprio perché si rifiuta di sottomettersi alle sue disposizioni. Per cui Boezio [Cassiano] può affermare che «mentre tutti i vizi rifuggono da Dio, solo la superbia si contrappone a Dio». Per questo è detto anche in modo singolare: Dio resiste ai superbi (Gc 4,6). Perciò l’allontanarsi da Dio e dai suoi comandamenti, che è come un corollario negli altri peccati, è essenziale invece nella superbia, il cui atto è il disprezzo di Dio. E poiché ciò che è essenziale ha sempre una priorità su ciò che è accidentale o indiretto, è chiaro che la superbia è per il suo genere il più grave dei peccati: poiché ha una priorità quanto all’allontanamento da Dio, che è il costitutivo formale della colpa.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 162, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod in peccato duo attenduntur, scilicet conversio ad commutabile bonum, quae materialiter se habet in peccato; et aversio a bono incommutabili, quae est formalis et completiva peccati. Ex parte autem conversionis, non habet superbia quod sit maximum peccatorum, quia celsitudo, quam superbus inordinate appetit, secundum suam rationem non habet maximam repugnantiam ad bonum virtutis. Sed ex parte aversionis, superbia habet maximam gravitatem, quia in aliis peccatis homo a Deo avertitur vel propter ignorantiam, vel propter infirmitatem, sive propter desiderium cuiuscumque alterius boni; sed superbia habet aversionem a Deo ex hoc ipso quod non vult Deo et eius regulae subiici. Unde Boetius dicit quod, cum omnia vitia fugiant a Deo, sola superbia se Deo opponit. Propter quod etiam specialiter dicitur Iac. 4 [6], quod Deus superbis resistit. Et ideo averti a Deo et eius praeceptis, quod est quasi consequens in aliis peccatis, per se ad superbiam pertinet, cuius actus est Dei contemptus. Et quia id quod est per se, semper est potius eo quod est per aliud, consequens est quod superbia sit gravissimum peccatorum secundum suum genus, quia excedit in aversione, quae formaliter complet peccatum.

Vangelo (Mc 16,15-20)

   In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Necessità della fede

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 2, a. 3, in contrario e corpo)

   In Eb 11,6 è detto: Senza la fede è impossibile piacere a Dio.
   In tutti gli esseri ordinati si riscontra che alla perfezione di una natura inferiore concorrono due cose: la prima conforme al suo moto proprio, la seconda conforme al moto di un essere superiore. L’acqua, p. es., secondo il suo moto proprio tende verso il centro, mentre secondo il moto della luna tende a scostarsi dal centro secondo il flusso e il riflusso. Parimenti le sfere dei pianeti in forza del loro moto proprio si muovono da occidente a oriente, mentre in forza del moto della prima sfera si muovono da oriente a occidente. Ora, le sole creature razionali hanno un ordine immediato a Dio. Poiché le altre creature non raggiungono qualcosa di universale, ma solo realtà particolari, partecipando la bontà di Dio o soltanto nell’essere, come le creature inanimate, oppure nel vivere e nel conoscere, ma limitato soltanto ai singolari, come le piante e gli animali. Invece la creatura razionale, conoscendo la ragione universale di ente e di bene, ha un ordine immediato al principio universale dell’essere. Quindi la perfezione della creatura razionale non consiste soltanto in ciò che le compete secondo la sua natura, ma anche in ciò che le viene concesso grazie a una partecipazione soprannaturale della bontà divina. Per questo sopra si è detto che l’ultima beatitudine dell’uomo consiste in una certa visione soprannaturale di Dio. Visione alla quale l’uomo non può arrivare se non come discepolo sotto il magistero di Dio, secondo il passo di Gv 6,45: Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Ora, l’uomo non diviene partecipe di questo insegnamento in un istante, bensì progressivamente, secondo la sua stessa natura. Ma qualsiasi discepolo in tali condizioni è tenuto a credere per giungere alla conoscenza perfetta. Come anche il Filosofo dice: «Chi vuole apprendere deve credere». Quindi, perché l’uomo raggiunga la visione perfetta della beatitudine si richiede che prima creda a Dio, come fa un discepolo col suo maestro.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 2, a. 3, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur Heb. 11 [6], sine fide impossibile est placere Deo.
   Respondeo dicendum quod in omnibus naturis ordinatis invenitur quod ad perfectionem naturae inferioris duo concurrunt, unum quidem quod est secundum proprium motum; aliud autem quod est secundum motum superioris naturae. Sicut aqua secundum motum proprium movetur ad centrum, secundum autem motum lunae movetur circa centrum secundum fluxum et refluxum, similiter etiam orbes planetarum moventur propriis motibus ab occidente in orientem, motu autem primi orbis ab oriente in occidentem. Sola autem natura rationalis creata habet immediatum ordinem ad Deum. Quia ceterae creaturae non attingunt ad aliquid universale, sed solum ad aliquid particulare, participantes divinam bonitatem vel in essendo tantum, sicut inanimata, vel etiam in vivendo et cognoscendo singularia, sicut plantae et animalia, natura autem rationalis, inquantum cognoscit universalem boni et entis rationem, habet immediatum ordinem ad universale essendi principium. Perfectio ergo rationalis creaturae non solum consistit in eo quod ei competit secundum suam naturam, sed etiam in eo quod ei attribuitur ex quadam supernaturali participatione divinae bonitatis. Unde et supra [I q. 12 a. 1; I-II q. 3 a. 8] dictum est quod ultima beatitudo hominis consistit in quadam supernaturali Dei visione. Ad quam quidem visionem homo pertingere non potest nisi per modum addiscentis a Deo doctore, secundum illud Ioan. 6 [45], omnis qui audit a Patre et didicit venit ad me. Huius autem disciplinae fit homo particeps non statim, sed successive, secundum modum suae naturae. Omnis autem talis addiscens oportet quod credat, ad hoc quod ad perfectam scientiam perveniat, sicut etiam philosophus dicit quod oportet addiscentem credere. Unde ad hoc quod homo perveniat ad perfectam visionem beatitudinis praeexigitur quod credat Deo tanquam discipulus magistro docenti.

CondividiShare on FacebookShare on Google+