Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

21 aprile 4a Domenica di Pasqua

21 aprile 4a Domenica di Pasqua
11/12/2023 elena

21 aprile
4a Domenica di Pasqua

Prima lettura (At 4,8-12)

   In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Potenza del nome di Gesù

San Tommaso
(S. Th. III, q. 37, a. 2, corpo e soluzione 1)

   I nomi delle cose devono corrispondere alle loro proprietà. E nei nomi dei generi e delle specie questo è evidente, come dice il Filosofo: «Il concetto significato dal nome è la stessa definizione», che indica la natura propria della cosa. – I nomi invece dei singoli uomini sono sempre imposti in base a una qualche proprietà di colui che riceve il nome. O in base al tempo: come quando si dà il nome di un santo a coloro che nascono nel giorno della sua festa. Oppure in base alla parentela: come quando al figlio si dà il nome del padre, o di qualche altro parente. I parenti di S. Giovanni Battista, p. es., volevano chiamarlo col nome di suo padre Zaccaria, e non Giovanni, poiché non c’era nessuno della parentela che avesse quel nome (Lc 1,59). O anche in base a un avvenimento: Giuseppe, p. es., chiamò il suo primogenito Manasse, dicendo: Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno (Gen 41,51). O infine in base a una qualità della persona a cui è dato il nome: come in Gen 25 [25] è detto che il primo uscito dal seno materno fu chiamato Esaù, che significa rosso, poiché era rossiccio e tutto ispido come un mantello di pelo. – I nomi poi imposti da Dio significano sempre un dono gratuito dato da Dio stesso: ad Abramo, p. es., fu detto: Il tuo nome sarà Abraham: perché ti renderò padre di una moltitudine di popoli (Gen 17,5); e a S. Pietro fu detto: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Mt 16,18). – Siccome quindi all’uomo Cristo era stato assegnato il compito di salvare tutti gli uomini, giustamente fu chiamato Gesù, cioè Salvatore: e questo nome fu indicato dall’angelo non solo alla Madre, ma anche a S. Giuseppe, che doveva esserne il padre putativo.
   1. Il nome di Gesù, che significa salvezza, in qualche modo è incluso in tutti quei nomi. Infatti “Emmanuele, che significa Dio con noi [Mt 1,23], indica la causa della salvezza, cioè l’unione della natura umana con quella divina nella persona del Figlio di Dio, la quale unione ha fatto sì che «Dio fosse con noi». Dove si dice, Chiamalo: Presto, saccheggia, rapido depreda…, si vuole indicare colui dal quale noi saremmo stati salvati, cioè il diavolo, al quale Cristo ha strappato le spoglie, secondo le parole di Col 2 [15]: Avendo spogliato i Principati e le Potestà, ne ha fatto pubblico spettacolo. Con le parole poi, Sarà chiamato Meraviglioso… è indicata la via e il termine della nostra salvezza: giacché «per meraviglioso consiglio e potere di Dio siamo condotti all’eredità del secolo futuro», dove regnerà «la perfetta pace» dei figli di Dio, «sotto Dio stesso come Principe». L’espressione: Ecco un uomo il cui nome è Oriente, si riferisce, come il nome Emmanuele, al mistero dell’incarnazione, grazie al quale “nelle tenebre è spuntata una luce per i giusti [Sal111,4].

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 37, a. 2, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod nomina debent proprietatibus rerum respondere. Et hoc patet in nominibus generum et specierum, prout dicitur 4 Met., ratio enim quam significat nomen, est definitio, quae designat propriam rei naturam. – Nomina autem singularium hominum semper imponuntur ab aliqua proprietate eius cui nomen imponitur. Vel a tempore, sicut imponuntur nomina aliquorum sanctorum his qui in eorum festis nascuntur. Vel a cognatione, sicut cum filio imponitur nomen patris, vel alicuius de cognatione eius; sicut propinqui Ioannis Baptistae volebant eum vocare nomine patris sui Zachariam, non autem Ioannem, quia nullus erat in cognatione eius qui vocaretur hoc nomine, ut dicitur Luc. 1 [59 sqq.]. Vel etiam ab eventu, sicut Ioseph vocavit primogenitum suum Manassen, dicens, oblivisci me fecit Deus omnium laborum meorum, Gen. 41 [51]. Vel etiam ex aliqua qualitate eius cui nomen imponitur, sicut Gen. 25 [25] dicitur quod, quia qui primo egressus est de utero matris, rufus erat, et totus in morem pellis hispidus, vocatum est nomen eius Esau, quod interpretatur rubeus. – Nomina autem quae imponuntur divinitus aliquibus, semper significant aliquod gratuitum donum eis divinitus datum, sicut Gen. 17 [5] dictum est Abrahae, appellaberis Abraham, quia patrem multarum gentium constitui te; et Matth. 16 [18] dictum est Petro, tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. – Quia igitur homini Christo hoc munus gratiae collatum erat ut per ipsum omnes salvarentur, ideo convenienter vocatum est nomen eius Iesus, idest Salvator, Angelo hoc nomen praenuntiante non solum matri, sed etiam Ioseph, quia erat futurus eius nutritius.
   Ad primum ergo dicendum quod in omnibus illis nominibus quodammodo significatur hoc nomen Iesus, quod est significativum salutis. Nam in hoc quod dicitur [Matth. 1,23] Emmanuel, quod interpretatur, nobiscum Deus, designatur causa salutis, quae est unio divinae et humanae naturae in persona Filii Dei, per quam factum est ut Deus esset nobiscum. Per hoc autem quod dicitur [Is. 8,3], voca nomen eius, Accelera, spolia detrahe, etc., designatur a quo nos salvaverit, quia a diabolo, cuius spolia abstulit, secundum illud Col. 2 [15], exspolians principatus et potestates, traduxit confidenter. In hoc autem quod dicitur [Is. 9,6], vocabitur nomen eius Admirabilis, etc., designatur via et terminus nostrae salutis, inquantum scilicet admirabili divinitatis consilio et virtute, ad haereditatem futuri saeculi perducimur, in quo erit pax perfecta filiorum Dei, sub ipso Principe Deo. Quod vero dicitur [Zach. 6,12], ecce vir, Oriens nomen eius, ad idem refertur ad quod primum, scilicet ad incarnationis mysterium, secundum quod exortum est in tenebris lumen rectis corde.

Seconda lettura (1 Gv 3,1-2)

   Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

La visione di Dio

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 3, a. 8, corpo)

   La beatitudine ultima e perfetta non può trovarsi che nella visione dell’essenza divina. Per averne la dimostrazione bisogna considerare due cose. La prima è che l’uomo non è perfettamente beato fino a che gli rimane qualcosa da desiderare e da cercare. La seconda è che la perfezione di ciascuna potenza è determinata dalla natura del suo oggetto. Ora l’intelletto, come dice Aristotele, ha per oggetto la quiddità o essenza delle cose. Quindi la perfezione di un intelletto si misura dal suo modo di conoscere l’essenza di una cosa. Per cui se un intelletto viene a conoscere l’essenza di un effetto partendo dalla quale però non è possibile conoscere l’essenza o quiddità della causa, non si dirà che l’intelletto può raggiungere senz’altro la causa, sebbene possa conoscerne l’esistenza mediante gli effetti. Quando dunque l’uomo nel conoscere gli effetti arriva a comprendere che essi hanno una causa, conserva il desiderio naturale di conoscere la quiddità della causa.
   E si tratta di un desiderio dovuto alla meraviglia, come dice Aristotele, che stimola la ricerca. Come chi osserva le eclissi del sole capisce la loro dipendenza da una causa, la cui natura però gli sfugge: e allora si meraviglia, e mosso dalla meraviglia si pone alla ricerca. Ricerca che non cessa finché non giunge a conoscere la natura della causa. – Ora, dal momento che l’intelletto umano, conoscendo la natura di un effetto creato, arriva a conoscere solo l’esistenza di Dio, la perfezione da esso conseguita non è tale da raggiungere veramente la causa prima, ma rimane ancora il desiderio naturale di indagarne la natura. Quindi l’uomo non è perfettamente beato. Per la beatitudine perfetta si richiede dunque che l’intelletto raggiunga l’essenza stessa della causa prima. E così esso avrà la sua perfezione unendosi a Dio come al suo oggetto, nella qual cosa soltanto si trova la beatitudine dell’uomo, come si è visto sopra.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 3, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod ultima et perfecta beatitudo non potest esse nisi in visione divinae essentiae. Ad cuius evidentiam, duo consideranda sunt. Primo quidem, quod homo non est perfecte beatus, quandiu restat sibi aliquid desiderandum et quaerendum. Secundum est, quod uniuscuiusque potentiae perfectio attenditur secundum rationem sui obiecti. Obiectum autem intellectus est quod quid est, idest essentia rei, ut dicitur in 3 De an. Unde intantum procedit perfectio intellectus, inquantum cognoscit essentiam alicuius rei. Si ergo intellectus aliquis cognoscat essentiam alicuius effectus, per quam non possit cognosci essentia causae, ut scilicet sciatur de causa quid est; non dicitur intellectus attingere ad causam simpliciter, quamvis per effectum cognoscere possit de causa an sit. Et ideo remanet naturaliter homini desiderium, cum cognoscit effectum, et scit eum habere causam, ut etiam sciat de causa quid est. Et illud desiderium est admirationis, et causat inquisitionem, ut dicitur in principio Met. Puta si aliquis cognoscens eclipsim solis, considerat quod ex aliqua causa procedit, de qua, quia nescit quid sit, admiratur, et admirando inquirit. Nec ista inquisitio quiescit quousque perveniat ad cognoscendum essentiam causae. – Si igitur intellectus humanus, cognoscens essentiam alicuius effectus creati, non cognoscat de Deo nisi an est; nondum perfectio eius attingit simpliciter ad causam primam, sed remanet ei adhuc naturale desiderium inquirendi causam. Unde nondum est perfecte beatus. Ad perfectam igitur beatitudinem requiritur quod intellectus pertingat ad ipsam essentiam primae causae. Et sic perfectionem suam habebit per unionem ad Deum sicut ad obiectum, in quo solo beatitudo hominis consistit, ut supra [aa. 1.7; q. 2, a. 8] dictum est.

Vangelo (Gv 10,11-18)

   In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il buon pastore e i pastori

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Giovanni,
c. 10, lez. 3, I, v. 11)

   Io sono il buon pastore. Che Cristo sia pastore è manifesto: infatti come il gregge è governato e nutrito dal pastore, così le forze dei credenti sono rinvigorite da un nutrimento spirituale, e anche dal suo corpo e dal suo sangue. 1 Pt 2,25: «Eravate un tempo come pecore senza pastore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime». Is 11: «Le pasce come un pastore il suo gregge».
   Ma per differenziarlo dal cattivo pastore e dal ladro aggiunge: buono. Buono, dico, poiché adempie il compito del pastore, come si dice buon soldato colui che adempie il compito del soldato. Dato però che prima Cristo aveva detto che il pastore entra attraverso la porta, e inoltre che era lui la porta, mentre qui dice che egli è il pastore, bisogna che egli entri attraverso se stesso. E certamente egli entra attraverso se stesso poiché manifesta se stesso, e per se stesso conosce il Padre. Noi invece entriamo attraverso di lui, poiché da lui siamo beatificati.
   Ma bada che nessun altro è porta se non lui, poiché leggiamo sopra, 1,8: «Non era lui la luce», ossia Giovanni Battista; «ma doveva rendere testimonianza alla luce». Invece di Cristo si dice (v. 9): «Era la luce vera che illumina ogni uomo». Perciò nessuno dice di essere lui la porta, ma Cristo se lo è riservato per se stesso; invece di essere pastore lo comunicò ad altri, e lo diede alle sue membra. Infatti sia Pietro fu pastore, sia anche gli altri Apostoli, e tutti i buoni Vescovi; Ger 3,15: «Vi darò dei pastori secondo il mio cuore». Ma sebbene i preposti della Chiesa, che sono figli, siano tutti pastori, come dice S. Agostino, tuttavia dice al singolare Io sono il buon pastore, per insinuare la virtù della carità. Infatti nessuno è un pastore buono se non diviene una cosa sola con Cristo mediante la carità, divenendo membro del vero pastore.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 10, lect. 3, I, v. 11)

   Dicit ergo quantum ad primum ego sum pastor bonus. Quod autem Christus sit pastor, manifeste ei competit: nam sicut per pastorem grex gubernatur et pascitur, ita fideles per Christum spirituali cibo, et etiam corpore et sanguine suo reficiuntur; 1 Petr. c. 2,25: eratis aliquando sicut oves non habentes pastorem; sed conversi estis nunc ad pastorem et episcopum animarum vestrarum; Is. 40,11: sicut pastor gregem suum pascet. Sed ad differentiam mali pastoris et furis addit bonus. Bonus, inquam, quia implet pastoris officium, sicut bonus miles dicitur qui implet militis officium. Sed cum Christus dixerit supra, pastorem intrare per ostium, et iterum se esse ostium, hic autem dicat se esse pastorem, oportet quod ipse per semetipsum intret. Et quidem per seipsum intrat, quia seipsum manifestat, et per seipsum novit Patrem. Nos autem per illum intramus, quia per ipsum beatificamur. Sed attende, quod nullus alius est ostium nisi ipse, quia nullus alius est lux vera, sed per participationem; supra 1,8: non erat ille lux, scilicet Ioannes Baptista, sed ut testimonium perhiberet de lumine. Sed de Christo dicitur erat lux vera quae illuminat omnem hominem. Et ideo esse ostium nemo se dicit: hoc sibi ipse Christus proprie retinuit; esse autem pastorem, aliis communicavit, et membris suis dedit: nam et Petrus pastor, et ceteri apostoli pastores fuerunt, et omnes boni episcopi; Ier. 3,15: dabo vobis pastores secundum cor meum. Licet autem praepositi Ecclesiae, qui filii sunt, omnes pastores sint, ut Augustinus dicit; ideo tamen singulariter dicit ego sum pastor bonus, ut insinuet virtutem caritatis. Nullus enim est pastor bonus nisi per caritatem efficiatur unum cum Christo, et fiat membrum veri pastoris.

CondividiShare on FacebookShare on Google+