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18 aprile – giovedì Tempo di Pasqua – 3a Settimana

18 aprile – giovedì Tempo di Pasqua – 3a Settimana
11/12/2023 elena

18 aprile – giovedì
Tempo di Pasqua – 3a Settimana

Prima lettura (At 8,26-40)

   In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:“Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”. Rivolgendosi a Filippo, l’eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunùco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunùco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa.

L’acqua del battesimo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 66, a. 3, corpo)

   Per istituzione divina l’acqua è la materia propria del battesimo. E ciò opportunamente. Primo, per la funzione stessa che il battesimo esercita, e che consiste nella rigenerazione alla vita soprannaturale: compito questo quanto mai consono all’acqua. Infatti i semi dai quali si sviluppano tutti i viventi, cioè le piante e gli animali, sono umidi e composti di acqua. Tanto che alcuni filosofi considerarono l’acqua come il principio di tutte le cose. – Secondo, per gli effetti del battesimo, ai quali ben si adattano le proprietà dell’acqua. Essa infatti lava con la sua umidità: indicando e causando così l’abluzione dei peccati. Con la sua freschezza poi mitiga l’eccesso di calore: indicando così la mitigazione del fomite della concupiscenza. Per la sua trasparenza, inoltre, è permeabile alla luce, per cui ben si adatta al battesimo in quanto questo è «il sacramento della fede». – Terzo, poiché serve a esprimere i misteri di Cristo con i quali siamo stati giustificati. Per cui, commentando Gv 3 [5]: Se uno non rinasce…, il Crisostomo dice: «Mentre noi sommergiamo la testa nell’acqua, quasi fosse un sepolcro, è sepolto e nascosto l’uomo vecchio ed emerge il nuovo». – Quarto, poiché a causa della sua universalità e abbondanza, è una materia adatta alla necessità di questo sacramento, essendo facilmente reperibile ovunque.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 66, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod ex institutione divina aqua est propria materia Baptismi. Et hoc convenienter. Primo quidem, quantum ad ipsam rationem Baptismi, qui est regeneratio in spiritualem vitam, quod maxime congruit aquae. Unde et semina, ex quibus generantur omnia viventia, scilicet plantae et animalia, humida sunt, et ad aquam pertinent. Propter quod quidam philosophi posuerunt aquam omnium rerum principium. – Secundo, quantum ad effectus Baptismi, quibus competunt aquae proprietates. Quae sua humiditate lavat, ex quo conveniens est ad significandum et causandum ablutionem peccatorum. Sua frigiditate etiam temperat superfluitatem caloris, et ex hoc competit ad mitigandum concupiscentiam fomitis. Sua diaphanitate est luminis susceptiva, unde competit Baptismo inquantum est fidei sacramentum. – Tertio, quia convenit ad repraesentandum mysteria Christi, quibus iustificamur. Ut enim dicit Chrysostomus, super illud Ioan., nisi quis renatus fuerit etc., sicut in quodam sepulcro, in aqua, submergentibus nobis capita, vetus homo sepelitur, et submersus deorsum occultatur, et deinde novus rursus ascendit. – Quarto, quia ratione suae communitatis et abundantiae est conveniens materia necessitati huius sacramenti, potest enim ubique de facili haberi.

Vangelo (Gv 6,44-51)

   In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Nessuno può venire a me
se il Padre non lo attira

San Tommaso
(Somma contro i Gentili III, c. 148)

   Qualcuno potrebbe pensare che dall’aiuto di Dio sia imposta all’uomo una costrizione ad agire rettamente, poiché sta scritto: «Nessuno può venire a me se non l’attrae il Padre che mi ha mandato» [Gv 6,44]; «Coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio» [Rm 8,14]; «La carità di Cristo ci spinge» [2 Cor 5,14]. Infatti attrarre, muovere, spingere sembrano implicare coazione. Ma che ciò non sia vero si può dimostrare chiaramente. Infatti:
   1. La provvidenza divina provvede a tutte le cose secondo la loro natura, come sopra [c. 71] abbiamo visto. Ora, è proprio dell’uomo, come di tutte le creature intellettive, agire volontariamente ed essere padrone dei propri atti, com’è evidente da quanto abbiamo detto [lib. II, cc. 47 s.]. Ebbene, la coazione è incompatibile con questo. Dunque Dio col suo aiuto non costringe l’uomo ad agire rettamente.
   2. L’aiuto di Dio viene dato all’uomo perché agisca virtuosamente nel senso che Dio opera in noi le nostre opere, come la causa prima compie gli atti delle cause seconde, e come l’agente principale compie le operazioni dello strumento. Di qui le parole di Isaia (26,12): «Tutte le opere nostre le hai compiute tu in noi, o Signore». Ora, la causa prima causa gli atti della causa seconda rispettando il modo o la natura di essa. Quindi anche Dio causa in noi le nostre opere secondo il modo nostro, che è quello di agire volontariamente e non per costrizione. Per cui dall’aiuto di Dio nessuno viene costretto ad agire virtuosamente.
   3. L’uomo è ordinato al fine dalla volontà: poiché il bene e il fine sono oggetto della volontà. Ora, l’aiuto di Dio ci viene dato soprattutto per conseguire il fine. Perciò il suo aiuto non esclude un atto di volontà da parte nostra, anzi, è proprio questo che egli compie principalmente in noi. Per cui l’Apostolo ha scritto: «È Dio che compie in noi il volere e il fare secondo la buona volontà» (Fil2,13). La costrizione invece esclude in noi l’atto volontario: poiché noi compiamo per costrizione quelle cose di cui vogliamo il contrario. Dunque con il suo aiuto Dio non ci costringe ad agire rettamente.
   4. L’uomo raggiunge il suo ultimo fine con gli atti delle virtù: poiché la felicità è il premio della virtù. Ora, gli atti compiuti per necessità non sono atti di virtù: poiché nella virtù la cosa principale è la deliberazione o elezione, che non può sussistere senza volontarietà, ed è incompatibile con la violenza. Quindi l’uomo non viene costretto da Dio ad agire rettamente.
   5. I mezzi devono essere proporzionati al fine. Ora, quel fine ultimo che è la felicità non spetta se non a quanti agiscono volontariamente, e che sono padroni dei loro atti: infatti non si dice che sono felici gli esseri inanimati, o gli animali bruti, come non diciamo che sono fortunati o sfortunati, se non in senso metaforico. Perciò l’aiuto che Dio dà all’uomo per raggiungere la felicità non è costrittivo.
   Di qui le parole della Scrittura: «Considera che il Signore oggi ha messo davanti a te la via del bene, e dall’altra parte la morte e il male: affinché tu ami il Signore Dio tuo, e cammini nelle sue vie… Ma se il tuo cuore si sviasse e tu non volessi dare ascolto… io ti predico oggi che perirai» (Dt 30,15-18). E ancora: «Dinanzi all’uomo stanno la vita e la morte, il bene e il male. Gli sarà dato ciò che a lui piacerà» (Eccle 15,18).

Testo latino di San Tommaso
(Summa contra Gentiles III, c. 148)

   Posset autem videri alicui quod per divinum auxilium aliqua coactio homini inferatur ad bene agendum, ex hoc quod dictum est, nemo potest venire ad me nisi Pater, qui misit me, traxerit eum; et ex hoc dicitur Rom. 8-14, qui Spiritu Dei aguntur, hi filii Dei sunt et 2 Cor. 5-14, caritas Christi urget nos. Trahi enim, et agi, et urgeri, coactionem importare videntur.
   Hoc autem non esse verum manifeste ostenditur. Divina enim providentia rebus omnibus providet secundum modum eorum, ut supra ostensum est. Est autem proprium homini, et omni rationali naturae, quod voluntarie agat et suis actibus dominetur, ut ex supra dictis patet. Huic autem coactio contrariatur. Non igitur Deus suo auxilio hominem cogit ad recte agendum.
   Adhuc. Divinum auxilium sic intelligitur ad bene agendum homini adhiberi, quod in nobis nostra opera operatur, sicut causa prima operatur operationes causarum secundarum, et agens principale operatur actionem instrumenti: unde dicitur Isaiae 26-12: omnia opera nostra operatus es in nobis, Domine. Causa autem prima causat operationem causae secundae secundum modum ipsius. Ergo et Deus causat in nobis nostra opera secundum modum nostrum, qui est ut voluntarie, et non coacte agamus. Non igitur divino auxilio aliquis cogitur ad recte agendum.
   Amplius. Homo per voluntatem ordinatur in finem: obiectum enim voluntatis est bonum et finis. Auxilium autem divinum nobis ad hoc praecipue impenditur ut consequamur finem. Eius ergo auxilium non excludit a nobis actum voluntatis, sed ipsum praecipue in nobis facit: unde et apostolus dicit, Philipp. 2-13: Deus est qui operatur in nobis velle et perficere, pro bona voluntate. Coactio autem excludit in nobis actum voluntatis: coacte enim agimus cuius contrarium volumus. Non ergo Deus suo auxilio nos cogit ad recte agendum.
   Item. Homo pervenit ad ultimum suum finem per actus virtutum: felicitas enim virtutis praemium ponitur. Actus autem coacti non sunt actus virtutum: nam in virtute praecipuum est electio, quae sine voluntario esse non potest, cui violentum contrarium est. Non igitur divinitus homo cogitur ad recte agendum.
   Praeterea. Ea quae sunt ad finem, debent esse fini proportionata. Finis autem ultimus, qui est felicitas, non competit nisi voluntarie agentibus, qui sunt domini sui actus: unde neque inanimata, neque bruta animalia felicia dicimus, sicut nec fortunata aut infortunata, nisi secundum metaphoram. Auxilium igitur quod homini datur divinitus ad felicitatem consequendam, non est coactivum.
   Hinc est quod Deut. 30 dicitur: considera quod hodie proposuerit Dominus in conspectu tuo vitam et bonum, et e contrario mortem et malum: ut diligas Dominum Deum tuum, et ambules in viis eius. Si autem aversum fuerit cor tuum et audire nolueris, praedico tibi hodie quod pereas. Et Eccli. 15-18 dicitur: ante hominem est vita et mors, bonum et malum. Quod placuerit ei, dabitur illi.

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