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16 aprile – martedì Tempo di Pasqua – 3a Settimana

16 aprile – martedì Tempo di Pasqua – 3a Settimana
11/12/2023 elena

16 aprile – martedì
Tempo di Pasqua – 3a Settimana

Prima lettura (At 7,51-8,1a)

   In quei giorni, Stefano [diceva al popolo, agli anziani e agli scribi:] «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata». All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Sàulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì. Sàulo approvava la sua uccisione.

Il martirio e la fede

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 2, corpo e soluzione 1)

   Come si è già visto, la fortezza ha il compito di rendere l’uomo fermo nella virtù contro i pericoli, specialmente contro i pericoli di morte, e in particolare contro quelli che capitano in guerra. Ora, è evidente che nel martirio l’uomo è reso stabile nella virtù, mentre non abbandona la fede e la giustizia per gli imminenti pericoli di morte che lo minacciano specialmente da parte dei persecutori, in un certo quale combattimento privato. Da cui le parole di S. Cipriano: «La moltitudine piena d’ammirazione ha visto questo combattimento celeste: essa ha visto i soldati di Cristo rimanere immobili per virtù divina con libertà di parola e mente incorrotta». È quindi evidente che il martirio è un atto della fortezza, per cui la Chiesa applica ai martiri quelle parole (Eb 11,34): Divennero forti in guerra.
   1. Dunque, nell’atto della fortezza si possono considerare due cose. Primo, il bene in cui l’uomo coraggioso è rafforzato: e questo è il fine della fortezza. Secondo, la fermezza stessa per cui egli non cede a coloro che vogliono impedire il bene suddetto: e ciò costituisce l’essenza della fortezza. Ora, come la fortezza naturale consolida l’animo dell’uomo nella giustizia umana, per la cui difesa essa resiste ai pericoli di morte, così anche la fortezza soprannaturale consolida l’animo dell’uomo nella giustizia di Dio che si realizza per mezzo della fede in Gesù Cristo, come è detto in Rm 3 [22]. Quindi il martirio ha nella fede il fine nel quale uno è rafforzato, o consolidato, e nella fortezza l’abito da cui promana.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 2, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, sicut ex supra [q. 123] dictis patet, ad fortitudinem pertinet ut confirmet hominem in bono virtutis contra pericula, et praecipue contra pericula mortis, et maxime eius quae est in bello. Manifestum est autem quod in martyrio homo firmiter confirmatur in bono virtutis, dum fidem et iustitiam non deserit propter imminentia pericula mortis, quae etiam in quodam certamine particulari a persecutoribus imminent. Unde Cyprianus dicit, in quodam sermone, vidit admirans praesentium multitudo caeleste certamen, et in praelio stetisse servos Christi voce libera, mente incorrupta, virtute divina. Unde manifestum est quod martyrium est fortitudinis actus. Et propter hoc de martyribus legit Ecclesia, fortes facti sunt in bello [Hebr. 11,34].
    Ad primum ergo dicendum quod in actu fortitudinis duo sunt consideranda. Quorum unum est bonum in quo fortis firmatur, et hoc est fortitudinis finis. Aliud est ipsa firmitas, qua quis non cedit contrariis prohibentibus ab illo bono, et in hoc consistit essentia fortitudinis. Sicut autem fortitudo civilis firmat animum hominis in iustitia humana, propter cuius conservationem mortis pericula sustinet; ita etiam fortitudo gratuita firmat animum hominis in bono iustitiae Dei, quae est per fidem Iesu Christi, ut dicitur Rom. 3 [22]. Et sic martyrium comparatur ad fidem sicut ad finem in quo aliquis firmatur, ad fortitudinem autem sicut ad habitum elicientem.

Gesù pane di vita

Vangelo (Gv 6,30-35)

   In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Giovanni,
c. 6, lez. 4, II, v. 33, n. 910)

   910. Nella frase successiva («Il pane vero è colui che è disceso dal cielo e dà la vita al mondo») dimostra che esso viene dal cielo deducendolo dai suoi effetti. Infatti il vero cielo è di natura spirituale, ad esso appartiene la vita e ha la capacità di per se stesso di dare la vita, come dirà anche in seguito (infra, v. 63): «È lo spirito che dà la vita». Ora, l’autore della vita è Dio stesso. Quindi da ciò si conosce che questo pane spirituale viene dal cielo, perché produce il proprio effetto dando la vita. Invece quel pane materiale non dava la vita, poiché tutti quelli che hanno mangiato la manna sono morti. Questo invece dà la vita, e per questo «è pane vero», e non prefigurativo, «che è disceso dal cielo». E ciò risulta dal fatto che «dà la vita al mondo». Infatti Cristo, che è il vero pane, a chi vuole dà la vita, come dirà anche in seguito (infra, 10,10): «Io sono venuto perché abbiano la vita…». Inoltre egli è disceso dal cielo: «Nessuno è mai salito al cielo, fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo che è in cielo» (infra, 3,13). Ecco quindi che Cristo, il vero pane, dà la vita al mondo a motivo della sua divinità, ed è disceso dal cielo a motivo della natura umana. Infatti, come abbiamo già visto sopra (cap. III, nn. 467 ss.), si dice che egli è disceso dal cielo quando ha assunto la natura umana. Come scrive S. Paolo (Fil 2,7): «Annientò se stesso, assumendo la natura di schiavo».

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 6, lect. 4, II, v. 33, n. 910)

   Consequenter cum dicit panis enim verus est qui de caelo descendit, et dat vitam mundo, probat quod sit de caelo et per effectum eius. Verum enim caelum est spiritualis naturae, cui per se convenit vita, et ideo per se vivificat; infra: Spiritus est qui vivificat. Ipse autem Deus est auctor vitae. Ex hoc ergo cognoscitur quod panis iste spiritualis est de caelo, cum faciat proprium effectum, si dat vitam. Nam panis ille corporalis vitam non dabat, quia omnes qui manna manducaverunt, mortui sunt; iste autem dat vitam, et ideo dicit panis verus est, et non figuralis, qui de caelo descendit. Et hoc patet, quia dat vitam mundo. Nam Christus, qui est verus panis, quos vult vivificat; infra 10,10: ego veni ut vitam habeant et cetera. Ipse etiam de caelo descendit; supra 3,13: nemo ascendit in caelum nisi qui descendit de caelo, Filius hominis qui est in caelo. Sic ergo Christus verus panis, vitam dat mundo ratione suae divinitatis, et descendit de caelo ratione humanae naturae. Nam, ut supra III dictum est, descendisse de caelo dicitur assumendo humanam naturam; Phil. 2,7: exinanivit semetipsum, formam servi accipiens.

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