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15 aprile – lunedì Tempo di Pasqua – 3a Settimana

15 aprile – lunedì Tempo di Pasqua – 3a Settimana
11/12/2023 elena

15 aprile – lunedì
Tempo di Pasqua – 3a Settimana

Prima lettura (At 6,8-15)

   In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenèi, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato». E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Eccellenza del martirio

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 3, corpo)

   Un atto di virtù possiamo considerarlo sotto due aspetti. Primo, secondo la specie propria di tale atto, cioè in rapporto alla virtù che lo compie. E da questo lato è impossibile che il martirio, che consiste nel subire virtuosamente la morte, sia il più perfetto tra gli atti di virtù. Poiché l’affrontare la morte non è un atto lodevole per se stesso, ma solo in quanto è ordinato a un bene consistente in un atto virtuoso, p. es. alla fede, o all’amore di Dio. Per cui tale atto virtuoso, essendo il fine, è superiore. – Secondo, un atto virtuoso può essere considerato come connesso con il suo primo movente, che è l’amore di carità. Ed è soprattutto da questo lato che un atto contribuisce alla perfezione della vita umana, poiché la carità è il vincolo della perfezione (Col 3,14). Ora, il martirio dimostra la perfezione della carità meglio di tutti gli altri atti virtuosi. Poiché uno mostra di amare tanto più una persona quanto più è amata la cosa a cui rinunzia e odiosa quella che affronta per essa. Ora, è chiaro che fra tutti i beni della vita presente l’uomo ama soprattutto la vita stessa, e al contrario odia soprattutto la morte: specialmente se è accompagnata dai tormenti del corpo, per timore dei quali, secondo S. Agostino, gli stessi animali bruti si astengono dai piaceri più intensi. E da questo lato è evidente che fra gli atti umani il martirio è il più perfetto nel suo genere, quale segno della più ardente carità, secondo le parole di Gv 15 [13]: Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod de aliquo actu virtutis dupliciter loqui possumus. Uno modo, secundum speciem ipsius actus, prout comparatur ad virtutem proxime elicientem ipsum. Et sic non potest esse quod martyrium, quod consistit in debita tolerantia mortis, sit perfectissimus inter virtutis actus. Quia tolerare mortem non est laudabile secundum se, sed solum secundum quod ordinatur ad aliquod bonum quod consistit in actu virtutis, puta ad fidem et dilectionem Dei. Unde ille actus virtutis, cum sit finis, melior est. – Alio modo potest considerari actus virtutis secundum quod comparatur ad primum motivum, quod est amor caritatis. Et ex hac parte praecipue aliquis actus habet quod ad perfectionem vitae pertineat, quia, ut apostolus dicit, Col. 3 [14], caritas est vinculum perfectionis. Martyrium autem, inter omnes actus virtuosos, maxime demonstrat perfectionem caritatis. Quia tanto magis ostenditur aliquis aliquam rem amare, quanto pro ea rem magis amatam contemnit, et rem magis odiosam eligit pati. Manifestum est autem quod inter omnia alia bona praesentis vitae, maxime amat homo ipsam vitam, et e contrario maxime odit ipsam mortem, et praecipue cum doloribus corporalium tormentorum, quorum metu etiam bruta animalia a maximis voluptatibus absterrentur, ut Augustinus dicit, in libro Octoginta trium quaest. Et secundum hoc patet quod martyrium inter ceteros actus humanos est perfectior secundum suum genus, quasi maximae caritatis signum, secundum illud Ioan. 15 [13], maiorem caritatem nemo habet quam ut animam suam ponat quis pro amicis suis.

La fede come opera di Dio

Vangelo (Gv 6,22-29)

   Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Giovanni,
c. 6, lez. 3, VII, v. 29, nn. 901-902)

   901. Segue nel testo la risposta del Signore: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».
   Va però notato, a proposito di essa, che l’Apostolo distingue la fede dalle opere, affermando che Abramo fu giustificato non dalle opere, ma dalla fede (cf. Rm 4,1-5). Perché dunque il Signore afferma che la fede stessa, ossia il credere, è un’opera di Dio?
   A questo proposito si possono dare due risposte. La prima è che l’Apostolo distingue la fede dalle opere non in assoluto, ma dalle opere esteriori. Esistono infatti delle opere esteriori che vengono compiute con le membra del corpo, e queste, essendo più note, nell’uso comune sono appunto denominate opere per antonomasia. Altre opere invece sono interiori e vengono compiute nell’anima stessa; ma queste sono note solamente ai sapienti, e hanno bisogno di riflessione. In un’altra maniera si può rispondere che anche il credere rientra in qualche modo tra le opere esteriori: non che la fede s’identifichi con le opere, ma ne costituisce il principio. Di proposito infatti sta scritto: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che …». Perché c’è differenza tra credere Dio (il che designa l’oggetto della fede); credere a Dio (perché così lo designo come teste); e credere in Dio (perché così lo indico come fine del mio atto di fede). E così Dio può essere oggetto, teste e fine della fede: però in maniera diversa. Infatti anche una creatura può essere oggetto di fede: così io credo, per es., che il cielo è stato creato. Parimenti una creatura può essere testimone della fede: così infatti io credo a san Paolo e a qualsiasi altro agiografo. Ma fine della fede non può essere che Dio: poiché la nostra anima non può essere indirizzata altro che a Dio come al proprio fine. D’altra parte il fine, avendo aspetto di bene, è oggetto dell’amore. Perciò credere in Dio come fine è proprio della fede informata dalla carità; e la fede così «formata» è il principio di tutte le opere buone. E in tal senso anche il credere è opera di Dio.
   902. Ma se la fede stessa è opera di Dio, in che modo gli uomini possono compiere le opere di Dio?
   Questo problema trova soluzione in quelle parole di Isaia (26,12): «Tutte le nostre opere le hai compiute tu attraverso di noi». Poiché il fatto stesso che noi crediamo, e qualunque cosa noi facciamo di bene, viene prodotta in noi da Dio, come nota san Paolo (Fil 2,13): «È Dio che produce in noi il volere e l’agire». Ecco perché di proposito si afferma che credere è opera di Dio: per mostrare che la fede «è dono di Dio» come è detto in Ef 2,8.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 6, lect. 3, VII, v. 29, nn. 901-902)

   Responsio Domini ponitur, cum dicit hoc est opus Dei ut credatis in illum et cetera. Ubi considerandum est, quod apostolus, Rom. 4, distinguit fidem ab operibus, dicens, quod Abraham non est iustificatus ex operibus, sed ex fide. Quid est ergo quod hic Dominus dicit, ipsam fidem, seu credere, esse opus Dei? Sed ad hoc est duplex responsio. Una, quod apostolus non distinguit fidem ab operibus simpliciter, sed ab exterioribus. Sunt enim quaedam opera exteriora, quae exercentur corporalibus membris, quae quia magis nota sunt, secundum communem usum opera dicuntur; alia vero sunt interiora, quae exercentur in ipsa anima, quae non sunt nota nisi sapientibus, et quae convertuntur ad cor. Alio modo dicitur, quod ipsum credere potest computari inter opera exteriora, non quod fides sit ipsa opera, sed eorum principium; unde et signanter dicit ut credatis in illum. Differt enim dicere credere Deum, sic enim designo obiectum; et credere Deo, quia sic designo testem; et credere in Deum, quia sic designo finem: ut sic Deus possit haberi ut obiectum fidei, ut testis, et ut finis; sed aliter et aliter. Quia obiectum fidei potest esse creatura, credo enim caelum esse creatum; similiter et creatura potest esse testis fidei, credo enim Paulo, seu cuicumque sanctorum; sed fidei finis non potest esse nisi Deus: nam mens nostra solum in Deum fertur sicut in finem. Finis autem cum habeat rationem boni, est obiectum amoris; et ideo credere in Deum ut in finem, est proprium fidei formatae per caritatem: quae quidem fides sic formata, est principium omnium bonorum operum; et intantum ipsum credere dicitur opus Dei. Sed si fides est opus Dei, quomodo homines faciunt opera Dei? Sed hoc solvitur per Is. 26,12, cum dicit: omnia opera nostra operatus est in nobis. Nam hoc idem quod credimus, et quidquid operamur boni, est in nobis a Deo; Phil. 2, v. 13: ipse est qui operatur in nobis et velle, et perficere. Et ideo signanter dicit, credere esse opus Dei, ut ostendat fidem esse donum Dei, ut dicitur Eph. 2,8.

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