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14 aprile 3a Domenica di Pasqua

14 aprile 3a Domenica di Pasqua
11/12/2023 elena

14 aprile
3a Domenica di Pasqua

Prima lettura
(At 3,13-15.17-19)

   In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».

Il peccato dei crocifissori

San Tommaso
(S. Th. III, q. 47, a. 5, corpo)

   Parlando dei Giudei bisogna distinguere tra i maggiorenti e la gente del popolo. I maggiorenti, che erano detti loro principi, certamente lo conobbero, secondo l’autore delle Questioni del Nuovo e dell’Antico Testamento, come del resto anche i demoni riconobbero che egli era il Cristo promesso: «infatti vedevano avverarsi in lui tutti i segni predetti dai profeti». Essi però non conobbero la sua divinità: per cui S. Paolo afferma che «se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria». Si noti però che tale ignoranza non li scusava dal delitto: poiché si trattava di un’ignoranza in un certo modo voluta. Essi infatti vedevano i segni evidenti della sua divinità, ma per odio e invidia verso Cristo li travisavano, e non vollero credere alle sue affermazioni con le quali dichiarava di essere il Figlio di Dio. Da cui le parole del Signore: Se non fossi venuto e non avessi loro parlato non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato (Gv 15,22). E ancora: Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, sarebbero senza colpa [Gv 15,24]. Per cui si possono applicare ad essi le parole di Gb 21 [14]: Dissero a Dio: Allontanati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie. – Il popolo invece, che non conosceva i misteri della Scrittura, non conobbe pienamente né che egli era il Cristo, né che era il Figlio di Dio: sebbene alcuni del popolo abbiano creduto in lui. La moltitudine tuttavia non credette. E anche se talora sospettarono che fosse il Cristo, per la molteplicità dei segni e per l’efficacia del suo insegnamento, come si ha in Gv 7 [31,41], tuttavia poi furono ingannati dai loro capi, al punto che non credevano né che fosse il Figlio di Dio, né che fosse il Cristo. Da cui le parole di S. Pietro [At 3,17]: So che avete agito per ignoranza, così come i vostri capi: cioè perché sedotti da essi.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 47, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod apud Iudaeos quidam erant maiores, et quidam minores. Maiores quidem, qui eorum principes dicebantur, cognoverunt, ut dicitur in libro Quaest. Nov. et Vet. Test., sicut et daemones cognoverunt, eum esse Christum promissum in lege, omnia enim signa videbant in eo quae dixerant futura prophetae. Mysterium autem divinitatis eius ignorabant, et ideo apostolus dixit [1 Cor 2,8] quod, si cognovissent, nunquam Dominum gloriae crucifixissent. Sciendum tamen quod eorum ignorantia non eos excusabat a crimine, quia erat quodammodo ignorantia affectata. Videbant enim evidentia signa ipsius divinitatis, sed ex odio et invidia Christi ea pervertebant, et verbis eius, quibus se Dei Filium fatebatur, credere noluerunt. Unde ipse de eis dicit, Ioan. 15 [22], si non venissem, et locutus eis non fuissem, peccatum non haberent, nunc autem excusationem non habent de peccato suo. Et postea subdit [v. 24], si opera non fecissem in eis quae nemo alius fecit, peccatum non haberent. Et sic ex persona eorum accipi potest quod dicitur Iob 21 [14], dixerunt Deo, recede a nobis, scientiam viarum tuarum nolumus. – Minores vero, idest populares, qui mysteria Scripturae non noverant, non plene cognoverunt ipsum esse nec Christum nec Filium Dei, licet aliqui eorum etiam in eum crediderint. Multitudo tamen non credidit. Et si aliquando dubitarent an ipse esset Christus, propter signorum multitudinem, et efficaciam doctrinae, ut habetur Ioan. 7 [31.41 sqq.], tamen postea decepti fuerunt a suis principibus ut eum non crederent neque Filium Dei neque Christum. Unde et Petrus eis dixit, scio quod per ignorantiam hoc fecistis, sicut et principes vestri, quia scilicet per principes seducti erant.

Seconda lettura (1 Gv 2,1-5a)

   Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

Gesù vittima di espiazione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 48, a. 2, corpo)

   Soddisfa pienamente per l’offesa colui che offre all’offeso ciò che questi ama in una misura uguale o ancora maggiore di quanto abbia detestato l’offesa. Ora Cristo, accettando la passione per carità e per obbedienza, offrì a Dio un bene superiore a quello richiesto per compensare tutte le offese del genere umano. Primo, per la grandezza della carità con la quale volle soffrire. Secondo, per la dignità della sua vita, che era la vita dell’uomo-Dio, e che egli offriva come soddisfazione. Terzo, per l’universalità delle sue sofferenze e la grandezza dei dolori accettati, di cui sopra abbiamo parlato. Perciò la passione di Cristo fu una soddisfazione non solo sufficiente per i peccati del genere umano, ma anche sovrabbondante, secondo le parole di 1 Gv 2 [2]: Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 48, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod ille proprie satisfacit pro offensa qui exhibet offenso id quod aeque vel magis diligit quam oderit offensam. Christus autem, ex caritate et obedientia patiendo, maius aliquid Deo exhibuit quam exigeret recompensatio totius offensae humani generis. Primo quidem, propter magnitudinem caritatis ex qua patiebatur. Secundo, propter dignitatem vitae suae, quam pro satisfactione ponebat, quae erat vita Dei et hominis. Tertio, propter generalitatem passionis et magnitudinem doloris assumpti, ut supra [q. 46 aa. 5-6] dictum est. Et ideo passio Christi non solum sufficiens, sed etiam superabundans satisfactio fuit pro peccatis humani generis, secundum illud 1 Ioan. 2 [2], ipse est propitiatio pro peccatis nostris, non pro nostris autem tantum, sed etiam pro totius mundi.

Vangelo (Lc 24,35-48)

   Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.

Le piaghe del Risorto

San Tommaso
(S. Th. III, q. 54, a. 4, corpo e soluzione 3)

   Era conveniente che l’anima di Cristo nella risurrezione riprendesse il corpo con le cicatrici. Primo, per la stessa gloria di Cristo. Scrive infatti S. Beda che egli conservò le cicatrici non per l’incapacità di sanarle, ma «per portare in perpetuo il trionfo della sua vittoria». Per cui S. Agostino insegna che «forse nel regno dei cieli vedremo nei corpi dei martiri le cicatrici delle piaghe sofferte per Cristo: poiché non si tratta di deformità, bensì di dignità; cosicché risplenderà in essi una bellezza, quella della virtù, che pur essendo nel corpo non sarà del corpo». Secondo, per confermare «nella fede della sua risurrezione» i cuori dei propri discepoli. Terzo, «per mostrare continuamente al Padre, quando supplica per noi, quale genere di morte abbia sofferto per gli uomini». Quarto, «per far capire ai fedeli redenti dalla sua morte con quanta misericordia siano stati soccorsi, mostrando le vestigia della morte medesima». Infine «per denunziare nel giudizio finale quanto giustamente essi siano eventualmente condannati». Per cui S. Agostino scrive: «Cristo ben sapeva perché dovesse conservare nel suo corpo le cicatrici. Come infatti le mostrò a Tommaso incredulo, perché le toccasse e le vedesse, così le mostrerà ai suoi nemici, in modo che convincendoli la Verità dica: “Ecco l’uomo che avete crocifisso. Ecco le piaghe che gli avete inflitto. Guardate il costato che avete perforato. Poiché da voi e per voi è stato aperto; e tuttavia non siete voluti entrare”».
   3. Cristo volle conservare nel proprio corpo le cicatrici non solo per confermare la fede dei discepoli, ma anche per altri motivi. Dai quali risulta che quelle cicatrici rimarranno in lui per sempre. Per cui S. Agostino scrive: «Credo che il corpo del Signore sia in cielo così com’era quando ascese al cielo». E S. Gregorio dice che «se uno pensa che nel corpo di Cristo dopo la risurrezione si sia potuto mutare qualcosa, contro le parole veridiche di S. Paolo, riconduce Cristo alla morte. E chi oserebbe affermarlo, se non quello stolto che negasse la vera resurrezione della carne?». Perciò è evidente che le cicatrici mostrate da Cristo nel suo corpo dopo la risurrezione, non furono più eliminate neppure in seguito.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 54, a. 4, corpus e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod conveniens fuit animam Christi in resurrectione corpus cum cicatricibus resumere. Primo quidem, propter gloriam ipsius Christi. Dicit enim Beda, Super Luc., quod non ex impotentia curandi cicatrices servavit, sed ut in perpetuum victoriae suae circumferat triumphum. Unde et Augustinus dicit, in 22 De civ. Dei, quod fortassis in illo regno in corporibus martyrum videbimus vulnerum cicatrices quae pro Christi nomine pertulerunt, non enim deformitas in eis, sed dignitas erit; et quaedam, quamvis in corpore, non corporis, sed virtutis pulchritudo fulgebit. Secundo, ad confirmandum corda discipulorum circa fidem suae resurrectionis. Tertio, ut Patri, pro nobis supplicans, quale genus mortis pro homine pertulerit, semper ostendat. Quarto, ut sua morte redemptis quam misericorditer sint adiuti, propositis eiusdem mortis indiciis, insinuet. Postremo, ut in iudicio quam iuste damnentur, ibidem annuntiet. Unde, sicut Augustinus dicit, in libro De Symbolo, sciebat Christus quare cicatrices in suo corpore servaret. Sicut enim demonstravit Thomae non credenti nisi tangeret et videret, ita etiam inimicis vulnera demonstraturus est sua, ut convincens eos Veritas dicat, ecce hominem quem crucifixistis. Videtis vulnera quae infixistis. Agnoscitis latus quod pupugistis. Quoniam per vos, et propter vos apertum est, nec tamen intrare voluistis.
    Ad tertium dicendum quod Christus in suo corpore voluit cicatrices vulnerum remanere, non solum ad certificandum discipulorum fidem, sed etiam propter alias rationes. Ex quibus apparet quod semper in eius corpore cicatrices illae remanebunt. Quia, ut Augustinus dicit, Ad Consentium de resurrectione carnis, Domini corpus in caelo esse credo ut erat quando ascendit in caelum. Et Gregorius, 14 Mor., dicit quod, si quid in corpore Christi post resurrectionem potuit immutari, contra veridicam Pauli sententiam, post resurrectionem Dominus rediit in mortem. Quod quis dicere vel stultus praesumat, nisi qui veram carnis resurrectionem denegat? Unde patet quod cicatrices quas Christus post resurrectionem in suo corpore ostendit, nunquam postmodum ab illo corpore sunt remotae.

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