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10 aprile – mercoledì Tempo di Pasqua – 2a Settimana

10 aprile – mercoledì Tempo di Pasqua – 2a Settimana
11/12/2023 elena

10 aprile – mercoledì
Tempo di Pasqua – 2a Settimana

Prima lettura (At 5,17-26)

   In quei giorni, si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare. Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d’Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire: «Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno». Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo». Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo.

Il tempio luogo di adorazione

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 84, a. 3, soluzione 2)

   2. La scelta di un luogo determinato per adorare non viene fatta in rapporto a Dio, quasi che egli vi sia racchiuso, ma in rapporto a quelli che lo adorano. E ciò per tre motivi. Primo, per la consacrazione del luogo, che fa concepire agli oranti la devozione spirituale, per cui più facilmente vengono esauditi: come è evidente nell’adorazione di Salomone (1 Re 8). Secondo, per i misteri sacri e gli altri segni di santità che là sono contenuti. Terzo, per il concorso di molti adoratori, che rende la preghiera più degna di essere esaudita, come è detto in Mt 18 [20]: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 84, a. 3, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod determinatus locus eligitur ad adorandum, non propter Deum, qui adoratur, quasi loco concludatur, sed propter ipsos adorantes. Et hoc triplici ratione. Primo quidem, propter loci consecrationem, ex qua spiritualem devotionem concipiunt orantes, ut magis exaudiantur, sicut patet ex adoratione Salomonis, 3 Reg. 8. Secundo, propter sacra mysteria et alia sanctitatis signa quae ibi continentur. Tertio, propter concursum multorum adorantium, ex quo fit oratio magis exaudibilis, secundum illud Matth. 18 [20], ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum ego in medio eorum.

Vangelo (Gv 3,16-21)

   In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Chi fa la verità viene alla luce

San Tommaso
(S. Th. I, q. 17, a. 1, corpo)

   Siccome il vero e il falso sono opposti tra loro, e d’altra parte gli opposti riguardano sempre un medesimo soggetto, è necessario anzitutto ricercare la falsità dove si trova formalmente la verità, cioè nell’intelletto. Nelle cose poi non c’è né verità né falsità se non in rapporto all’intelletto. E siccome ogni essere acquista le denominazioni assolute dalle sue proprietà inseparabili, mentre per quelle occasionali e accessorie acquista solo denominazioni relative, una cosa potrebbe essere denominata falsa in senso assoluto solo in rapporto all’intelletto da cui dipende, e al quale necessariamente si riferisce, mentre riguardo ad altri intelletti, con i quali ha un rapporto soltanto occasionale, non potrebbe essere detta falsa se non in senso relativo. Ora, le cose esistenti in natura dipendono dalla mente divina allo stesso modo in cui dalla mente umana dipendono i prodotti dell’arte. Ma i prodotti dell’arte si dicono falsi in modo assoluto e per se stessi nella misura in cui si discostano dalla forma voluta dall’arte: e così di un artista si dice che fa un’opera falsa quando viene meno alle regole dell’arte. Ma in questo senso non è possibile trovare falsità nelle cose dipendenti da Dio, considerate in rapporto all’intelligenza divina, poiché tutto ciò che è in esse procede dalle disposizioni di questa medesima intelligenza divina. Vi è un’eccezione, forse, per gli esseri dotati di libertà, i quali hanno il potere di sottrarsi alle disposizioni della mente di Dio. E in ciò consiste il male [morale, cioè la] colpa, per cui i peccati nella Scrittura sono chiamati falsità e menzogne. Nel Sal è detto: Perché amate cose vane e cercate la menzogna?. Così, viceversa, un’azione virtuosa è denominata verità della vita, in quanto è subordinata ai divini intendimenti, secondo l’espressione di Gv: Chi fa la verità viene alla luce. Se consideriamo invece le cose esistenti in natura rispetto al nostro intelletto, verso il quale non hanno un rapporto essenziale, esse possono dirsi false non in senso assoluto, ma relativo. E ciò avviene in due maniere. Prima di tutto a motivo del nostro modo di rappresentarci l’oggetto: e così chiameremo falso nelle cose ciò che se ne dice o se ne pensa falsamente. E in questo senso qualsiasi cosa può essere dichiarata falsa per quello che in essa non c’è, come quando diciamo con Aristotele che il diametro è un falso commensurabile, o con S. Agostino che l’attore è un falso Ettore. E inversamente qualsiasi cosa può dirsi vera per le proprietà che ad essa appartengono. – In secondo luogo a modo di causa. E in questo senso si dice falsa quella cosa che per natura sembra fatta per produrre di sé una falsa opinione. E poiché è per noi naturale il giudicare delle cose secondo le loro apparenze esterne – dato che le nostre conoscenze hanno origine dal senso, che ha per oggetto proprio ed essenziale le qualità esteriori –, ne consegue che certe cose che assomigliano ad altre quanto all’apparenza esterna, rispetto a queste sono dette false: come il fiele è un falso miele, e lo stagno è un falso argento. E per questo motivo S. Agostino dice: «Noi chiamiamo false quelle cose che hanno l’apparenza del vero». E il Filosofo asserisce che si dicono false «quelle cose che per natura sembrano fatte apposta per apparire di altra qualità o di altra natura». E in quest’ultimo senso si dice falso anche colui che è amante di opinioni e locuzioni false. Non però per il semplice fatto che ha la capacità di pensarle e di formularle, perché altrimenti, come nota Aristotele, anche i sapienti e gli scienziati sarebbero detti falsi.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 17, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod, cum verum et falsum opponantur; opposita autem sunt circa idem; necesse est ut ibi prius quaeratur falsitas, ubi primo veritas invenitur, hoc est in intellectu. In rebus autem neque veritas neque falsitas est, nisi per ordinem ad intellectum. Et quia unumquodque secundum id quod convenit ei per se, simpliciter nominatur; secundum autem id quod convenit ei per accidens, non nominatur nisi secundum quid; res quidem simpliciter falsa dici posset per comparationem ad intellectum a quo dependet, cui comparatur per se; in ordine autem ad alium intellectum, cui comparatur per accidens, non posset dici falsa nisi secundum quid. Dependent autem ab intellectu divino res naturales, sicut ab intellectu humano res artificiales. Dicuntur igitur res artificiales falsae simpliciter et secundum se, inquantum deficiunt a forma artis, unde dicitur aliquis artifex opus falsum facere, quando deficit ab operatione artis. Sic autem in rebus dependentibus a Deo, falsitas inveniri non potest per comparationem ad intellectum divinum, cum quidquid in rebus accidit, ex ordinatione divini intellectus procedat, nisi forte in voluntariis agentibus tantum, in quorum potestate est subducere se ab ordinatione divini intellectus; in quo malum culpae consistit, secundum quod ipsa peccata falsitates et mendacia dicuntur in Scripturis, secundum illud Psalmi 4 [3], ut quid diligitis vanitatem et quaeritis mendacium? Sicut per oppositum operatio virtuosa veritas vitae nominatur, inquantum subditur ordini divini intellectus; sicut dicitur Ioan. 3 [21], qui facit veritatem, venit ad lucem. Sed per ordinem ad intellectum nostrum, ad quem comparantur res naturales per accidens, possunt dici falsae, non simpliciter, sed secundum quid. Et hoc dupliciter. Uno modo, secundum rationem significati, ut dicatur illud esse falsum in rebus, quod significatur vel repraesentatur oratione vel intellectu falso. Secundum quem modum quaelibet res potest dici esse falsa, quantum ad id quod ei non inest, sicut si dicamus diametrum esse falsum commensurabile, ut dicit philosophus in 5 Met.; et sicut dicit Augustinus, in libro Solil., quod tragoedus est falsus Hector. Sicut e contrario potest unumquodque dici verum, secundum id quod competit ei. Alio modo, per modum causae. Et sic dicitur res esse falsa, quae nata est facere de se opinionem falsam. Et quia innatum est nobis per ea quae exterius apparent de rebus iudicare, eo quod nostra cognitio a sensu ortum habet, qui primo et per se est exteriorum accidentium; ideo ea quae in exterioribus accidentibus habent similitudinem aliarum rerum, dicuntur esse falsa secundum illas res; sicut fel est falsum mel, et stannum est falsum argentum. Et secundum hoc dicit Augustinus, in libro Solil., quod eas res falsas nominamus, quae verisimilia apprehendimus. Et philosophus dicit, in 5 Met., quod falsa dicuntur quaecumque apta nata sunt apparere aut qualia non sunt, aut quae non sunt. Et per hunc modum etiam dicitur homo falsus, inquantum est amativus falsarum opinionum vel locutionum. Non autem ex hoc quod potest eas confingere, quia sic etiam sapientes et scientes falsi dicerentur, ut dicitur in 5 Met.

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