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9 aprile – martedì Tempo di Pasqua – 2a Settimana

9 aprile – martedì Tempo di Pasqua – 2a Settimana
11/12/2023 elena

9 aprile – martedì
Tempo di Pasqua – 2a Settimana

Prima lettura (At 4,32-37)

   La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levìta originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

La perfezione religiosa e la povertà

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 186, a. 3, corpo)

   Come si è già detto, lo stato religioso è un esercizio o tirocinio per giungere alla perfezione della carità. Ora, per questo è indispensabile che uno distolga totalmente il proprio affetto dalle cose del mondo. Dice infatti S. Agostino rivolgendosi a Dio: «Poco ti ama chi ama con te qualcosa che non ama per te». Per cui altrove egli dice che «il nutrimento della carità è la diminuzione della cupidigia; la sua perfezione l’assenza di ogni cupidigia». D’altra parte, se si possiedono i beni terreni, l’animo è attratto ad amarli. Scrive infatti S. Agostino che «i beni terreni posseduti sono più amati di quelli semplicemente desiderati. E in verità perché quel giovane si allontanò triste se non perché aveva grandi ricchezze? Poiché una cosa è il non voler incorporare ciò che non si ha, e un’altra il dover svellere ciò che è già incorporato: quello infatti è come un elemento estraneo che è ripudiato, questo è come un membro che si recide». E il Crisostomo afferma che «il possesso delle ricchezze accende una fiamma più grande, e la cupidigia si fa più violenta». Dal che segue che per acquistare la perfezione della carità è indispensabile come primo fondamento la povertà volontaria, per cui uno vive senza alcuna proprietà personale, secondo le parole del Signore: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi (Mt 19,21).

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 186, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [a. 2] dictum est, status religionis est quoddam exercitium et disciplina per quam pervenitur ad perfectionem caritatis. Ad quod quidem necessarium est quod aliquis affectum suum totaliter abstrahat a rebus mundanis, dicit enim Augustinus, in 10 Conf., ad Deum loquens, minus te amat qui tecum aliquid amat quod non propter te amat. Unde et in libro Octogintatrium quaest., dicit Augustinus quod nutrimentum caritatis est imminutio cupiditatis, perfectio, nulla cupiditas. Ex hoc autem quod aliquis res mundanas possidet, allicitur animus eius ad earum amorem. Unde Augustinus dicit, in Epistola ad Paulinum et Therasiam, quod terrena diliguntur arctius adepta quam concupita. Nam unde iuvenis ille tristis discessit, nisi quia magnas habebat divitias? Aliud est enim nolle incorporare quae desunt, aliud iam incorporata divellere, illa enim velut extranea repudiantur; ista velut membra praeciduntur. Et Chrysostomus dicit, super Matth., quod appositio divitiarum maiorem accendit flammam, et vehementior fit cupido. Et inde est quod ad perfectionem caritatis acquirendam, primum fundamentum est voluntaria paupertas, ut aliquis absque proprio vivat, dicente Domino, Matth. 19 [21], si vis perfectus esse, vade et vende omnia quae habes et da pauperibus, et veni, sequere me.

Vangelo (Gv 3,7b-15)

   In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

In che senso
Gesù è disceso dal cielo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 5, a. 2, soluzione 1)

   In due sensi si dice che Cristo venne dal cielo. Primo, a motivo della natura divina: non perché la natura divina abbia cessato di essere in cielo, ma perché cominciò a esistere sulla terra in un modo nuovo, cioè secondo la natura assunta, come è detto in Gv 3 [13]: «Nessuno è mai salito al cielo fuorché chi è disceso dal cielo, il Figlio dell’Uomo, che è in cielo. – Secondo, a motivo del corpo: non perché la stessa sostanza del corpo di Cristo sia discesa dal cielo, ma perché il suo corpo venne formato per virtù celeste, cioè dallo Spirito Santo. Per cui S. Agostino, spiegando il passo citato di S. Paolo, scrive: «Dico che Cristo è celeste perché non fu concepito da seme umano». E alla stessa maniera si esprime S. Ilario.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 5, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod Christus dicitur dupliciter de caelo descendisse. Uno modo, ratione divinae naturae, non ita quod divina natura esse in caelo defecerit; sed quia in infimis novo modo esse coepit, scilicet secundum naturam assumptam; secundum illud Ioan. 3 [13], nemo ascendit in caelum nisi qui descendit de caelo, Filius hominis, qui est in caelo. – Alio modo, ratione corporis, non quia ipsum corpus Christi secundum suam substantiam de caelo descenderit; sed quia virtute caelesti, idest Spiritus Sancti, est eius corpus formatum. Unde Augustinus dicit, ad Orosium, exponens auctoritatem inductam, caelestem dico Christum, quia non ex humano conceptus est semine. Et hoc etiam modo Hilarius exponit, in libro De Trinitate.

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