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7 aprile 2a Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

7 aprile 2a Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia
11/12/2023 elena

7 aprile
2a Domenica di Pasqua
o della Divina Misericordia

Prima lettura (At 4,32-35)

   La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

La perfezione religiosa e la povertà

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 186, a. 3, corpo)

   Come si è già detto, lo stato religioso è un esercizio o tirocinio per giungere alla perfezione della carità. Ora, per questo è indispensabile che uno distolga totalmente il proprio affetto dalle cose del mondo. Dice infatti S. Agostino rivolgendosi a Dio: «Poco ti ama chi ama con te qualcosa che non ama per te». Per cui altrove egli dice che «il nutrimento della carità è la diminuzione della cupidigia; la sua perfezione l’assenza di ogni cupidigia». D’altra parte, se si possiedono i beni terreni, l’animo è attratto ad amarli. Scrive infatti S. Agostino che «i beni terreni posseduti sono più amati di quelli semplicemente desiderati. E in verità perché quel giovane si allontanò triste se non perché aveva grandi ricchezze? Poiché una cosa è il non voler incorporare ciò che non si ha, e un’altra il dover svellere ciò che è già incorporato: quello infatti è come un elemento estraneo che è ripudiato, questo è come un membro che si recide». E il Crisostomo afferma che «il possesso delle ricchezze accende una fiamma più grande, e la cupidigia si fa più violenta». Dal che segue che per acquistare la perfezione della carità è indispensabile come primo fondamento la povertà volontaria, per cui uno vive senza alcuna proprietà personale, secondo le parole del Signore: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi (Mt 19,21).

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 186, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [a. 2] dictum est, status religionis est quoddam exercitium et disciplina per quam pervenitur ad perfectionem caritatis. Ad quod quidem necessarium est quod aliquis affectum suum totaliter abstrahat a rebus mundanis, dicit enim Augustinus, in 10 Conf., ad Deum loquens, minus te amat qui tecum aliquid amat quod non propter te amat. Unde et in libro Octogintatrium quaest., dicit Augustinus quod nutrimentum caritatis est imminutio cupiditatis, perfectio, nulla cupiditas. Ex hoc autem quod aliquis res mundanas possidet, allicitur animus eius ad earum amorem. Unde Augustinus dicit, in Epistola ad Paulinum et Therasiam, quod terrena diliguntur arctius adepta quam concupita. Nam unde iuvenis ille tristis discessit, nisi quia magnas habebat divitias? Aliud est enim nolle incorporare quae desunt, aliud iam incorporata divellere, illa enim velut extranea repudiantur; ista velut membra praeciduntur. Et Chrysostomus dicit, Super Matth., quod appositio divitiarum maiorem accendit flammam, et vehementior fit cupido. Et inde est quod ad perfectionem caritatis acquirendam, primum fundamentum est voluntaria paupertas, ut aliquis absque proprio vivat, dicente Domino, Matth. 19 [21], si vis perfectus esse, vade et vende omnia quae habes et da pauperibus, et veni, sequere me.

Seconda lettura (1 Gv 5,1-6)

   Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

La fede vince il mondo poiché è la prima fra tutte le virtù.

La vittoria sul mondo

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 4, a. 7, corpo)

   In due modi una cosa può essere prima di un’altra: per se e per accidens. Ora, la fede è per se, cioè in senso assoluto, la prima fra tutte le virtù. Siccome infatti in campo pratico il fine ha funzione di principio, come si è detto sopra, necessariamente le virtù teologali, che hanno per oggetto il fine ultimo, precedono tutte le altre virtù. Ma il fine ultimo deve trovarsi nell’intelletto prima ancora che nella volontà: poiché la volontà non si muove verso una cosa se non in quanto essa è conosciuta dall’intelletto. E poiché il fine ultimo è oggetto del volere mediante la speranza e la carità, mentre è oggetto dell’intelletto mediante la fede, è necessario che la fede sia la prima fra tutte le virtù: poiché la conoscenza naturale non può raggiungere Dio in quanto è oggetto della beatitudine, e quindi della speranza e della carità. – Invece per accidens alcune virtù possono precedere la fede. Infatti una causa per accidens ha una priorità per accidens. Ora, togliere gli ostacoli è compito delle cause per accidens, come insegna il Filosofo. E in questo senso è possibile che alcune virtù precedano la fede, in quanto tolgono gli ostacoli che impediscono di credere: la fortezza, p. es., toglie il timore disordinato che impedisce la fede, e l’umiltà elimina la superbia, che provoca il rifiuto dell’intelletto a sottomettersi alla verità della fede. E lo stesso possiamo dire di altre virtù: sebbene esse non siano vere virtù se non è presupposta la fede, come spiega S. Agostino.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 4, a. 7, corpus)

   Respondeo dicendum quod aliquid potest esse prius altero dupliciter, uno modo, per se; alio modo, per accidens. Per se quidem inter omnes virtutes prima est fides. Cum enim in agibilibus finis sit principium, ut supra [I-II q. 13 a. 3; q. 34 a. 4 ad 1; q. 57 a. 4] dictum est, necesse est virtutes theologicas, quarum obiectum est ultimus finis, esse priores ceteris virtutibus. Ipse autem ultimus finis oportet quod prius sit in intellectu quam in voluntate, quia voluntas non fertur in aliquid nisi prout est in intellectu apprehensum. Unde cum ultimus finis sit quidem in voluntate per spem et caritatem, in intellectu autem per fidem, necesse est quod fides sit prima inter omnes virtutes, quia naturalis cognitio non potest attingere ad Deum secundum quod est obiectum beatitudinis, prout tendit in ipsum spes et caritas. – Sed per accidens potest aliqua virtus esse prior fide. Causa enim per accidens est per accidens prior. Removere autem prohibens pertinet ad causam per accidens, ut patet per philosophum, in 8 Phys. Et secundum hoc aliquae virtutes possunt dici per accidens priores fide, inquantum removent impedimenta credendi, sicut fortitudo removet inordinatum timorem impedientem fidem; humilitas autem superbiam, per quam intellectus recusat se submittere veritati fidei. Et idem potest dici de aliquibus aliis virtutibus, quamvis non sint verae virtutes nisi praesupposita fide, ut patet per Augustinum, in libro Contra Iulianum [4,3].

Vangelo (Gv 20,19-31)

   La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il perdono dei peccati

San Tommaso
(S. Th. III, q. 84, a. 3, corpo)

   Il perfezionamento in ogni genere di cose va attribuito alla forma. Ora, sopra abbiamo notato che questo sacramento è completato dagli atti del sacerdote, per cui quanto proviene dal penitente, sia che si tratti di parole o di gesti, costituisce la materia di questo sacramento, mentre quanto proviene dal sacerdote ha funzione di forma. E poiché i sacramenti della nuova legge, come si è detto sopra, «producono ciò che significano», è necessario che la forma del sacramento significhi quanto nel sacramento si compie rispetto alla materia sacramentale. Per cui la forma del battesimo è: «Io ti battezzo», e quella della cresima: «Io ti segno con il segno della croce e ti confermo con il crisma della salvezza», poiché questi sacramenti consistono nell’uso della materia. Invece nel sacramento dell’Eucaristia, che consiste nella stessa consacrazione della materia, è espressa la realtà della consacrazione con le parole: «Questo è il mio corpo». Ma il sacramento di cui parliamo, cioè la penitenza, non consiste nella consacrazione di una qualche materia, e neppure nell’uso di una materia già santificata, bensì nell’eliminazione di una certa materia, cioè del peccato, nel senso in cui i peccati, come si è notato sopra, sono la materia della penitenza. Ora, tale eliminazione è indicata dal sacerdote con la formula: «Io ti assolvo» [ossia sciolgo]; infatti i peccati sono delle catene, secondo le parole di Pr 5 [22]: Le sue iniquità imprigionano l’empio, e uno è catturato nelle funi dei suoi peccati. Perciò è evidente che la formula «Io ti assolvo» costituisce la forma più conveniente di questo sacramento.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 84, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod in qualibet re perfectio attribuitur formae. Dictum est autem supra [a. 1 ad 2] quod hoc sacramentum perficitur per ea quae sunt ex parte sacerdotis. Unde oportet quod ea quae sunt ex parte poenitentis, sive sint verba sive facta, sint quaedam materia huius sacramenti, ea vero quae sunt ex parte sacerdotis, se habent per modum formae. Cum autem sacramenta novae legis efficiant quod figurant, ut supra [q. 62 a. 1 ad 1] dictum est; oportet quod forma sacramenti significet id quod in sacramento agitur, proportionaliter materiae sacramenti. Unde forma Baptismi est [cf. supra q. 66 a. 5], ego te baptizo, et forma confirmationis [cf. supra q. 72 a. 4], consigno te signo crucis et confirmo te chrismate salutis, eo quod huiusmodi sacramenta perficiuntur in usu materiae. In sacramento autem Eucharistiae, quod consistit in ipsa consecratione materiae, exprimitur veritas consecrationis, cum dicitur, hoc est corpus meum. Hoc autem sacramentum, scilicet Poenitentiae, non consistit in consecratione alicuius materiae, nec in usu alicuius materiae sanctificatae, sed magis in remotione cuiusdam materiae, scilicet peccati, prout peccata dicuntur esse materia Poenitentiae, ut ex supra [a. 2] dictis patet. Talis autem remotio significatur a sacerdote cum dicitur, ego te absolvo, nam peccata sunt quaedam vincula, secundum illud Prov. 5 [22], iniquitates suae capiunt impium, et funibus peccatorum suorum quisque constringitur. Unde patet quod haec est convenientissima forma huius sacramenti, ego te absolvo.

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