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6 aprile – Giovedì Santo Santa Messa Crismale

6 aprile – Giovedì Santo Santa Messa Crismale
28/11/2022 elena

6 aprile
Giovedì Santo
Santa Messa Crismale

Prima lettura
(Is 61,1-3a.6a.8b-9)

   Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, 3per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto.
   Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti. Vi nutrirete delle ricchezze delle nazioni, vi vanterete dei loro beni.
   Io darò loro fedelmente il salario, concluderò con loro un’alleanza eterna. Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, la loro discendenza in mezzo ai popoli. Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore.

Il sacramento dell’ordine

San Tommaso
(S. Th. Suppl., q. 37, a. 2, corpo;
4 Sent., dist. 24, q. 2, a. 1, sol. probl. 2)

   Cercando quindi un’altra spiegazione, diremo che il sacramento dell’ordine è ordinato al sacramento dell’Eucarestia, il quale a detta di Dionigi è «il sacramento dei sacramenti». Infatti come il tempio, l’altare, i vasi sacri e le vesti ordinati all’Eucarestia hanno bisogno di consacrazione, cosi ne hanno bisogno i ministri: e tale consacrazione costituisce il sacramento dell’ordine. Perciò anche la divisione dell’ordine va desunta in rapporto all’Eucarestia. Infatti il potere dell’ordine ha per oggetto o la consacrazione dell’Eucarestia medesima, oppure qualche funzione a essa ordinata. Nel primo caso si ha l’ordine dei sacerdoti. Ecco perché quando questi vengono ordinati ricevono il calice col vino e la patena col pane; ricevendo il potere di consacrare il corpo e il sangue di Cristo. A sua volta la cooperazione dei ministri è in ordine o al sacramento stesso, o a quelli che devono riceverlo. Nel primo caso si presenta sotto forma di cooperazione nel sacramento stesso, rispetto però alla distribuzione, non alla consacrazione, che è riservata al sacerdote. Ed è il compito del diacono. Ecco perché nel testo [delle Sentenze] si legge che «ai diaconi spetta ministrare ai sacerdoti in tutto ciò che riguarda i sacramenti di Cristo». Per cui anch’essi distribuiscono il sangue.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. Suppl., q. 37, a. 2 corpus;

4 Sent., dist. 24, q. 2, a. 1, q.la 2)

   Et ideo aliter dicendum est, quod ordinis sacramentum ad sacramentum Eucharistiae ordinatur quod est sacramentum sacramentorum, ut dicit Dionysius. Sicut enim templum et altare et vasa et vestes, ita et ministeria quae ad Eucharistiam ordinantur, consecratione indigent; et haec consecratio est ordinis sacramentum; et ideo distinctio ordinum est accipienda secundum relationem ad Eucharistiam; quia potestas ordinis aut est ad consecrationem Eucharistiae ipsius, aut ad aliquod ministerium ordinandum ad hoc. Si primo modo, sic est ordo sacerdotum; et ideo cum ordinantur, accipiunt calicem cum vino, et patenam cum pane, potestatem accipiendo consecrandi corpus et sanguinem Christi. Cooperatio autem ministrorum est vel in ordine ad ipsum sacramentum, vel in ordine ad suscipientes. Si primo, sic tripliciter. Primo enim est ministerium quo minister cooperatur sacerdoti in ipso sacramento quantum ad dispensationem, licet non quantum ad consecrationem, quam solus sacerdos facit; et hoc pertinet ad diaconum; unde in littera dicitur, quod ad diaconum pertinet ministrare sacerdotibus in omnibus quae aguntur in sacramentis Christi, unde et ipsi sanguinem dispensant.

Seconda lettura (Ap 1,5-8)

   E da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

La liberazione dai peccati

San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 1,
in contrario e corpo)

   In Ap 1,15 è detto: Egli ci ama e ci ha lavati dai nostri peccati nel suo sangue. Ora, la passione di Cristo è la causa propria della remissione dei peccati per tre motivi. Primo, quale incentivo della carità. Poiché S. Paolo dice: Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora nemici, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). Ora, con la carità noi conseguiamo il perdono dei peccati, secondo le parole di Lc 7 [47]: Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. – Secondo, la passione di Cristo causa la remissione dei peccati sotto forma di redenzione. Essendo egli infatti il nostro capo, con la sua passione, accettata per amore e obbedienza, ha liberato dal peccato noi che siamo le sue membra, offrendo tale passione come prezzo del riscatto: come se uno riscattasse se stesso da un peccato commesso con i piedi mediante un’opera meritoria compiuta con le mani. Come infatti è unico il corpo fisico formato di membra diverse, così la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo, costituisce come un’unica persona insieme con il suo capo, che è Cristo. – Terzo, a modo di efficienza: poiché il corpo nel quale Cristo ha subito la passione, è «strumento della divinità», per cui i suoi patimenti e le sue azioni agiscono con la virtù di Dio nell’eliminazione del peccato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 1, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur Apoc. 1 [15], dilexit nos, et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo.
   Respondeo dicendum quod passio Christi est propria causa remissionis peccatorum, tripliciter. Primo quidem, per modum provocantis ad caritatem. Quia, ut apostolus dicit, Rom. 5 [8-9], commendat Deus suam caritatem in nobis, quoniam, cum inimici essemus, Christus pro nobis mortuus est. Per caritatem autem consequimur veniam peccatorum, secundum illud Luc. 7 [47], dimissa sunt ei peccata multa, quoniam dilexit multum. – Secundo, passio Christi causat remissionem peccatorum per modum redemptionis. Quia enim ipse est caput nostrum, per passionem suam, quam ex caritate et obedientia sustinuit, liberavit nos, tanquam membra sua, a peccatis, quasi per pretium suae passionis, sicut si homo per aliquod opus meritorium quod manu exerceret, redimeret se a peccato quod pedibus commisisset. Sicut enim naturale corpus est unum, ex membrorum diversitate consistens, ita tota Ecclesia, quae est mysticum corpus Christi, computatur quasi una persona cum suo capite, quod est Christus. – Tertio, per modum efficientiae, inquantum caro, secundum quam Christus passionem sustinuit, est instrumentum divinitatis, ex quo eius passiones et actiones operantur in virtute divina ad expellendum peccatum.

Vangelo (Lc 4,16-21)

   Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

La consacrazione con l’unzione

San Tommaso
(Su Isaia, c. 61, v. 1)

   Si noti, sulle parole mi ha consacrato con l’unzione, che Dio Padre ha consacrato Cristo innanzitutto con l’olio della dignità sacerdotale, quale sacerdote per offrire sacrifici. Sir 45: «Mi ha unto con il santo olio». In secondo luogo con l’olio della potestà regale, quale re per governare. 2 Re 12: «Io ti ho consacrato come re e principe del mio popolo». Terzo, per la straordinaria fortezza, come un pugile per il combattimento. 2 Re 1: «Come è stato abbattuto lo scudo dei forti, lo scudo di Saul e Gionata, come se non fosse stato unto con l’olio?». Quarto, per l’eminente letizia, come un liberale nel fare misericordia. Sal 111: «Felice l’uomo che ha compassione e dà in prestito». Sal 44: «Ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di letizia a preferenza dei tuoi eguali».
   Parimenti il servo devoto unse Cristo innanzitutto con le lacrime della compunzione. Mt 6: «Ungi il tuo capo e lavati il volto». In secondo luogo con l’unguento della devozione. Lc 7: «Questa donna ha unto i miei piedi con l’unguento». Terzo, con l’olio della pura intenzione. Sir 9: «In ogni tempo siano candidi i tuoi vestiti, e l’olio non venga meno sul tuo capo». Quarto, con l’olio della lode e dell’azione di grazie. Gen 28: «Giacobbe, levatosi di buon mattino, prese una pietra… e la eresse come una stele, versando olio sulla sua sommità».

Testo latino di San Tommaso
(In Isaiam, c. 61, v. 1)

   Nota super illo verbo, unxerit me, quod Christum ungit Deus Pater primo oleo sacerdotalis dignitatis, quasi sacerdotem ad sacrificia offerendum. Eccl. 45: unxit eum oleo sancto. Secundo regalis potestatis, quasi regem ad gubernandum. 2 Reg. 12: ego te unxi regem et principem populi mei. Tertio immensae fortitudinis, quasi pugilem ad pugnandum. 2 Reg. 1: quomodo abjectus est clypeus fortium, clypeus Saul et Jonathae, quasi non sit unctus oleo? Quarto eminentis jucunditatis, quasi liberalem ad miserendum. Psal. 111: jucundus homo qui miseretur et commodat. Psal. 44: unxit te Deus, Deus tuus oleo laetitiae prae consortibus tuis. Item Christum ungit servus devotus primo lacrymis compunctionis. Matth. 6: unge caput tuum, et faciem tuam lava. Secundo unguento devotionis. Lucae 7: haec autem unguento unxit pedes meos. Tertio oleo purae intentionis. Eccl. 9: omni tempore sint vestimenta tua candida, et oleum de capite tuo non deficiat. Quarto oleo laudis et gratiarum actionis. Gen. 28: surgens Jacob mane sumpsit lapidem et erexit in titulum, fundensque oleum desuper et cetera.

Santa Messa “nella Cena del Signore”

Prima lettura
(Es 12,1-8.11-14)

   «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”».

L’agnello pasquale
figura dell’Eucaristia

San Tommaso
(S. Th. III, q. 73, a. 6, corpo)

   In questo sacramento possiamo considerare tre elementi: il sacramentum tantum, cioè il pane e il vino; la res et sacramentum, cioè il corpo vero di Cristo; la res tantum, cioè l’effetto di questo sacramento. Ora, per quanto riguarda il sacramentum tantum, la figura principale dell’Eucaristia fu l’oblazione di Melchisedec, il quale «offrì pane e vino». – Per quanto invece riguarda il Cristo stesso immolato, che è contenuto in questo sacramento, la figura principale va riscontrata in tutti i sacrifici dell’Antico Testamento, e specialmente nel sacrificio dell’espiazione, che era il più solenne. – Per quanto riguarda infine l’effetto [dell’Eucaristia] la figura principale fu la manna, che aveva in sé ogni la dolcezza di qualsiasi sapore, come è detto in Sap 16 [20], allo stesso modo in cui anche la grazia di questo sacramento ristora l’anima sotto ogni aspetto. – Ma l’agnello pasquale prefigurava questo sacramento sotto tutti e tre questi aspetti. Quanto al primo, poiché era mangiato con i pani azzimi, secondo il precetto di Es 12 [8]: Mangeranno le carni e i pani azzimi. Quanto al secondo, poiché era immolato da tutti i figli d’Israele nella quattordicesima luna, il che prefigurava la passione di Cristo, che per l’innocenza è denominato agnello. Quanto all’effetto, infine, poiché il sangue dell’agnello pasquale protesse i figli d’Israele dall’angelo devastatore e li liberò dalla schiavitù d’Egitto. Quindi l’agnello pasquale va considerato come la figura principale dell’Eucaristia, dato che la prefigurava sotto tutti gli aspetti. Sono così risolte anche le difficoltà.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 73, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod in hoc sacramento tria considerare possumus, scilicet id quod est sacramentum tantum, scilicet panis et vinum; et id quod est res et sacramentum, scilicet corpus Christi verum; et id quod est res tantum, scilicet effectus huius sacramenti. Quantum igitur ad id quod est sacramentum tantum potissima figura fuit huius sacramenti oblatio Melchisedech, qui obtulit panem et vinum. – Quantum autem ad ipsum Christum passum, qui continetur in hoc sacramento, figurae eius fuerunt omnia sacrificia veteris testamenti; et praecipue sacrificium expiationis, quod erat solemnissimum. – Quantum autem ad effectum, fuit praecipua eius figura manna, quod habebat in se omnis saporis suavitatem, ut dicitur Sap. 16 [20], sicut et gratia huius sacramenti quantum ad omnia reficit mentem. – Sed agnus paschalis quantum ad haec tria praefigurabat hoc sacramentum. Quantum enim ad primum, quia manducabatur cum panibus azymis, secundum illud Exod. 12 [8], edent carnes et azymos panes. Quantum vero ad secundum, quia immolabatur ab omni multitudine filiorum Israel quartadecima luna, quod fuit figura passionis Christi, qui propter innocentiam dicitur agnus. Quantum vero ad effectum, quia per sanguinem agni paschalis protecti sunt filii Israel a devastante Angelo, et educti de Aegyptiaca servitute. Et quantum ad hoc, ponitur figura huius sacramenti praecipua agnus paschalis, quia secundum omnia eam repraesentat. Et per hoc patet responsio ad obiecta.

Seconda lettura
(1 Cor 11,23-26)

   Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

L’ultima cena

San Tommaso
(S. Th. III, q. 73, a. 5, corpo)

   Era conveniente che questo sacramento fosse istituito nella Cena, cioè in quella circostanza in cui Cristo per l’ultima volta si trattenne con i suoi discepoli. Primo, a motivo di ciò che esso contiene. Racchiude infatti sacramentalmente Cristo medesimo. E così Cristo lasciò se stesso ai discepoli sotto l’aspetto sacramentale nel momento in cui stava per separarsi da loro nel suo aspetto reale, come in assenza dell’imperatore si espone alla venerazione la sua immagine. Da cui le parole di Eusebio: «Essendo sul punto di sottrarre allo sguardo il corpo che aveva assunto per trasferirlo in cielo, era necessario che nel giorno della Cena consacrasse per noi il sacramento del suo corpo e del suo sangue, affinché fosse per sempre onorato nel mistero quel corpo che era offerto una sola volta per il riscatto». – Secondo, poiché senza la passione di Cristo non ci poté mai essere salvezza, come è detto in Rm 3 [25]: Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede nel suo sangue. Era quindi necessario che in ogni tempo presso gli uomini qualcosa rappresentasse la passione del Signore. Ora, nell’Antico Testamento il simbolo principale di essa era l’agnello pasquale, per cui anche S. Paolo dice: Cristo nostra Pasqua è stato immolato. Nel Nuovo Testamento invece subentrò ad esso il sacramento dell’Eucaristia, che è commemorativo della passione avvenuta come l’agnello pasquale era prefigurativo della passione futura. Era quindi conveniente che nell’imminenza della passione, dopo che fu celebrato l’antico sacramento, fosse istituito il nuovo, come dice papa S. Leone. – Terzo, poiché le cose che sono dette per ultime, specialmente dagli amici al momento della separazione, rimangono più impresse nella memoria: soprattutto perché allora più si accende l’affetto verso gli amici, e le cose che più ci toccano si imprimono maggiormente nell’animo. Poiché dunque, come osserva papa S. Alessandro, «fra tutti i sacrifici nessuno può essere superiore a quello del corpo e del sangue di Cristo, né alcuna oblazione può essere migliore di questa», di conseguenza, affinché fosse tenuto in maggiore venerazione, il Signore istituì questo sacramento mentre era sul punto di separarsi dai suoi discepoli. Da cui le parole di S. Agostino : «Il Salvatore, per far comprendere più efficacemente la grandezza di questo mistero, lo volle imprimere da ultimo nel cuore e nella memoria dei discepoli, dai quali si stava separando per andare alla morte».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 73, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod convenienter hoc sacramentum institutum fuit in cena, in qua scilicet Christus ultimo cum discipulis suis fuit conversatus. Primo quidem, ratione continentiae huius sacramenti. Continetur enim ipse Christus in Eucharistia sicut in sacramento. Et ideo, quando ipse Christus in propria specie a discipulis discessurus erat, in sacramentali specie seipsum eis reliquit, sicut in absentia imperatoris exhibetur veneranda eius imago. Unde Eusebius dicit, quia corpus assumptum ablaturus erat ab oculis et illaturus sideribus, necesse erat ut die cenae sacramentum corporis et sanguinis sui consecraret nobis, ut coleretur iugiter per mysterium quod semel offerebatur in pretium. – Secundo, quia sine fide passionis Christi nunquam potuit esse salus, secundum illud Rom. 3 [25], quem proposuit Deus propitiatorem per fidem in sanguine ipsius. Et ideo oportuit omni tempore apud homines esse aliquod repraesentativum dominicae passionis. Cuius in veteri quidem testamento praecipuum sacramentum erat agnus paschalis, unde et apostolus dicit, 1 Cor. 5 [7], Pascha nostrum immolatus est Christus. Successit autem ei in novo testamento Eucharistiae sacramentum, quod est rememorativum praeteritae passionis, sicut et illud fuit praefigurativum futurae. Et ideo conveniens fuit, imminente passione, celebrato priori sacramento, novum sacramentum instituere, ut Leo Papa dicit. – Tertio, quia ea quae ultimo dicuntur, maxime ab amicis recedentibus, magis memoriae commendantur, praesertim quia tunc magis inflammatur affectus ad amicos, ea vero ad quae magis afficimur, profundius animo imprimuntur. Quia igitur, ut beatus Alexander Papa dicit, nihil in sacrificiis maius esse potest quam corpus et sanguis Christi, nec ulla oblatio hac potior est, ideo, ut in maiori veneratione haberetur, Dominus in ultimo discessu suo a discipulis hoc sacramentum instituit. Et hoc est quod Augustinus dicit, in libro responsionum ad Ianuarium, Salvator, quo vehementius commendaret mysterii illius altitudinem, ultimum hoc voluit infigere cordibus et memoriae discipulorum, a quibus ad passionem discessurus erat.

Vangelo (Gv 13,1-5)

   Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Il culmine dell’amore

San Tommaso
(Sul Vangelo di San Giovanni,
c. 13, lez. 1, I, v. 1)

   Conseguentemente quando dice: Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine, viene messo in luce il fervente amore di Cristo, e ciò sotto quattro aspetti.
   Primo, quanto al fatto che fu preveniente, secondo 1 Gv 4,10: «non come se noi avessimo amato Dio, ma in quanto lui per primo ci ha amati». E quanto a ciò dice: avendo amato i suoi, precedentemente; li amò, dico, prima di crearli; Sap 11,25: «Ami tutte le cose esistenti, e non hai in odio nulla di quanto hai creato». Li amò prima di chiamarli; Ger 31,3: «Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti ho attratto a me pieno di compassione». Li amò prima di redimerli, più sotto, 15,13: «nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici».
   Secondo, viene esaltato il suo amore in quanto fu conveniente, poiché ha amato i suoi. Dove bisogna tenere presente che, come alcuni sono suoi in modo diverso, così sono amati da Dio in modo diverso. Ora, si può essere suoi in tre modi. Primo, per la creazione: e questi li ama conservando in essi i beni di natura; vedi sopra, 1,11: «Venne tra i suoi, e i suoi», per creazione, «non l’hanno accolto». Alcuni invece sono suoi per donazione, quelli cioè che sono stati donati da Dio Padre mediante la fede; vedi più sotto 17,6: «Erano tuoi, e tu li hai dati a me, e hanno conservato le tue parole». E questi li ama conservandoli nei beni della grazia. Altri infine sono suoi per una speciale devozione; 1 Paral. 11,1: «Siamo tuoi, o Davide, e carne tua». Questi li ama in modo speciale consolandoli.
   Terzo, viene posto in evidenza l’amore di Cristo in quanto fu necessario, poiché amò i suoi che erano nel mondo. Infatti sono suoi alcuni che erano già nella gloria del Padre, poiché anche gli antichi padri erano suoi, in quanto sperarono di essere da lui liberati: Dt 33,3: «Tutti i santi sono nelle sue mani». Però questi non sono bisognosi di tale amore quanto quelli che erano nel mondo; per cui dice: che erano nel mondo, cioè con il corpo, non con la mente.
   Quarto, si esalta il suo amore perché fu perfetto: li amò fino alla fine. Ora, il fine può essere inteso in due modi: quello dell’intenzione e quello dell’esecuzione. Il fine dell’intenzione è quello a cui si ordina la nostra intenzione; e questo fine deve essere la vita eterna, secondo Rm 6,22: «Avete il vostro frutto nella santificazione, e il fine è la vita eterna». Inoltre tale fine deve essere Cristo; Rm 10,4: «Il fine della legge è Cristo, perché la giustizia sia data a ogni credente». E si tratta di un unico fine, poiché la vita eterna non è altro che la fruizione di Cristo in quanto Dio; vedi sotto 17,3: «Questa è la vita eterna, che conoscano te, solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». In base a ciò quindi dice: li amò fino alla fine; per condurli a se stesso in quanto fine, o alla vita eterna, che è la stessa cosa; Ger 31,3: «Ti ho amato di un amore eterno; per questo ti ho attratto a me pieno di compassione».
   Il fine dell’esecuzione invece è il termine della cosa; e così la morte può essere detta fine, per cui l’espressione: li amò fino alla fine viene a significare: fino alla morte. E ciò può avere un triplice senso. Secondo S. Agostino, così che in modo umano si dica che Cristo amò i suoi soltanto fino alla morte, e non oltre. Ma questo senso è falso: non sia mai infatti che con la morte ponga fine all’amore colui che non è finito con la morte. In un altro modo si può intendere che la preposizione in indichi la causa; e allora il senso è questo: li amò fino alla fine, cioè l’amore per loro lo condusse alla morte; Gal 2,20: «Ci ha amati, e ha dato se stesso per noi». In un terzo modo si può intendere così: fino alla fine, cioè, pur avendo loro mostrato in antecedenza molti segni di amore, alla fine, cioè in prossimità della morte, mostrò loro i segni di un amore più grande; vedi sotto 16,5: «Queste cose non ve le ho dette all’inizio, poiché ero con voi», come se dicesse: Non era necessario allora che vi mostrassi quanto vi amavo, ma lo è invece adesso, quando sto per lasciarvi, così che il mio amore e il mio ricordo si imprimano più profondamente nei vostri cuori.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 13, lect. 1, I, v. 1)

   Consequenter cum dicit cum dilexisset suos, qui erant in mundo, in finem dilexit eos, commendatur fervens Christi dilectio, et hoc quantum ad quatuor. Primo quantum ad hoc quod fuit praeveniens, secundum illud 1 Io. 4,10: non quasi nos dilexerimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit nos. Et quantum ad hoc dicit cum dilexisset suos, quasi antea: dilexit, inquam, antequam crearet; Sap. 11,25: diligis omnia quae sunt, et nihil odisti eorum quae fecisti. Dilexit antequam vocaret; Ier. 31,3: in caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te miserans. Dilexit antequam redimeret; infra 15,13: maiorem caritatem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis. Secundo commendatur eius dilectio quantum ad hoc quod fuit congrua, quia dilexit suos. Ubi sciendum est quod secundum quod aliqui diversimode sunt sui, secundum hoc a Deo diversimode diliguntur. Sunt autem aliqui sui tripliciter. Primo creatione; et hos diligit conservando eis bona naturae; supra 1, v. 11: in propria venit, et sui, per creationem, eum non receperunt. Aliqui vero sunt sui dedicatione, qui scilicet dati sunt a Deo Patre per fidem; infra 17,6: tui erant, et mihi eos dedisti, et sermonem tuum servaverunt. Et hos diligit conservando in bonis gratiae. Aliqui vero sunt sui speciali devotione; 1 Paral. 11,1: tui sumus, o David, et caro tua. Hos diligit specialiter consolando. Tertio commendatur dilectio Christi quantum ad hoc quod fuit necessaria, quia dilexit suos qui erant in mundo. Nam aliqui sunt sui, qui iam erant in gloria Patris, quia etiam antiqui patres sui erant, inquantum speraverunt liberari per eum; Deut. 33,3: omnes sancti in manu illius sunt. Sed isti non tantum indigent huiusmodi dilectione quantum hi qui erant in mundo; et ideo dicit qui erant in mundo, corpore scilicet, sed non mente. Quarto commendatur quantum ad hoc quod fuit perfecta, unde dicit in finem dilexit eos. Finis autem dicitur dupliciter: quia finis intentionis, et finis executionis. Illud quidem est finis intentionis ad quod nostra ordinatur intentio; et huiusmodi finis debet esse vita aeterna, secundum illud Rom. 6,22: habetis fructum vestrum in sanctificationem, finem vero vitam aeternam. Iterum finis huiusmodi Christus debet esse; Rom. 10,4: finis legis Christus ad iustitiam omni credenti. Et haec duo sunt unus finis: quia nihil est aliud vita aeterna quam fruitio Christi, secundum divinitatem; infra 17,3: haec est vita aeterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti, Iesum Christum. Secundum hoc ergo dicit in finem dilexit eos; ut perduceret in se finem, vel in vitam aeternam, quae nihil aliud est; Ier. c. 31,3: in caritate dilexi te, propterea attraxi te, miserans. Illud autem est finis executionis quod est terminus rei; et sic mors potest dici finis, ut dicatur in finem dilexit eos, idest in mortem: quod potest habere triplicem sensum uno modo, secundum Augustinum, ut quodam humano modo dicatur Christus dilexit suos usque ad mortem tantum, et non ultra. Sed hic sensus est falsus: absit enim ut dilectionem morte finierit qui non est in morte finitus. Alio modo potest intelligi, ut ly in indicet causam; et sic est sensus: in finem dilexit eos, idest, usque ad mortem illum dilectio ipsorum perduxit; Gal. 2, v. 20: dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis. Tertio modo potest intelligi ut sit sensus: in finem, idest, cum multa signa dilectionis ostenderit eis ante, in finem, idest circa mortem, maioris eis signa dilectionis ostendit; infra 16,5: haec ab initio vobis non dixi, quia vobiscum eram, quasi diceret: non tunc necessarium fuit vobis, ut ostenderem quantum vos diligerem, nisi in recessu, ut sic amor et memoria mei in cordibus vestris profundius imprimeretur.

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