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2 aprile – Domenica delle Palme: Passione del Signore

2 aprile – Domenica delle Palme: Passione del Signore
28/11/2022 elena

2 aprile
Domenica delle Palme:
Passione del Signore

Prima lettura (Is 50,4-7)

   Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

L’esempio di Gesù

San Tommaso
(Su Isaia, c. 50, vv. 4-7)

   Il Signore mi ha dato. Qui pone se stesso come esempio: e innanzitutto quanto alla grazia del beneficio ricevuto, sia quanto all’eloquenza: mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare parole di conforto. Gb 4: «Le tue mani hanno confermato i vacillanti, e dato forza alle ginocchia deboli», sia anche quanto alla sapienza, egli fa attento il mio orecchio al mattino, cioè all’inizio della predicazione o all’inizio dell’età. Oppure perché allora era solito pregare. Sal 62: «Al mattino ti cerco». Mi ha aperto l’orecchio per capire. Sal 84: «Ascolterò che cosa dice in me il Signore Dio». Mt 25: «Uno solo è il vostro maestro, Cristo». Secondo, pone se stesso come esempio quanto all’obbedienza: Io non ho opposto resistenza, ma ricevo e accolgo la sua ispirazione, non mi sono tirato indietro dal buon proposito. Sopra 45: «Guai a chi oppone resistenza al suo fattore». Pone anche la costanza nell’obbedire, poiché non ha tralasciato l’obbedienza per nessun pericolo: Ho presentato il mio dorso, cioè mi sono esposto a patire tali cose. O forse ha patito letteralmente tali cose. Ma in Cristo ciò fu adempiuto pienamente: Mt 26 e 27. Ger 12: «Ho consegnato ciò che ho di più caro alle mani dei nemici». Terzo, pone se stesso come esempio quanto alla fiducia che aveva in Dio, richiamando innanzitutto la sua difesa preparatagli da Dio: Il Signore Dio mi assiste. Ger 20: «Il Signore è al mio fianco come prode valoroso». Poi affermando la sicurezza della fiducia: per questo rendo la mia faccia dura come pietra, per non essere smosso dal timore o dalla vergogna. Ez 3: «Ti ho posto come diamante e selce». Infine spiega la ragione della sicurezza in base al potere di colui che lo aiuta: È vicino chi mi rende giustizia. Chi oserà venire a contesa con me?
   Nota, sulle parole: Io non ho opposto resistenza, che oppongono resistenza a Dio innanzitutto gli infedeli alla divina verità. Sir 4: «Non opporti alla parola di verità». Poi coloro che non sopportano la correzione divina. Gb 9: «Chi gli si è opposto e ha avuto pace?». Infine quanti non si pentono di fronte alla divina bontà. Os 11: «Il mio popolo è duro a convertirsi».

Testo latino di San Tommaso
(In Isaiam, c. 50, vv. 4-7)

   Dominus dedit. Hic ponit seipsum in exemplum: et primo quantum ad beneficii percepti gratiam; tum quantum ad eloquentiam: linguam eruditam, sustentare, confortationibus. Job 4: vacillantes confirmaverunt; tum etiam quantum ad sapientiam, erigit, ad attendendum, mane, a principio praedicationis meae, vel a principio aetatis. Vel quia tunc solitus erat orare. Psal. 62: in matutinis meditabor in te. Aperuit, ad intelligendum. Psal. 84: audiam quid loquatur in me Dominus Deus. Matth. 23: magister vester unus est, Christus. Secundo ponit seipsum in exemplum quantum ad obedientiam, ponens perfectam oboedientiam: ego autem non contradico, sed recipio, et accepto ipsius inspirationem, retrorsum non abii, a bono proposito. Supra 45: vae qui contradicit factori suo. Ponit etiam obediendi constantiam, quia obedientiam pro nullo periculo dimisit: corpus meum dedi; idest, exposui me ut talia paterer. Vel forte ad litteram haec passus est. Sed in Christo plene impletum, Matth. 26 et 27. Jer. 12: dedi dilectam animam meam in manus inimicorum. Tertio ponit seipsum in exemplum quantum ad fiduciam quam in Deo habebat, primo ponens paratam defensionem: Dominus Deus auxiliator, Jer. 20: Dominus mecum est tamquam bellator fortis. Secundo fiduciae securitatem: et posuit, ut timore vel rubore non moverer. Ezech. 3: ut adamantem et silicem dedi te. Tertio assignat securitatis rationem ex potestate adjuvantis: juxta est qui justificat, scilicet Deus. Quis contradicet? verbis.
   Item super illo verbo, Ego autem non contradico, nota quod Deo contradicunt primo infideles divinae veritati. Eccl. 4: Ne contradicas verbo «veritatis». Secundo impatientes divinae correctioni. Job 9: «Quis contradixit ei, et pacem habuit?». Tertio impaenitentes divinae bonitati. Oseae 11: «Populus meus pendebit ad reditum meum».

Seconda lettura (Fil 2,6-11)

   Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Umiliazione ed esaltazione di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 6, corpo)

   Il merito implica una certa uguaglianza di giustizia, per cui anche S. Paolo dice: A chi lavora, il salario viene calcolato come debito (Rm 4,4). Ora, quando uno per un ingiusto volere si arroga più di quanto gli spetta, è giusto che gli venga sottratto anche ciò che gli era dovuto, per cui chi ruba una pecora ne renderà quattro (Es 22,1). E in questo caso si parla di merito, in quanto la cattiva volontà viene in tal modo punita. Così dunque, anche quando uno con una giusta volontà toglie a se stesso ciò che gli era dovuto, merita che gli sia restituito in sovrappiù, quale mercede della sua giusta volontà. Ed è per questo che chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11). – Ora, Cristo nella sua passione umiliò se stesso al di sotto della propria dignità in quattro modi. Primo, soffrendo la passione e la morte, che a lui non erano dovute. Secondo, accettando l’umiliazione del luogo: poiché il suo corpo fu posto nel sepolcro e la sua anima discese agli inferi. Terzo, sopportando insulti e derisioni. Quarto, lasciandosi consegnare agli umani poteri, secondo le parole da lui rivolte a Pilato: Tu non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto (Gv 19,11). – Egli perciò con la sua passione meritò l’esaltazione in quattro modi. Primo, quando alla sua risurrezione gloriosa. Per cui è detto nel Sal 138 [2]: Tu hai conosciuto la mia prostrazione, ossia l’umiliazione della mia passione, e la mia risurrezione. Secondo, quando alla sua ascensione al cielo. Per cui è detto: Discese prima nelle parti inferiori della terra: ma colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli (Ef 4,9). Terzo, quanto all’innalzamento alla destra del Padre e alla manifestazione della sua divinità, secondo le parole di Is 52 [13]: Sarà onorato, esaltato e molto innalzato: come molti si erano stupiti che il suo aspetto fosse senza gloria tra gli uomini. E in Fil 2 [8] è detto: Si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce: per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra ogni altro nome; ha fatto cioè che fosse da tutti chiamato Dio, e che tutti gli prestassero ossequio come a Dio. Da cui le parole che seguono [10]: Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra. Quarto, quanto al potere di giudicare. E ciò secondo le parole di Gb 36 [17]: La tua causa è stata giudicata come quella di un empio: sarà affidata a te la causa e il giudizio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod meritum importat quandam aequalitatem iustitiae, unde apostolus dicit [Rom. 4,4], ei qui operatur, merces imputatur secundum debitum. Cum autem aliquis ex sua iniusta voluntate sibi attribuit plus quam debeatur, iustum est ut diminuatur etiam quantum ad id quod sibi debebatur, sicut, cum furatur quis unam ovem, reddet quatuor, ut dicitur Ex. 22 [1]. Et hoc dicitur mereri, inquantum per hoc punitur cuius est iniqua voluntas. Ita etiam, cum aliquis sibi ex iusta voluntate subtrahit quod debebat habere, meretur ut sibi amplius aliquid superaddatur, quasi merces iustae voluntatis. Et inde est quod, sicut dicitur Luc. 14 [11], qui se humiliat, exaltabitur. – Christus autem in sua passione seipsum humiliavit infra suam dignitatem, quantum ad quatuor. Primo quidem, quantum ad passionem et mortem, cuius debitor non erat. Secundo, quantum ad locum, quia corpus eius positum est in sepulcro, anima in inferno. Tertio, quantum ad confusionem et opprobria quae sustinuit. Quarto, quantum ad hoc quod est traditus humanae potestati, secundum quod ipse dicit Pilato, Ioan. 19 [11], non haberes in me potestatem, nisi datum tibi fuisset desuper. – Et ideo per suam passionem meruit exaltationem quantum ad quatuor. Primo quidem, quantum ad resurrectionem gloriosam. Unde dicitur in Psalmo [138,2], tu cognovisti sessionem meam, idest humilitatem meae passionis, et resurrectionem meam. Secundo, quantum ad ascensionem in caelum. Unde dicitur Ephes. 4 [9-10], descendit primo in inferiores partes terrae, qui autem descendit, ipse est et qui ascendit super omnes caelos. Tertio, quantum ad consessum paternae dexterae, et manifestationem divinitatis ipsius, secundum illud Isaiae 52 [13-14], exaltabitur et elevabitur, et sublimis erit valde, sicut obstupuerunt super eum multi, sic inglorius erit inter viros aspectus eius. Et Phil.2 [8-9] dicitur, factus est obediens usque ad mortem, mortem autem crucis, propter quod et Deus exaltavit illum, et dedit illi nomen quod est super omne nomen, ut scilicet ab omnibus nominetur Deus, et omnes sibi reverentiam exhibeant sicut Deo. Et hoc est quod subditur [v. 10], ut in nomine Iesu omne genu flectatur, caelestium, terrestrium et infernorum. Quarto, quantum ad iudiciariam potestatem. Dicitur enim Iob 36 [17], causa tua quasi impii iudicata est, iudicium causamque recipies.

Passione secondo San Matteo
(26,14-27,66)

   In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». Gli rispose Gesù: «Tu l’hai detto; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore». Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: F «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Necessità della passione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 46, a. 1, corpo e soluzione 3)

   Come insegna il Filosofo, molte sono le accezioni del termine necessario. C’è infatti il necessario che in forza della sua natura non può essere altrimenti. E in questo senso la passione di Cristo non fu necessaria, né dalla parte di Dio né dalla parte dell’uomo. – In un altro senso invece una cosa può dirsi necessaria per qualche motivo esterno. E se si tratta di una causa efficiente o movente, si ha una necessità di coazione: come quando, p. es., uno non può camminare per la violenza di chi lo trattiene. Se invece il motivo esterno che crea la necessità è il fine, allora avremo una necessità ipotetica: quando cioè un certo fine non può essere raggiunto in alcun modo, oppure non in modo conveniente, supposto che lo si intenda raggiungere. – Quindi la passione di Cristo non era necessaria per una necessità di coazione: né dalla parte di Dio, che l’aveva decretata, né dalla parte di Cristo, che la affrontò volontariamente. – Era invece necessaria secondo la necessità del fine. E ciò risulta da tre punti di vista. Primo, considerandola dal lato di noi uomini, che da essa siamo stati redenti, come è detto in Gv 3 [14]: Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Secondo, considerandola in Cristo medesimo, il quale con l’umiliazione della passione doveva meritare la gloria dell’esaltazione. Per cui in Lc 24 [26] è detto: Era necessario che Cristo patisse tali cose per entrare nella sua gloria. Terzo, considerandola dalla parte di Dio, il cui decreto circa la passione di Cristo era stato preannunziato dalle Scritture e prefigurato nelle osservanze dell’Antico Testamento. Per cui è detto in Lc 22 [22]: Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; e in Lc 24 [44,46]: Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi […]. Sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti.
   3. La liberazione dell’uomo mediante la passione di Cristo era consona sia alla misericordia che alla giustizia di Dio. Alla giustizia, perché Cristo con la sua passione riparò il peccato del genere umano: e così l’uomo fu liberato dalla giustizia di Cristo. Alla misericordia, perché non essendo l’uomo, di per sé, in grado di soddisfare per il peccato di tutta la natura umana, come si è visto sopra, Dio gli concesse quale riparatore il proprio Figlio, come è detto in Rm 3 [24 ]: Tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù, che Dio ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue. E ciò fu un atto di misericordia più grande che il condono dei peccati senza alcuna soddisfazione. Per cui è detto in Ef 2 [4]: Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 46, a. 1, corpus e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod, sicut philosophus docet in 5 Met., necessarium multipliciter dicitur. Uno quidem modo, quod secundum sui naturam impossibile est aliter se habere. Et sic manifestum est quod non fuit necessarium Christum pati, neque ex parte Dei, neque ex parte hominis. – Alio modo dicitur aliquid necessarium ex aliquo exteriori. Quod quidem si sit causa efficiens vel movens, facit necessitatem coactionis, utpote cum aliquis non potest ire propter violentiam detinentis ipsum. Si vero illud exterius quod necessitatem inducit, sit finis, dicetur aliquid necessarium ex suppositione finis, quando scilicet finis aliquis aut nullo modo potest esse, aut non potest esse convenienter, nisi tali fine praesupposito. – Non fuit ergo necessarium Christum pati necessitate coactionis, neque ex parte Dei, qui Christum definivit pati; neque etiam ex parte ipsius Christi, qui voluntarie passus est. – Fuit autem necessarium necessitate finis. Qui quidem potest tripliciter intelligi. Primo quidem, ex parte nostra, qui per eius passionem liberati sumus, secundum illud Ioan. 3, oportet exaltari filium hominis, ut omnis qui credit in eum non pereat, sed habeat vitam aeternam. Secundo, ex parte ipsius Christi, qui per humilitatem passionis meruit gloriam exaltationis. Et ad hoc pertinet quod dicitur Luc. 24 [26], haec oportuit Christum pati, et sic intrare in gloriam suam. Tertio, ex parte Dei, cuius definitio est circa passionem Christi praenuntiatam in Scripturis et praefiguratam in observantia veteris testamenti. Et hoc est quod dicitur Luc. 22 [22], Filius hominis secundum quod definitum est vadit; et Luc. 24 [44-46], haec sunt verba quae locutus sum ad vos cum adhuc essem vobiscum, quoniam necesse est impleri omnia quae scripta sunt in lege Moysi et prophetis et Psalmis de me; et, quoniam scriptum est quoniam oportebat Christum pati et resurgere a mortuis.
   Ad tertium dicendum quod hominem liberari per passionem Christi, conveniens fuit et misericordiae et iustitiae eius. Iustitiae quidem, quia per passionem suam Christus satisfecit pro peccato humani generis, et ita homo per iustitiam Christi liberatus est. Misericordiae vero, quia, cum homo per se satisfacere non posset pro peccato totius humanae naturae, ut supra [q. 1 a. 2 ad 2] habitum est, Deus ei satisfactorem dedit Filium suum, secundum illud Rom. 3 [24-25], iustificati gratis per gratiam ipsius, per redemptionem quae est in Christo Iesu, quem proposuit Deus propitiatorem per fidem ipsius. Et hoc fuit abundantioris misericordiae quam si peccata absque satisfactione dimisisset. Unde dicitur Eph. 2 [4-5], Deus, qui dives est in misericordia, propter nimiam caritatem qua dilexit nos, cum essemus mortui peccatis, convivificavit nos in Christo.

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