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28 settembre – mercoledì Tempo Ordinario – 26a Settimana

28 settembre – mercoledì Tempo Ordinario – 26a Settimana
16/09/2021 elena

28 settembre – mercoledì
Tempo Ordinario – 26a Settimana

Prima lettura
(Gb 9,1-12.14-16)

   Giobbe rispose ai suoi amici dicendo: In verità io so che è così: e come può un uomo aver ragione innanzi a Dio? Se uno volesse disputare con lui, non gli risponderebbe una volta su mille. Saggio di mente, potente per la forza, chi s’è opposto a lui ed è rimasto salvo? Trasporta le montagne e non lo sanno, egli nella sua ira le sconvolge. Scuote la terra dal suo posto e le sue colonne tremano. Comanda al sole ed esso non sorge e alle stelle pone il suo sigillo. Egli da solo stende i cieli e cammina sulle onde del mare. Crea l’Orsa e l’Orione, le Plèiadi e i penetràli del cielo australe. Fa cose tanto grandi da non potersi indagare, meraviglie da non potersi contare. Ecco, mi passa vicino e non lo vedo,  se ne va e di lui non m’accorgo. Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire? Chi gli può dire: «Che fai?». Tanto meno io potrei rispondergli, trovare parole da dirgli! Se avessi anche ragione, non risponderei, al mio giudice dovrei domandare pietà. Se io lo invocassi e mi rispondesse, non crederei che voglia ascoltato la mia voce.

Chi gli può resistere?

San Tommaso
(S. Th. I, q. 103, a. 7, in contrario e corpo)

   È detto in Est: Signore Dio, re onnipotente, al tuo impero tutte le cose sono sottoposte, e non c’è chi possa resistere alla tua volontà.
   È possibile che un effetto si verifichi al di fuori dell’ordine di una causa particolare, ma è impossibile che si verifichi al di fuori dell’ordine della causa universale. Infatti nulla accade al di fuori dell’ordine di una causa particolare se non in forza di un’altra causa che le sia di impedimento; ma anche questa seconda causa particolare deve essere ricondotta alla prima causa universale: come, ad es., la cattiva digestione si verifica al di fuori dell’ordine della potenza nutritiva in forza di un qualche impedimento, quale potrebbe essere la pesantezza dei cibi; e tuttavia anche questa causa va ricondotta necessariamente a un’altra, e così di seguito fino alla causa prima universale. Ora, poiché Dio è la prima causa universale non di un solo genere di enti, ma di tutto l’essere nella sua generalità, è impossibile che accada qualcosa fuori dell’ordine stabilito da Dio; anzi, proprio per il fatto che una cosa sembra evadere, da una parte, dall’ordine della provvidenza divina considerato nell’ambito di una causa particolare, è necessario che essa rientri, da un’altra parte e in forza di un’altra causa, nel medesimo ordinamento.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 103, a. 7, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur Esther 13 [9], Domine Deus, rex omnipotens, in ditione tua cuncta sunt posita, et non est qui possit resistere tuae voluntati.
   Respondeo dicendum quod praeter ordinem alicuius particularis causae, aliquis effectus evenire potest; non autem praeter ordinem causae universalis. Cuius ratio est, quia praeter ordinem particularis causae nihil provenit nisi ex aliqua alia causa impediente, quam quidem causam necesse est reducere in primam causam universalem, sicut indigestio contingit praeter ordinem virtutis nutritivae, ex aliquo impedimento, puta ex grossitie cibi, quam necesse est reducere in aliquam aliam causam, et sic usque ad causam primam universalem. Cum igitur Deus sit prima causa universalis non unius generis tantum, sed universaliter totius entis; impossibile est quod aliquid contingat praeter ordinem divinae gubernationis, sed ex hoc ipso quod aliquid ex una parte videtur exire ab ordine divinae providentiae qui consideratur secundum aliquam particularem causam, necesse est quod in eundem ordinem relabatur secundum aliam causam.

Vangelo (Lc 9,57-62)

   In quel tempo, mentre andavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

La perseveranza nella prova

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Luca,
c. 9, lez. 12, v. 18)

   Segue: Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Pone mano all’aratro chi è ben disposto alla sequela, ma guarda indietro chi chiede un rinvio, per far ritorno a casa e consultarsi con i suoi familiari. AGOSTINO: Come se gli dicesse: L’Oriente ti chiama e tu badi all’Occidente. BEDA: Mettere mano all’aratro è anche, come usando uno strumento pungente, eliminare con il legno e il ferro della passione del Signore la durezza del nostro cuore, e aprirlo perché porti frutti di opere buone. Ma se qualcuno, dopo avere cominciato a coltivare ciò, come la moglie di Lot si rivolge con piacere a ciò che aveva abbandonato, viene già privato del dono del regno futuro. IL GRECO: Infatti lo sguardo assiduo alle cose che abbiamo abbandonato, grazie alla forza dell’abitudine, ci trascina verso la vita passata. Poiché l’abitudine è una specie di violenza. In effetti, l’abitudine creata dall’uso non si fonda forse sull’abitudine della natura? Ora, rimuovere oppure alterare la natura è una cosa difficile; infatti, se essa viene piegata un pochino per costrizione, fa presto ritorno a se stessa. BEDA: Se poi un discepolo che sta per seguire il Signore viene rimproverato per il suo desiderio di dare l’addio ai suoi, che cosa capiterà a quelli che senza utilità alcuna fanno spesso visita alle case di quanti hanno lasciato in questo mondo?

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 9, lect. 12, v. 18)

   Sequitur ait ad illum Iesus: nemo mittens manum suam ad aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei. Apposuit manum aratro qui affectuosus est ad sequendum; tamen respicit retro qui dilationem petit, occasione redeundi ad domum et cum propinquis conferendi. Augustinus De verb. Dom. Quasi dicat ei: vocat te oriens, et tu attendis occidentem. Beda. Manum etiam cuilibet in aratrum mittere, est quasi quodam compunctionis instrumento, ligno et ferro dominicae passionis duritiem sui cordis atterere, atque ad serendos bonorum operum fructus aperire; quam si quis excolere incipiens cum uxore Lot ad ea quae reliquerat, respicere delectatur, futuri iam regni munere privatur. Graecus. Crebri namque intuitus eorum quae deseruimus, propter consuetudinem trahunt ad retro acta: violentum enim quid usus est ad retinendum sibi. Nonne habitus ex usu, ex habitu vero natura innascitur? Naturam vero amovere vel alterare difficile: nam et si paulisper declinet coacta, redit ad seipsam velociter. Beda. Si autem secuturus Dominum discipulus, quia vel domi renuntiare velit arguitur, quid fiet illis qui nulla utilitatis gratia saepe visitant domos illorum quos in mundo reliquerunt?

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