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27 settembre – martedì Memoria di San Vincenzo de’ Paoli Tempo Ordinario – 26a Settimana

27 settembre – martedì Memoria di San Vincenzo de’ Paoli Tempo Ordinario – 26a Settimana
16/09/2021 elena

27 settembre – martedì
Memoria di San
Vincenzo de’ Paoli
Tempo Ordinario – 26a Settimana

Prima lettura
(Gb 3,1-3.11-17.20-23)

   Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. Prese a dire: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!”. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono? Così, ora giacerei e avrei pace, dormirei e troverei riposo con i re e i governanti della terra, che ricostruiscono per sé le rovine, e con i prìncipi, che posseggono oro e riempiono le case d’argento. Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bambini che non hanno visto la luce. Là i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono fino a esultare e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?».

Giobbe maledisse il suo giorno

San Tommaso
(Sul libro di Giobbe, c. 3, vv. 1-3)

   Bisogna sapere che, sebbene vivere sia in sé qualcosa di appetibile, tuttavia esistere e vivere nella miseria va rifuggito in quanto tale, sebbene talvolta esistere nella miseria sia sostenuto volentieri in vista di qualche fine; quindi una vita miserevole che non sia ordinata a qualche fine buono, in nessun modo va scelta, secondo quanto dice il Signore in Mt 26,24: «Era meglio per lui che quell’uomo non fosse mai nato». Ora, un bene che si attende da qualche miseria lo apprende solo la ragione, mentre la facoltà sensitiva non lo percepisce, come l’amarezza di una medicina il gusto la percepisce, ma solo la ragione si diletta nella prospettiva della salute; se dunque uno volesse esprimere la sensazione del suo gusto, direbbe che la medicina è cattiva, per quanto la ragione giudichi che essa è buona in vista del fine; così dunque la miseria che il beato Giobbe sosteneva, certamente sotto qualche aspetto poteva sembrare utile alla ragione, ma la parte inferiore dell’anima che era afflitta dalla tristezza ripudiava nel modo più totale l’avversità, per cui lo stesso vivere sotto tale avversità era ad essa odioso. Ora, quando una cosa ci è odiosa, abbiamo in abominio tutto ciò che ci ha portati ad essa; e così Giobbe secondo la parte inferiore dell’anima, il cui sentimento egli intendeva allora esprimere, aveva in odio la nascita e il concepimento per cui era venuto in questa vita, e conseguentemente il giorno della nascita e la notte del concepimento, secondo quel modo di parlare per cui in base alle cose che avvengono nel tempo, una certa cosa viene ascritta a un tempo buono o cattivo.

Testo latino di San Tommaso
(Super Iob, c. 3, vv. 1-3)

   Sciendum est autem quod licet esse et vivere secundum se sit appetibile, tamen esse et vivere in miseria est fugiendum secundum quod huiusmodi, licet interdum esse in miseria libenter sustineatur propter aliquem finem; unde illa misera vita quae non ordinatur ad aliquem finem bonum nullo modo est eligenda, secundum quod Dominus dicit Matth. 26 24 Melius erat ei si natus non fuisset homo ille. Bonum autem quod ex aliqua miseria expectatur sola ratio apprehendit, vis autem sensitiva non percipit, sicut amaritudinem medicinae gustus percipit sed sola ratio in fine sanitatis delectatur; si quis igitur passionem sui gustus vellet exprimere denuntiaret medicinam esse malam, quamvis ratio iudicaret eam esse bonam propter finem; sic igitur miseria quam beatus Iob sustinebat rationi quidem poterat videri quantum ad aliquid utilis esse, sed inferior pars animae quae ex ea tristitia afficiebatur adversitatem totaliter repudiabat, unde et ipsum vivere sub tali adversitate odiosum ei erat. Quando autem est nobis aliquid odiosum, omnia abominamur per quae in illud devenimus; et ideo Iob secundum inferiorem partem animae, cuius passionem nunc exprimere intendebat, et nativitatem et conceptionem suam ex quibus in hanc vitam devenerat odio habebat, et per consequens diem nativitatis et noctem conceptionis, secundum illum loquendi modum quo ex his quae in tempore aguntur aliquid ascribitur tempori bonum vel malum.

Vangelo (Lc 9,51-56)

   Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Si diresse decisamente
verso Gerusalemme

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Luca,
c. 9, lez. 11, v. 51)

   CIRILLO: Quando fu imminente il tempo in cui era opportuno che il Signore, compiuta la passione salvifica, salisse al cielo, egli decise di salire a Gerusalemme; per cui si dice: Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. TITO: Poiché era conveniente che il vero agnello fosse offerto là dove veniva immolato l’agnello figurale. Ora dice: prese la ferma decisione di mettersi in cammino, cioè non andava qua e là, né attraversava villaggi o città municipali, ma teneva fisso il cammino verso Gerusalemme. BEDA: Perciò i pagani smettano di deridere colui che fu crocifisso come uomo, in quanto consta che egli, come Dio, previde il tempo della sua crocifissione, e colui che doveva essere crocifisso in modo quasi spontaneo, si diresse decisamente, ossia con mente inflessibile e imperterrita, verso il luogo della crocifissione.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 9, lect. 11, v. 51)

   Cyrillus. Cum immineret tempus quo decebat Dominum, peracta passione salubri, caelum ascendere, decrevit ascendere Ierosolymam; unde dicitur factum est autem, dum complerentur dies assumptionis eius, et ipse faciem suam firmavit ut iret in Ierusalem. Titus. Quia ibi oportebat verum agnum offerri, ubi figuralis agnus immolabatur. Dicit autem firmavit faciem suam; idest, non huc et illuc ibat, nec perambulabat vicos et municipia, sed iter tenebat versus Ierusalem. Beda. Cessent ergo pagani quasi hominem ridere crucifixum, quem et tempus suae crucifixionis constat quasi Deum praevidisse, et quasi sponte crucifigendus locum quo crucifigendus erat firmata facie, idest obstinata atque imperterrita mente, petiisse.

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