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26 settembre – lunedì Tempo Ordinario – 26a Settimana

26 settembre – lunedì Tempo Ordinario – 26a Settimana
16/09/2021 elena

26 settembre – lunedì
Tempo Ordinario – 26a Settimana

Prima lettura
(Gb 1,6-22)

   Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui». Satana si ritirò dalla presenza del Signore. Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. I Sabèi hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldèi hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo». Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Il Signore ha dato,
il Signore ha tolto

San Tommaso
(Sul libro di Giobbe, c. 1, v. 21 b)

   In secondo luogo mostra ciò in base all’operazione divina dicendo: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Qui bisogna considerare innanzitutto la sua esatta sentenza sulla provvidenza divina riguardo alle cose umane. Dicendo infatti Il Signore ha dato ha affermato che la prosperità mondana si verifica presso gli uomini non a caso, né per il fato derivante dalle stelle, né per il solo impegno umano, ma per dispensazione divina; dicendo poi il Signore ha tolto, professa che anche le avversità mondane nel campo umano provengono da un giudizio della divina provvidenza. E da ciò induce che l’uomo non ha un giusto motivo per lamentarsi di Dio se viene spogliato dei beni temporali, poiché chi li ha dati gratuitamente può elargirli o fino alla fine o per un certo tempo: per cui quando prima della fine sottrae all’uomo i beni temporali, l’uomo non può lamentarsi.
   In terzo luogo mostra la medesima cosa in base al beneplacito della volontà divina dicendo: Come al Signore è piaciuto, così è accaduto; infatti è caratteristico degli amici volere e non volere la stessa cosa: quindi se dal beneplacito divino deriva che uno è spogliato dei beni temporali, se ama Dio deve conformare la sua volontà alla volontà divina, in modo che grazie a questa considerazione non sia assorbito dalla tristezza.
   Queste tre ragioni dunque sono poste nel debito ordine: infatti nella prima ragione (v. 21a) si pone che i beni temporali sono estranei all’uomo; secondo, che all’uomo sono dati e tolti da Dio; terzo, che ciò accade secondo il beneplacito della divina volontà. Per cui dalla prima ragione si conclude che l’uomo per la perdita dei beni temporali non deve essere assorbito dalla tristezza; dalla seconda che non può nemmeno lamentarsi; dalla terza che deve anche rallegrarsi. Infatti non sarebbe piaciuto a Dio che uno patisse l’avversità se non in vista di un bene che ne sarebbe derivato: per cui, sebbene l’avversità in se stessa sia amara e generi tristezza, tuttavia, in considerazione dell’utilità per cui essa piace a Dio, deve essere gioiosa, come si dice degli Apostoli (At 5,41) che «se ne andarono via lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù». Infatti anche per l’assunzione di una medicina amara una può godere con la ragione per la speranza della salute, per quanto sia turbato nel senso. E poiché la gioia è motivo di ringraziamento, così Giobbe conclude questa terza ragione con un rendimento di grazie, dicendo: Sia benedetto il nome del Signore! Ora, gli uomini benedicono il nome del Signore in quanto conoscono la sua bontà, che cioè egli amministra bene tutte le cose e non compie nulla ingiustamente.

Testo latino di San Tommaso
(Super Iob, c. 1, v. 21 b)

   Secundo ostendit idem ex divina operatione dicens Dominus dedit, Dominus abstulit: ubi primo consideranda est vera eius sententia de providentia divina circa res humanas. In hoc enim quod dixit Dominus dedit, confessus est prosperitatem mundanam hominibus advenire non casualiter neque ex fato stellarum nec ex solo humano studio sed ex dispensatione divina; in hoc vero quod dicit Dominus abstulit, confitetur etiam adversitates mundanas in hominibus divinae providentiae iudicio provenire. Hoc autem inducit quod non habet homo iustam querelam de Deo si temporalibus bonis spolietur, quia qui gratis dedit potuit vel usque ad finem vel ad tempus largiri: unde cum ante finem homini temporalia aufert, homo conqueri non potest. Tertio ostendit idem ex beneplacito divinae voluntatis dicens sicut Domino placuit ita factum est; est autem amicorum idem velle et nolle: unde si ex beneplacito divino procedit quod aliquis bonis temporalibus spolietur, si Deum amat, debet voluntatem suam voluntati divinae conformare, ut hac consideratione tristitia non absorbeatur. Hae igitur tres rationes debito ordine ponuntur: nam in prima ratione ponitur quod bona temporalia sunt homini extranea, in secunda quod a Deo homini dantur et auferuntur, in tertia quod hoc accidit secundum beneplacitum divinae voluntatis. Unde ex prima ratione concluditur quod homo propter amissionem temporalium bonorum non debet tristitia absorberi, ex secunda quod nec etiam potest conqueri, ex tertia quod etiam debet gaudere. Non enim esset placitum Deo quod aliquis adversitatem pateretur nisi propter aliquod inde proveniens bonum: unde adversitas, licet ipsa ex se amara sit et tristitiam generet, tamen ex consideratione utilitatis propter quam Deo placet debet esse iocunda, sicut et de apostolis dicitur ibant apostoli gaudentes etc.; nam et de sumptione medicinae amarae aliquis ratione gaudet propter spem sanitatis licet sensu turbetur. Et quia gaudium est materia gratiarum actionis, ideo hanc tertiam rationem in gratiarum actionem concludit dicens sit nomen Domini benedictum. Benedicitur quidem nomen Domini ab hominibus inquantum de eius bonitate notitiam habent, quod scilicet omnia bene dispenset et nihil agat iniuste.

Vangelo (Lc 9,46-50)

   In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Non glielo impedite

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Luca,
c. 9, lez. 10, vv.49-50)

   Perciò soggiunge: Giovanni prese la parola dicendo: Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito: indubbiamente non per invidia, ma prendendo in considerazione l’operazione dei miracoli; infatti quel tale non aveva ricevuto con loro il potere di operare miracoli, e neppure il Signore lo aveva inviato come loro; e neanche seguiva Gesù in tutto; perciò continua: perché non ti segue insieme con noi. AMBROGIO: Infatti Giovanni, che ama moltissimo e che è moltissimo riamato, ritiene di dover escludere da quel beneficio chi non gli presta ossequio. CIRILLO: Bisognava piuttosto pensare non che fosse lui a fare i miracoli, ma la grazia che era presente in lui, e che mediante il potere di Cristo operava i miracoli. E così perché non dovrebbero essere annoverati assieme agli Apostoli coloro che sono incoronati con la grazia di Cristo? Infatti ci sono molte diversità nei doni di Cristo; ma siccome il Salvatore affidò il potere di scacciare gli spiriti immondi agli Apostoli, essi pensavano che non fosse lecito ad alcun altro l’esercizio di questa facoltà che era stata loro concessa, e per questo motivo si avvicinano a Gesù chiedendogli se fosse lecito anche ad altri operare queste cose. AMBROGIO: Ora, Giovanni non viene rimproverato perché lo faceva per amore, ma viene ammaestrato perché impari la differenza che c’è tra il debole e il forte. E sebbene il Signore ricompensi il forte, tuttavia non esclude il debole; perciò continua: Ma Gesù gli rispose: Non lo impedite, perché chi non è contro di voi è per voi. Molto bene, o Signore: infatti anche Giuseppe e Nicodemo, i quali per paura erano discepoli occulti, tuttavia a suo tempo non ti negarono il loro servizio. Tuttavia, poiché altrove hai detto (più avanti 11,23): «Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde», mostraci, o Signore, come si scioglie l’apparente contraddizione. A me pare che, se uno considera lo scrutatore dei cuori, non può dubitare che l’azione di ogni uomo va distinta in base all’intenzione della mente. CRISOSTOMO: Là dove dice: «Chi non è con me, è contro di me», mostra che il demonio e i Giudei sono suoi nemici; qui invece mostra che chi scaccia i demoni nel nome di Cristo si trova dalla parte dei suoi discepoli. CIRILLO: Come se dicesse: stanno con voi, che amate Cristo, quelli che vogliono fare ciò che contribuisce alla sua gloria, e perciò vengono incoronati con la sua grazia. TEOFILATTO: Ora, ammira la potenza di Cristo: in che modo la sua grazia opera per mezzo di uomini indegni e che non sono suoi discepoli; così come anche gli uomini sono santificati per mezzo dei sacerdoti benché i sacerdoti non siano dei santi.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 9, lect. 10, vv.49-50)

   Unde subditur respondens autem Ioannes dixit: Praeceptor, vidimus quemdam in nomine tuo eicientem daemonia, et prohibuimus eum: non quidem invidentes, sed operationem miraculorum diiudicantes: non enim cum eis miraculorum potestatem acceperat, neque eum Dominus miserat sicut illos, neque Iesum in omnibus sequebatur; unde subdit qui non sequitur te nobiscum. Ambrosius. Ioannes enim plurimum diligens, et ideo redamatus plurimum, excludendum putat beneficio eum qui non utatur obsequio. Cyrillus. Sed oportebat magis pensare non hunc ipsum esse miraculorum auctorem, sed gratiam quae est in eo qui in virtute Christi miracula perficit. Quid autem si non connumerentur apostolis qui Christi gratia coronantur? Multae sunt differentiae Christi donorum; sed quia tradidit salvator potestatem apostolis ut spiritus immundos eicerent, putaverunt nulli aliorum quam sibi solis licere concessam gerere dignitatem; et ideo accedunt sciscitantes si liceat et aliis hoc agere. Ambrosius. Non reprehenditur autem Ioannes, quia amore faciebat, sed docetur, ut noverit infirmorum esse firmorumque distantiam. Et ideo Dominus etsi fortiores remunerat, tamen non excludit infirmos; unde sequitur et ait ad illos Iesus: nolite prohibere: qui enim non est adversum vos, pro vobis est. Bene, Domine: nam et Ioseph et Nicodemus, occulti discipuli propter metum, in tempore tamen suum tibi officium non negaverunt. Sed tamen, quia alibi dixisti: qui non est mecum, adversum me est, et qui mecum non colligit, dispergit, aperi nobis, ne videatur esse contrarium. Et puto, quia si quis mentium consideret scrutatorem, non debeat dubitare uniuscuiusque factum mente discerni. Chrysostomus. Illic enim cum dixit: qui non est mecum, adversum me est, ostendit diabolum et Iudaeos sibi esse contrarios; hic autem ostendit eum qui in nomine Christi daemones eiciebat, in parte cum eis existere. Cyrillus. Quasi dicat: pro vobis, qui Christum diligitis, sunt qui prosequi volunt quae ad ipsius gloriam spectant, eiusdem gratia coronati. Theophylactus. Mirare autem Christi virtutem, qualiter per indignos et non discipulos eius gratia operatur; sicut et per sacerdotes sanctificantur homines, quamvis sacerdotes sancti non fuerint.

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