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24 settembre – sabato Tempo Ordinario – 25a Settimana

24 settembre – sabato Tempo Ordinario – 25a Settimana
16/09/2021 elena

24 settembre – sabato
Tempo Ordinario – 25a Settimana

Prima lettura
(Qo 11,9-12,8)

   Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio. Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio. Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»; prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno i battenti sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si spezzi il filo d’argento e la lucerna d’oro s’infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo, e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità.

Il soffio vitale che torna a Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 90, a. 1,
in contrario, corpo e soluzione 1)

   S. Agostino nel De origine animae elenca alcune teorie, che chiama «grandemente e apertamente perverse e contrarie alla fede cattolica»; e la prima di esse è quella di quanti insegnavano che «Dio non ha prodotto l’anima dal nulla, ma da se medesimo».
   Ora, dire che l’anima fa parte della sostanza di Dio implica una manifesta assurdità. L’anima umana infatti, come si è visto, spesso ha l’intellezione solo in potenza; riceve poi, sotto un certo aspetto, la conoscenza dalle cose e possiede un complesso di facoltà: ora, tutte queste cose sono estranee alla natura di Dio, il quale è atto puro, non riceve nulla da alcunché e non ha in sé composizione alcuna, come fu già dimostrato a suo tempo. Ma siffatto errore sembra che derivi da due concezioni degli antichi [filosofi]. Infatti i primi che iniziarono a studiare la natura delle cose, non riuscendo a trascendere il campo dell’immaginazione, ritennero che la sola realtà fosse quella corporea. Dicevano perciò che Dio stesso sarebbe stato un corpo, concepito come l’elemento primordiale degli altri corpi. E siccome pensavano che l’anima avesse la natura di quel corpo ritenuto da essi primordiale, ne seguiva logicamente che l’anima doveva essere di natura divina. E in base a questa concezione anche i Manichei credevano che Dio fosse una specie di luce materiale, e che una particella di questa luce, unita a un corpo, fosse l’anima umana. – In un secondo tempo, invece, alcuni arrivarono a concepire una realtà immateriale, non però distinta dal corpo, ma quale forma di un corpo. E in tal senso Varrone disse: «Dio è l’anima che governa il mondo col moto e con la ragione», come riferisce S. Agostino. Alcuni quindi pensarono che l’anima dell’uomo fosse una parte di quell’anima universale, come l’uomo è una parte dell’universo. E questo perché non riuscivano a distinguere con la ragione i gradi delle sostanze spirituali se non in base alle distinzioni dei corpi. – Ora, tutte queste concezioni sono inammissibili, come si è dimostrato. Quindi è falso in maniera evidente che l’anima faccia parte della sostanza di Dio.
   1. La parola alitare [o soffiare] non va presa in senso materiale: dire infatti che Dio alita equivale a dire che crea lo spirito. Del resto anche l’uomo che materialmente alita non emette qualcosa della sua sostanza, ma qualcosa di estrinseco.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 90, a. 1,

sed contra, corpus e ad primum)

   Sed contra est quod Augustinus, in libro De origine animae, enumerat quaedam quae dicit esse multum aperteque perversa, et fidei catholicae adversa; inter quae primum est, quod quidam dixerunt Deum animam non de nihilo, sed de seipso fecisse.
   Respondeo dicendum quod dicere animam esse de substantia Dei, manifestam improbabilitatem continet. Ut enim ex dictis [q. 77 a. 2; q. 79 a. 2; q. 84 a. 6] patet, anima humana est quandoque intelligens in potentia, et scientiam quodammodo a rebus acquirit, et habet diversas potentias, quae omnia aliena sunt a Dei natura, qui est actus purus, et nihil ab alio accipiens, et nullam in se diversitatem habens, ut supra [q. 33 aa. 1.7; q. 9 a. 1] probatum est. Sed hic error principium habuisse videtur ex duabus positionibus antiquorum. Primi enim qui naturas rerum considerare incoeperunt, imaginationem transcendere non valentes, nihil praeter corpora esse posuerunt. Et ideo Deum dicebant esse quoddam corpus, quod aliorum corporum iudicabant esse principium. Et quia animam ponebant esse de natura illius corporis quod dicebant esse principium, ut dicitur in 1 De an., per consequens sequebatur quod anima esset de natura Dei. Iuxta quam positionem etiam Manichaei, Deum esse quandam lucem corpoream existimantes, quandam partem illius lucis animam esse posuerunt corpori alligatam. Secundo vero processum fuit ad hoc, quod aliqui aliquid incorporeum esse apprehenderunt, non tamen a corpore separatum, sed corporis formam. Unde et Varro dixit quod Deus est anima mundum motu et ratione gubernans; ut Augustinus narrat, 7 De civ. Dei. Sic igitur illius totalis animae partem aliqui posuerunt animam hominis, sicut homo est pars totius mundi; non valentes intellectu pertingere ad distinguendos spiritualium substantiarum gradus, nisi secundum distinctiones corporum. Haec autem omnia sunt impossibilia, ut supra [q. 3 aa. 1.8; q. 50 a. 2 ad 4; q. 75, a. 1] probatum est. Unde manifeste falsum est animam esse de substantia Dei.
   Ad primum ergo dicendum quod inspirare non est accipiendum corporaliter, sed idem est Deum inspirare, quod spiritum facere. Quamvis et homo corporaliter spirans non emittat aliquid de sua substantia, sed de natura extranea.

Vangelo (Lc 9,44-45)

   In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Il vero discepolo ha bene in mente

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Luca,
c. 9, lez. 9, vv. 43b-45)

   CIRILLO: Tutto quello che Gesù faceva era degno di ammirazione da parte di tutti; infatti in qualsiasi sua operazione egli irradiava qualcosa di straordinario e di divino, secondo il detto del Salmo 20,6: «Di gloria e magnificenza tu l’hai ammantato». E sebbene tutti ammirassero ciò che faceva, tuttavia le cose che seguono non le comunicò a tutti, ma le riservò ai suoi discepoli; perciò si dice: Mentre tutti erano ammirati per tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: Mettetevi bene in mente. Sul monte aveva manifestato ai discepoli la sua gloria, e successivamente aveva liberato un posseduto da uno spirito maligno; ma era necessario che egli sopportasse la passione per noi. I discepoli però potevano essere turbati e dire: Forse che siamo stati ingannati quando pensavamo che fosse Dio? Per questo, affinché sapessero ciò che gli sarebbe accaduto in futuro, comandò loro di tenere in mente come un deposito il mistero della sua passione, dicendo: Mettetevi bene in mente. Con questa espressione distingue i suoi discepoli dagli altri: infatti non era opportuno che il volgo sapesse che egli avrebbe patito, ma piuttosto doveva essere rassicurato che dopo morto sarebbe risorto, distruggendo la morte, perché non fossero scandalizzati.
   TITO: Perciò a tutti coloro che ammiravano i miracoli predice la sua passione: infatti non sono i miracoli che salvano, ma è la croce che conferisce questo beneficio; perciò soggiunge: il Figlio dell’uomo sta per essere conesgnato nelle mani degli uomini. ORIGENE: Ora, non manifesta chiaramente da chi sarà tradito; infatti qualcuno dice che sarà tradito da Giuda, altri dal popolo. S. Paolo afferma (Rm 8,32) che Dio Padre «lo diede per tutti noi», ma mentre Giuda consegnandolo per danaro lo tradì, il Padre lo consegnò a causa della sua misericordia. TEOFILATTO: Il Signore, accondiscendendo alla loro debolezza, e dirigendoli con una certa disciplina, non permise loro di capire ciò che aveva detto intorno alla croce. Perciò prosegue: Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso. BEDA: Questa ignoranza dei discepoli non nasceva dalla loro ottusità, ma dall’amore. Infatti, poiché ancora non conoscevano il mistero della croce e credevano che Gesù fosse Dio, non potevano pensare che sarebbe morto; e poiché erano abituati a sentirlo parlare per immagini, pensavano di doverlo interpretare in modo simbolico anche quando parlava del suo essere consegnato agli uomini. CIRILLO: Ma qualcuno forse dirà: Come è possibile che i discepoli ignorassero il mistero della croce, che spesse volte è toccato sotto l’ombra della Legge? Ma, come ricorda S. Paolo (2 Cor 3,15): «Fino a oggi, quando si legge ad essi Mosè, un velo giace sopra il loro cuore». Perciò a chi si accosta a Cristo conviene dire: (Sal 118,18): «Togli il velo ai miei occhi, perché io veda le meraviglie della tua legge». TEOFILATTO: Considera anche il rispetto dei discepoli in quando segue: e avevano timore di interrogarlo su tale argomento. Infatti il timore è il primo grado del rispetto.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 9, lect. 9, vv. 43b-45)

   Cyrillus. Omnia quaecumque operabatur Iesus, admiratione digna penes omnes erant: irradiabat enim quiddam praecipuum et divinum in qualibet operatione ipsius, secundum illud: gloriam et decorem superpones ei. Et si omnes quidem mirarentur in his quae faciebat, ipse tamen haec quae sequuntur, non omnibus, sed discipulis retulit; unde dicitur omnibusque mirantibus in omnibus quae faciebat, dixit ad discipulos suos: ponite vos in cordibus vestris sermones istos. Ostenderat in monte discipulos gloriam suam, et post hoc liberaverat quemdam a spiritu nequam; sed oportebat eum sustinere passionem pro nobis. Poterant autem discipuli conturbari dicentes: numquid decepti sumus dum Deum esse eum arbitraremur? Ut ergo scirent quid circa ipsum futurum erat, velut quoddam depositum iubet eos in mente habere passionis mysterium, dicens ponite vos in cordibus vestris. Quod dicit vos, distinguit eos ab aliis: neque enim oportebat vulgares scire quoniam passurus esset; sed erant potius certificandi quoniam mortuus resurgeret, destruens mortem, ne scandalizarentur. Titus. Cunctis igitur admirantibus signa, ipse praenuntiat passionem: non enim signa salvant, sed crux beneficia praestat; unde subditur Filius enim hominis futurum est ut tradatur in manus hominum. Origenes in Matthaeum. Non autem exprimit manifeste a quo tradendus sit: aliquis enim dicit eum tradendum a Iuda, aliquis a populo. Paulus autem dicit quod Deus Pater pro nobis omnibus tradidit eum; sed Iudas tamquam pro pecunia tradens eum hostiliter prodidit; sed Pater beneficii causa. Theophylactus. Eorum autem infirmitati Dominus condescendens et eos disciplina quadam gubernans, quod de cruce dictum est, intelligere non permisit; unde sequitur at illi ignorabant verbum istud, et erat velatum ante eos ut non sentirent illud. Beda. Haec ignorantia discipulorum non tam de tarditate quam de amore nascitur; qui carnales adhuc, et mysterii crucis ignari, quem Deum verum crediderunt, moriturum credere nequiverunt: et quia per figuras eum saepe loquentem audire solebant, etiam quae de sua traditione loquebatur, figurative eum illud significare putabant. Cyrillus. Dicet autem aliquis forsan: qualiter ignoraverunt discipuli crucis Christi mysterium, cum per umbram legis in pluribus locis tangeretur? Sed, ut Paulus commemorat, usque ad hodiernum diem, quando legitur Moyses, velamen adiacet cordi eorum. Expedit ergo accedentes ad Christum dicere: detege oculos meos, et contemplabor mirabilia de lege tua. Theophylactus. Vide etiam discipulorum reverentiam in hoc quod sequitur et timebat interrogare eum de hoc verbo: nam timor gradus est reverentiae.

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