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23 settembre – venerdì Memoria di San Pio da Pietrelcina Tempo Ordinario – 25a Settimana

23 settembre – venerdì Memoria di San Pio da Pietrelcina Tempo Ordinario – 25a Settimana
16/09/2021 elena

23 settembre – venerdì
Memoria di San Pio da Pietrelcina
Tempo Ordinario – 25a Settimana

Prima lettura
(Qo 3,1-11)

   Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via. Un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica? Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine.

Rispetto dei tempi nelle parti dell’Ufficio divino

San Tommaso
(Questioni Quodlibetales 3,
q. 13, a. 12, corpo)

   In ogni ufficio divino c’è questo aspetto comune, che cioè appartiene alla lode di Dio e al suffragio dei fedeli, ma un ufficio si distingue dall’altro secondo la diversità dei tempi e dei luoghi. Fu infatti istituito ragionevolmente che Dio sia lodato in modi diversi secondo la convenienza dei tempi e dei luoghi.
   Quindi, come nel celebrare gli uffici divini si deve osservare la convenienza del luogo, così anche la convenienza del tempo: che non potrebbe certamente essere osservata se bisognasse ingiungere a chi le ha omesse di dire le ore che ha omesso; forse infatti direbbe a Compieta: «Al sorgere del giorno» (Inno di Prima), e nel tempo pasquale direbbe l’ufficio della Domenica di Passione, il che sarebbe assurdo. Quindi non sembra che si debba ingiungere a chi ha omesso di dire l’ufficio divino che ripeta le medesime ore, ma qualcosa che appartiene alla lode divina, per esempio che dica i Sette salmi penitenziali, o un salterio, o qualcosa di più secondo la gravità della colpa.

Testo latino di San Tommaso
(Quaestiones Quodlibetales 3,

q. 13, a. 12, corpus)

   Dicendum, quod in omni divino officio est hoc commune, quod pertinet ad laudem Dei et ad suffragium fidelium; sed distinguitur unum officium ab alio secundum diversitatem temporum et locorum. Rationabiliter enim institutum est ut diversimode Deus laudetur secundum congruentiam temporum et locorum. Et ideo, sicut in officiis divinis exsolvendis observanda est congruitas loci, ita etiam congruitas temporis; quae quidem observari non posset, si oporteret iniungere omittenti quod horas diceret quas omisit: forte enim in Completorio diceret: iam lucis orto sidere, et in tempore paschali diceret officium Dominicae Passionis; quod esset absurdum. Et ideo non videtur esse iniungendum ei qui omisit dicere divinum officium, quod horas easdem repetat, sed aliquid ad divinam laudem pertinens: puta ut dicat Septem psalmos (Ps. 6, 31, 37, 50, 101, 129, 142), vel unum Psalterium, vel aliquid amplius, secundum quantitatem delicti.

Vangelo (Lc 9,18-22)

   Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Il segreto messianico

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Luca,
c. 9, lez. 4, vv. 21-22)

   AMBROGIO: Ma nostro Signore Gesù Cristo in un primo tempo non volle essere predicato, onde evitare qualsiasi schiamazzo; perciò prosegue: Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. Ordina ai suoi discepoli di tacere per molte ragioni: per ingannare il principe di questo mondo; per evitare la tracotanza; per insegnare l’umiltà. Perciò il Cristo non volle vantarsi; e forse ti vanterai tu, che sei di una vile discendenza? Inoltre lo fece per evitare che i suoi discepoli rudi e ancora imperfetti fossero oppressi dal peso di un’altissima predicazione. Era loro vietato di annunziare il Figlio di Dio, per annunziarlo poi in quanto crocifisso. CRISOSTOMO: Inoltre vietò opportunamente di dire a qualcuno che egli era il Cristo, fino a quando, spazzato via lo scandalo e consumato il patibolo della croce, non fosse impressa abitualmente nella mente degli ascoltatori la giusta opinione su di lui. Infatti ciò che ha piantato radici e successivamente è stato divelto, difficilmente potrà in seguito attecchire di nuovo; mentre ciò che una volta piantato persevera indisturbato, cresce facilmente. Se infatti Pietro si scandalizzò solo per quanto aveva udito, quali avrebbero dovuto essere i sentimenti di coloro che, dopo avere udito che egli era il Figlio di Dio, lo videro crocifisso e sputacchiato? CIRILLO: Perciò era necessario che i suoi discepoli lo annunciassero su tutta la terra (infatti questo era il compito di coloro che egli aveva scelto per l’ufficio dell’apostolato), ma, come attesta la Scrittura sacra, c’è un tempo per ogni cosa. Infatti era opportuno che prima si compisse la croce e la risurrezione, e così poi seguisse la predicazione degli Apostoli; perciò continua: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno. AMBROGIO: Forse poiché il Signore sapeva che anche i suoi discepoli avrebbero difficilmente creduto i misteri della passione e della risurrezione, volle essere egli stesso l’assertore della propria passione e risurrezione.

Testo latino di SanTommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 9, lect. 4, vv. 21-22)

   Ambrosius. Dominus autem Iesus Christus praedicari se primo noluit, ne ullus strepitus nasceretur; unde sequitur at ille increpans eos, praecepit ne cui dicerent. Multis ex causis iubet tacere discipulos: ut fallat principem mundi, ut declinet iactantiam, doceat humilitatem. Ergo Christus noluit gloriari; et tu, qui ignobilis natus es, gloriaris? Simul ne rudes et imperfecti adhuc discipuli maximae praedicationis molibus opprimantur. Prohibentur ergo evangelizare eum Dei Filium, ut evangelizarent postea crucifixum. Chrysostomus in Matthaeum. Opportune etiam Dominus tunc vetuit nulli dicere quod ipse esset Christus, quatenus sublatis de medio scandalis, et crucis consummato patibulo, habitualiter imprimeretur audientium menti conveniens de eo opinio; nam radicatum semel, et postmodum evulsum, vix unquam denuo insitum retinebitur; quod autem semel insitum perseverat immobile, de facili concrescit. Nam si Petrus ex solo auditu scandalizatus est, quid quamplures paterentur, cum audissent filium Dei esse, viderent autem crucifixum et consputum? Cyrillus. Oportebat ergo discipulos eum ubique terrarum praedicare (hoc enim erat opus electorum ab eo ad apostolatus officium): sed, ut sacra Scriptura testatur, tempus est unicuique rei. Decebat enim ut crux et resurrectio impleretur, et sic sequeretur apostolorum praedicatio; unde sequitur dicens, quia oportet Filium hominis multa pati, et reprobari a senioribus, et principibus sacerdotum et scribis, et occidi, et tertia die resurgere. Ambrosius. Fortasse, quia sciebat Dominus difficile passionis et resurrectionis mysterium etiam discipulos credituros, ipse voluit esse suae passionis et resurrectionis assertor.

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