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22 settembre – giovedì Tempo Ordinario – 25a Settimana

22 settembre – giovedì Tempo Ordinario – 25a Settimana
15/09/2021 elena

22 settembre – giovedì
Tempo Ordinario – 25a Settimana

Prima lettura
(Qo 1,2-11)

   Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta a tornare là dove rinasce. Il vento va verso sud e piega verso nord. Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento. Tutti i fiumi scorrono verso il mare, eppure il mare non è mai pieno: al luogo dove i fiumi scorrono, continuano a scorrere. Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo. Non si sazia l’occhio di guardare né l’orecchio è mai sazio di udire. Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Ecco, questa è una novità»? Proprio questa è già avvenuta nei secoli che ci hanno preceduto. Nessun ricordo resta degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito.

Vanità delle cose create

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 2, a. 8, corpo)

   È impossibile che la beatitudine umana si trovi in un bene creato. Infatti la beatitudine è il bene perfetto che appaga totalmente l’appetito: altrimenti, se lasciasse ancora qualcosa da desiderare, non sarebbe l’ultimo fine. Ma l’oggetto della volontà, cioè dell’appetito umano, è il bene universale, come quello dell’intelletto è il vero nella sua universalità. È evidente quindi che nulla può appagare la volontà umana all’infuori del bene preso in tutta la sua universalità. Esso però non si trova in un bene creato, ma soltanto in Dio: poiché ogni creatura ha una bontà partecipata. Quindi solo Dio può appagare la volontà dell’uomo, come è detto nel Sal: Dio è colui che colma di beni il tuo desiderio. Quindi la beatitudine dell’uomo si trova soltanto in Dio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 2, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod impossibile est beatitudinem hominis esse in aliquo bono creato. Beatitudo enim est bonum perfectum, quod totaliter quietat appetitum, alioquin non esset ultimus finis, si adhuc restaret aliquid appetendum. Obiectum autem voluntatis, quae est appetitus humanus, est universale bonum; sicut obiectum intellectus est universale verum. Ex quo patet quod nihil potest quietare voluntatem hominis, nisi bonum universale. Quod non invenitur in aliquo creato, sed solum in Deo, quia omnis creatura habet bonitatem participatam. Unde solus Deus voluntatem hominis implere potest; secundum quod dicitur in Psalmo 102 [5] , qui replet in bonis desiderium tuum. In solo igitur Deo beatitudo hominis consistit.

Vangelo (Lc 9,7-9)

   In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Il martirio di San Giovanni

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 5, corpo)

   Secondo quanto si è detto, i martiri sono come dei testimoni: poiché con le loro sofferenze fisiche fino alla morte rendono testimonianza alla verità; non però a una verità qualsiasi, bensì alla verità rivelata da Cristo, la quale porta alla pietà [Tt 1,1]; essi infatti sono martiri di Cristo, ossia suoi testimoni. Ma tale verità è la verità della fede. Quindi la causa del martirio è la verità della fede. Ora, la verità della fede non implica soltanto l’atto interno del credere, ma anche la professione esterna. E questa non avviene solo con le parole, ma anche attraverso i fatti con cui uno mostra di avere la fede, come è detto in Gc 2 [18]: Con le opere ti mostrerò la mia fede. Per cui di alcuni in Tt 1 [16] è detto: Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti. E così tutte le azioni virtuose, in quanto si riferiscono a Dio, sono altrettante protestazioni di fede: di quella fede per cui veniamo a sapere che Dio vuole da noi quelle opere buone, e che ci ricompenserà per esse. E in questo senso tali opere possono essere causa di martirio. Così la Chiesa celebra il martirio di S. Giovanni Battista, il quale subì la morte non per non rinnegare la fede, ma per aver condannato l’adulterio [Mt 14,3].

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [arg. 2; a. 4], martyres dicuntur quasi testes, quia scilicet corporalibus suis passionibus usque ad mortem testimonium perhibent veritati, non cuicumque, sed veritati quae secundum pietatem est, quae per Christum nobis innotuit; unde et martyres Christi dicuntur, quasi testes ipsius. Huiusmodi autem est veritas fidei. Et ideo cuiuslibet martyrii causa est fidei veritas. Sed ad fidei veritatem non solum pertinet ipsa credulitas cordis, sed etiam exterior protestatio. Quae quidem fit non solum per verba quibus aliquis confitetur fidem, sed etiam per facta quibus aliquis fidem se habere ostendit, secundum illud Iac. 2 [18], ego ostendam tibi ex operibus fidem meam. Unde et de quibusdam dicitur Tit. 1 [16], confitentur se nosse Deum, factis autem negant. Et ideo omnium virtutum opera, secundum quod referuntur in Deum, sunt quaedam protestationes fidei, per quam nobis innotescit quod Deus huiusmodi opera a nobis requirit, et nos pro eis remunerat. Et secundum hoc possunt esse martyrii causa. Unde et beati Ioannis Baptistae martyrium in Ecclesia celebratur, qui non pro neganda fide, sed pro reprehensione adulterii mortem sustinuit.

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