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12 settembre – lunedì Tempo Ordinario – 24a Settimana

12 settembre – lunedì Tempo Ordinario – 24a Settimana
15/09/2021 elena

12 settembre – lunedì
Tempo Ordinario – 24a Settimana

Prima lettura
(1 Cor 11,17-26)

   Fratelli, non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri.

L’ultima cena

San Tommaso
(S. Th. III, q. 73, a. 5, corpo)

   Era conveniente che questo sacramento fosse istituito nella Cena, cioè in quella circostanza in cui Cristo per l’ultima volta si trattenne con i suoi discepoli. Primo, a motivo di ciò che esso contiene. Racchiude infatti sacramentalmente Cristo medesimo. E così Cristo lasciò se stesso ai discepoli sotto l’aspetto sacramentale nel momento in cui stava per separarsi da loro nel suo aspetto reale, come in assenza dell’imperatore si espone alla venerazione la sua immagine. Da cui le parole di Eusebio: «Essendo sul punto di sottrarre allo sguardo il corpo che aveva assunto per trasferirlo in cielo, era necessario che nel giorno della Cena consacrasse per noi il sacramento del suo corpo e del suo sangue, affinché fosse per sempre onorato nel mistero quel corpo che era offerto una sola volta per il riscatto». – Secondo, poiché senza la passione di Cristo non ci poté mai essere salvezza, come è detto in Rm 3 [25]: Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede nel suo sangue. Era quindi necessario che in ogni tempo presso gli uomini qualcosa rappresentasse la passione del Signore. Ora, nell’Antico Testamento il simbolo principale di essa era l’agnello pasquale, per cui anche S. Paolo dice: Cristo nostra Pasqua è stato immolato. Nel Nuovo Testamento invece subentrò ad esso il sacramento dell’Eucaristia, che è commemorativo della passione avvenuta come l’agnello pasquale era prefigurativo della passione futura. Era quindi conveniente che nell’imminenza della passione, dopo che fu celebrato l’antico sacramento, fosse istituito il nuovo, come dice papa S. Leone. – Terzo, poiché le cose che sono dette per ultime, specialmente dagli amici al momento della separazione, rimangono più impresse nella memoria: soprattutto perché allora più si accende l’affetto verso gli amici, e le cose che più ci toccano si imprimono maggiormente nell’animo. Poiché dunque, come osserva papa S. Alessandro, «fra tutti i sacrifici nessuno può essere superiore a quello del corpo e del sangue di Cristo, né alcuna oblazione può essere migliore di questa», di conseguenza, affinché fosse tenuto in maggiore venerazione, il Signore istituì questo sacramento mentre era sul punto di separarsi dai suoi discepoli. Da cui le parole di S. Agostino: «Il Salvatore, per far comprendere più efficacemente la grandezza di questo mistero, lo volle imprimere da ultimo nel cuore e nella memoria dei discepoli, dai quali si stava separando per andare alla morte».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 73, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod convenienter hoc sacramentum institutum fuit in cena, in qua scilicet Christus ultimo cum discipulis suis fuit conversatus. Primo quidem, ratione continentiae huius sacramenti. Continetur enim ipse Christus in Eucharistia sicut in sacramento. Et ideo, quando ipse Christus in propria specie a discipulis discessurus erat, in sacramentali specie seipsum eis reliquit, sicut in absentia imperatoris exhibetur veneranda eius imago. Unde Eusebius dicit, quia corpus assumptum ablaturus erat ab oculis et illaturus sideribus, necesse erat ut die cenae sacramentum corporis et sanguinis sui consecraret nobis, ut coleretur iugiter per mysterium quod semel offerebatur in pretium. – Secundo, quia sine fide passionis Christi nunquam potuit esse salus, secundum illud Rom. 3 [25], quem proposuit Deus propitiatorem per fidem in sanguine ipsius. Et ideo oportuit omni tempore apud homines esse aliquod repraesentativum dominicae passionis. Cuius in veteri quidem testamento praecipuum sacramentum erat agnus paschalis, unde et apostolus dicit, 1 Cor. 5 [7], Pascha nostrum immolatus est Christus. Successit autem ei in novo testamento Eucharistiae sacramentum, quod est rememorativum praeteritae passionis, sicut et illud fuit praefigurativum futurae. Et ideo conveniens fuit, imminente passione, celebrato priori sacramento, novum sacramentum instituere, ut Leo Papa dicit. – Tertio, quia ea quae ultimo dicuntur, maxime ab amicis recedentibus, magis memoriae commendantur, praesertim quia tunc magis inflammatur affectus ad amicos, ea vero ad quae magis afficimur, profundius animo imprimuntur. Quia igitur, ut beatus Alexander Papa dicit, nihil in sacrificiis maius esse potest quam corpus et sanguis Christi, nec ulla oblatio hac potior est, ideo, ut in maiori veneratione haberetur, Dominus in ultimo discessu suo a discipulis hoc sacramentum instituit. Et hoc est quod Augustinus dicit, in libro responsionum ad Ianuarium, Salvator, quo vehementius commendaret mysterii illius altitudinem, ultimum hoc voluit infigere cordibus et memoriae discipulorum, a quibus ad passionem discessurus erat.

Vangelo (Lc 7,1-10)

   In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa». All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

La fede in Dio
è motivo di ammirazione

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Luca,
c. 7, lez. 1, v. 9)

   All’udire questo, Gesù lo ammirò. BEDA: Ma chi ha operato questa fede in lui se non colui che lo ammirò? Supposto tuttavia che l’abbia prodotta un altro, perché dovrebbe restare ammirato chi l’aveva previsto? Perciò il fatto che Cristo resti ammirato, significa che noi dobbiamo restare ammirati. Perché quando tutti questi sentimenti vengono detti di Dio, non sono segni di un animo turbato, ma di un maestro che insegna. CRISOSTOMO: Ora, perché ti sia chiaro che il Signore disse queste cose per istruire gli altri, l’Evangelista rivela questo con prudenza soggiungendo: Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande… BEDA: Ora, egli non parla di tutti i Patriarchi e Profeti del ‘passato, ma degli uomini del tempo presente, e viene preferita la fede del Centurione perché, mentre essi erano istruiti nei comandamenti della Legge e dei Profeti, il Centurione credette spontaneamente senza l’aiuto di alcun maestro.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 7, lect. 1, v. 9)

   Unde sequitur «Quo audito Iesus miratus est». Sed quis in illo fecerat ipsam fidem nisi elle qui admirabatur?… ipsam fidem nisi ille qui admirabatur? Sed et si alius eam fecisset, quid miraretur qui praescius erat? Quod ergo miratur Dominus, nobis mirandum esse significat: omnes enim tales motus cum de Deo dicuntur, non perturbati animi signa sunt, sed docentis magistri. Chrysostomus. Ut autem liqueat tibi quod Dominus hoc ideo dixit ut alios instruat, prudenter Evangelista hoc aperiens subdit amen dico vobis, nec in Israel tantam fidem inveni… Beda. Non autem de omnibus retro patriarchis et prophetis, sed de praesentis aevi loquitur hominibus; quibus ideo centurionis fides antefertur, quia illi legis prophetarumque monitis edocti, hic autem nemine docente sponte credidit.

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