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7 settembre – mercoledì Tempo Ordinario – 23a Settimana

7 settembre – mercoledì Tempo Ordinario – 23a Settimana
15/09/2021 elena

7 settembre – mercoledì
Tempo Ordinario – 23a Settimana

Prima lettura
(1 Cor 7,25-31)

   Fratelli, quanto alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma dò un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei libero da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele. Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

Liceità della verginità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 152, a. 2, corpo, soluzioni 1 e 3)

   Un atto umano è peccaminoso se è compiuto trascurando la retta ragione. E la retta ragione esige che si usino i mezzi nella misura proporzionata al fine. Ora, i beni dell’uomo sono di tre specie, come nota Aristotele: i primi consistono nei beni esterni, quali ad es. le ricchezze, i secondi sono i beni del nostro corpo e i terzi quelli dell’anima, tra i quali i beni della vita contemplativa sono superiori a quelli della vita attiva, stando all’insegnamento del Filosofo e alle parole del Signore: Maria si è scelta la parte migliore (Lc 10,42). Ma di tutti questi beni quelli esterni sono ordinati ai beni del corpo, quelli del corpo ai beni dell’anima e finalmente quelli propri della vita attiva a quelli della vita contemplativa. Perciò la rettitudine della ragione esige che si usino i beni esterni nella misura richiesta dal corpo: e così si dica degli altri beni. Se quindi uno si astenesse dal possedere certe cose, che pure sarebbe bene possedere, per favorire la salute del corpo, o anche la contemplazione della verità, ciò non sarebbe peccaminoso, ma conforme alla retta ragione. E similmente è conforme alla retta ragione che uno si astenga dai piaceri del corpo per attendere più liberamente alla contemplazione della verità. – Ora, la verginità consacrata si astiene da tutti i piaceri venerei per attendere più liberamente alla contemplazione di Dio, secondo le parole di S. Paolo: La donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito (1 Cor 7,34). Per cui la verginità non è qualcosa di peccaminoso, ma anzi di lodevole.
   1. Come si è visto sopra, il precetto ha natura di cosa doverosa. Ora, una cosa può essere doverosa in due modi. Primo, come dovere dell’individuo: e questo dovere non può essere trascurato senza peccato. Secondo, come dovere della società. E a compiere questo dovere non è tenuto ciascun membro della società: poiché molte sono le funzioni necessarie per la società che il singolo non può adempiere, ma che sono assolte dalla collettività con la divisione dei compiti. – Così dunque il precetto di legge naturale relativo al cibo deve essere soddisfatto da ciascuno: altrimenti non si potrebbe conservare l’individuo. Invece il precetto relativo alla generazione riguarda tutta la società umana: la quale esige non soltanto la propagazione materiale, ma anche il progresso spirituale. Quindi è efficacemente provveduto alla società umana se, mentre alcuni attendono alla generazione, altri, astenendosi da essa, attendono alla contemplazione delle cose di Dio, per il decoro e la salvezza di tutto il genere umano. Come anche nell’esercito alcuni soldati custodiscono l’accampamento, altri portano le bandiere e altri combattono con la spada: tutte cose necessarie per la moltitudine, ma che tuttavia uno non può compiere da solo.
   3. Le leggi sono date per i casi più comuni. Ora, presso gli antichi era un caso raro che uno per la contemplazione della verità si astenesse da tutti i piaceri venerei: e si legge che l’abbia fatto solo Platone. Perciò egli fece quel sacrificio non come ritenendolo un peccato, ma «cedendo alla falsa opinione dei suoi concittadini», come fa notare nello stesso luogo S. Agostino.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 152, a. 2,

corpus, ad primum e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod in humanis actibus illud est vitiosum quod est praeter rationem rectam. Habet autem hoc ratio recta, ut his quae sunt ad finem utatur aliquis secundum eam mensuram qua congruit fini. Est autem triplex hominis bonum, ut dicitur in 1 Ethic., unum quidem quod consistit in exterioribus rebus, puta divitiis; aliud autem quod consistit in bonis corporis; tertium autem quod consistit in bonis animae, inter quae et bona contemplativae vitae sunt potiora bonis vitae activae, ut philosophus probat, in 10 Ethic., et Dominus dicit, Lucae 10 [42] Maria optimam partem elegit. Quorum bonorum exteriora quidem ordinantur ad ea quae sunt corporis; ea vero quae sunt corporis, ad ea quae sunt animae; et ulterius ea quae sunt vitae activae, ad ea quae sunt vitae contemplativae. Pertinet igitur ad rectitudinem rationis ut aliquis utatur exterioribus bonis secundum eam mensuram qua competit corpori, et similiter de aliis. Unde si quis abstineat ab aliquibus possidendis, quae alias esset bonum possidere, ut consulat saluti corporali, vel etiam contemplationi veritatis, non esset hoc vitiosum, sed secundum rationem rectam. Et similiter si quis abstineat a delectationibus corporalibus ut liberius vacet contemplationi veritatis, pertinet hoc ad rectitudinem rationis. – Ad hoc autem pia virginitas ab omni delectatione venerea abstinet, ut liberius divinae contemplationi vacet, dicit enim apostolus, 1 ad Cor. 7 [24], mulier innupta et virgo cogitat quae Domini sunt, ut sit sancta et corpore et spiritu, quae autem nupta est, cogitat quae sunt mundi, quomodo placeat viro. Unde relinquitur quod virginitas non est aliquid vitiosum, sed potius laudabile.
   Ad primum ergo dicendum quod praeceptum habet rationem debiti, ut supra [q. 44 a. 1 ; q. 100 a. 5 ad 1; q. 122 a. 1] dictum est. Dupliciter autem est aliquid debitum. Uno modo ut impleatur ab uno, et hoc debitum sine peccato praeteriri non potest. Aliud autem est debitum implendum a multitudine. Et ad tale debitum implendum non tenetur quilibet de multitudine, multa enim sunt multitudini necessaria ad quae implenda unus non sufficit, sed implentur a multitudine dum unus hoc, alius illud facit. – Praeceptum igitur legis naturae homini datum de comestione, necesse est quod ab unoquoque impleatur, aliter enim individuum conservari non posset. Sed praeceptum datum de generatione respicit totam multitudinem hominum, cui necessarium est non solum quod multiplicetur corporaliter, sed etiam quod spiritualiter proficiat. Et ideo sufficienter providetur humanae multitudini si quidam carnali generationi operam dent, quidam vero, ab hac abstinentes, contemplationi divinorum vacent, ad totius humani generis pulchritudinem et salutem. Sicut etiam in exercitu quidam castra custodiunt, quidam signa deferunt, quidam gladiis decertant, quae tamen omnia debita sunt multitudini, sed per unum impleri non possunt.
   Ad tertium dicendum quod leges feruntur secundum ea quae ut in pluribus accidunt. Hoc autem rarum erat apud antiquos, ut aliquis amore veritatis contemplandae ab omni delectatione venerea abstineret, quod solus Plato legitur fecisse. Unde non sacrificavit quasi hoc peccatum reputaret, sed perversae opinioni civium cedens, ut ibidem Augustinus dicit.

Vangelo (Lc 6,20-26)

   In quel tempo, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti».

Le beatitudini
nel Vangelo di San Luca

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 69, a. 3, soluzione 6)

   6. [S. c.] Secondo Lc il discorso del Signore fu tenuto alle folle. Per cui le beatitudini vengono enumerate secondo la capacità delle folle, che conoscevano soltanto la beatitudine del piacere, terrena e temporale. Così il Signore con quattro beatitudini esclude quanto sembra costituire tale falsa felicità. Prima di tutto l’abbondanza dei beni esteriori; che egli esclude con quelle parole: Beati i poveri. Secondo, il benessere del corpo nel cibo, nella bevanda e in altre cose simili, che esclude dicendo: Beati voi che ora avete fame“. Terzo, il benessere dell’uomo quanto alla giocondità del cuore, che esclude con la terza beatitudine: Beati voi che ora piangete. Quarto, il favore esterno degli uomini, che esclude con le parole: Beati voi quando gli uomini vi odieranno. Oppure, come dice S. Ambrogio, «la povertà appartiene alla temperanza, che non cerca cose allettanti; la fame alla giustizia, poiché chi ha fame ha compassione, e chi compatisce soccorre; il pianto alla prudenza, che ha il compito di compiangere le cose transitorie; il sopportare l’odio degli uomini alla fortezza».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 69, a. 3, ad sextum)

   Ad sextum dicendum quod Lucas narrat sermonem Domini factum esse ad turbas. Unde beatitudines numerantur ab eo secundum capacitatem turbarum, quae solam voluptuosam et temporalem et terrenam beatitudinem noverunt. Unde Dominus per quatuor beatitudines quatuor excludit quae ad praedictam beatitudinem pertinere videntur. Quorum primum est abundantia bonorum exteriorum, quod excludit per hoc quod dicit, beati pauperes. Secundum est quod sit bene homini quantum ad corpus, in cibis et potibus et aliis huiusmodi, et hoc excludit per secundum quod ponit, beati qui esuritis. Tertium est quod sit homini bene quantum ad cordis iucunditatem, et hoc excludit tertio, dicens, beati qui nunc fletis. Quartum est exterior hominum favor, et hoc excludit quarto, dicens, beati eritis cum vos oderint homines. Et sicut Ambrosius dicit, paupertas pertinet ad temperantiam, quae illecebrosa non quaerit; esuries ad iustitiam, quia qui esurit, compatitur, et, compatiendo, largitur; fletus ad prudentiam, cuius est flere occidua; pati odium hominum, ad fortitudinem.

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