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28 febbraio – 2a Domenica di Quaresima

28 febbraio – 2a Domenica di Quaresima
25/11/2020 elena

28 febbraio
2a Domenica di Quaresima

Prima lettura
(Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18)

   In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Il sacrificio di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 48, a. 3, corpo e soluzione 1)

   Il sacrificio è propriamente un’opera compiuta per rendere a Dio l’onore che a lui solo è dovuto, al fine di placarlo. Da cui le parole di S. Agostino: «Vero sacrificio è ogni opera compiuta allo scopo di aderire a Dio in una santa società, che tende cioè a quel bene supremo grazie al quale possiamo essere veramente felici». Ora, Cristo «nella passione offrì se stesso per noi»; e tale azione, cioè l’accettazione volontaria della passione, fu sommamente gradita a Dio, in quanto procedente dalla carità. è quindi evidente che la passione di Cristo fu un vero sacrificio. E nel medesimo libro il Santo rileva che «di questo vero sacrificio erano segni molteplici e vari i sacrifici dei giusti dell’Antico Testamento, quali parole molteplici esprimenti un’unica cosa, per poterla molto raccomandare senza creare fastidio». «E poiché in ogni sacrificio», scrive ancora S. Agostino, «si devono considerare quattro cose: a chi viene offerto, da chi viene offerto, che cosa viene offerto, per chi viene offerto, così l’unico e vero mediatore volle riconciliarci con Dio mediante il sacrificio di pace, restando una cosa sola con colui al quale lo offriva, unificando in sé gli uomini per i quali lo offriva ed essendo lui stesso l’unico offerente e l’unica vittima».
   1. Sebbene la verità corrisponda in parte alla figura, non le corrisponde però in tutto: poiché la realtà deve superare la figura che la rappresenta. Era giusto quindi che la figura di questo sacrificio, in cui viene offerta per noi la carne di Cristo, fosse non la carne umana, bensì la carne degli animali che prefiguravano tale offerta. La quale costituisce il sacrificio assolutamente perfetto. Primo, perché, trattandosi di un corpo appartenente alla natura umana, giustamente viene offerto per gli uomini, e da essi viene assunto sotto il Sacramento. Secondo, perché essendo una carne passibile e mortale, era adatta all’immolazione. Terzo, perché, essendo senza peccato, la carne di Cristo era capace di purificare dai peccati. Quarto, perché, essendo la carne dell’offerente medesimo, era accetta a Dio per la carità con la quale egli la offriva. Di qui le parole di S. Agostino: «Che cosa gli uomini potevano prendere di più conveniente, da offrire per loro stessi, della carne umana? Che cosa di più adatto all’immolazione di una carne mortale? E che cosa di più puro per la purificazione dai vizi dei mortali della carne concepita senza il contagio della concupiscenza in un seno verginale? Che cosa poi si poteva offrire e accettare con maggiore gradimento che la carne del nostro sacrificio, che è il corpo del nostro sacerdote?».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 48, a. 3, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod sacrificium proprie dicitur aliquid factum in honorem proprie Deo debitum, ad eum placandum. Et inde est quod Augustinus dicit, in 10 De civ. Dei, verum sacrificium est omne opus quod agitur ut sancta societate Deo inhaereamus, relatum scilicet ad illum finem boni quo veraciter beati esse possumus. Christus autem, ut ibidem subditur, seipsum obtulit in passione pro nobis, et hoc ipsum opus, quod voluntarie passionem sustinuit, fuit Deo maxime acceptum, utpote ex caritate proveniens. Unde manifestum est quod passio Christi fuit verum sacrificium. Et, sicut ipse postea subdit in eodem libro, huius veri sacrificii multiplicia variaque signa erant sacrificia prisca sanctorum, cum hoc unum per multa figuraretur, tanquam verbis multis res una diceretur, ut sine fastidio multum commendaretur; et, cum quatuor considerentur in omni sacrificio, ut Augustinus dicit in 4 De Trin., scilicet cui offeratur, a quo offeratur, quid offeratur, pro quibus offeratur, idem ipse qui unus verusque mediator per sacrificium pacis reconciliat nos Deo, unum cum illo maneret cui offerebat, unum in se faceret pro quibus offerebat, unus ipse esset qui offerebat, et quod offerebat.
   Ad primum ergo dicendum quod, licet veritas respondeat figurae quantum ad aliquid, non tamen quantum ad omnia, quia oportet quod veritas figuram excedat. Et ideo convenienter figura huius sacrificii, quo caro Christi offertur pro nobis, fuit caro, non hominum, sed aliorum animalium significantium carnem Christi. Quae est perfectissimum sacrificium. Primo quidem quia, ex eo quod est humanae naturae caro, congrue pro hominibus offertur, et ab eis sumitur sub sacramento. Secundo quia, ex eo quod erat passibilis et mortalis, apta erat immolationi. Tertio quia, ex hoc quod erat sine peccato, efficax erat ad emundanda peccata. Quarto quia, ex eo quod erat caro ipsius offerentis, erat Deo accepta propter caritatem suam carnem offerentis. Unde Augustinus dicit, in 4 De Trin., quid tam congruenter ab hominibus sumeretur quod pro eis offerretur, quam humana caro? Et quid tam aptum huic immolationi quam caro mortalis? Et quid tam mundum pro mundandis vitiis mortalium quam sine contagione carnalis concupiscentiae caro nata in utero et ex utero virginali? Et quid tam grate offerri et suscipi posset quam caro sacrificii nostri, corpus effectum sacerdotis nostri?

Seconda lettura (Rm 8,31b-34)

   Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!

Dio Padre e la passione di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 47, a. 3, corpo e soluzione 1)

   Come si è detto, Cristo patì volontariamente in obbedienza al Padre. Perciò si può dire che il Padre ha consegnato Cristo alla passione in tre modi. Primo, perché col suo eterno volere ha preordinato la passione di Cristo alla liberazione del genere umano, secondo le parole di Is 53 [6]: Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti, e ancora [10]: Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Secondo, perché ispirò in lui la volontà di soffrire per noi, infondendogli la carità. Da cui le parole del profeta [7]: È stato immolato perché lo ha voluto. Terzo, perché non lo sottrasse alla passione, ma lo espose ai persecutori. Da cui la preghiera di Cristo sulla Croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46); in quanto cioè, come spiega S. Agostino, lo abbandonò al potere dei persecutori.
   1. Consegnare alla passione e alla morte un innocente contro la sua volontà è cosa empia e crudele. Ma Dio Padre consegnò Cristo non in questo modo, bensì infondendo in lui la volontà di patire per noi. E in ciò si mostra da una parte la severità di Dio, il quale non volle rimettere il peccato senza un castigo, per cui S. Paolo scrive che Dio non ha risparmiato il proprio Figlio [Rm 8,32], e dall’altra parte la sua bontà, poiché, non potendo l’uomo soddisfare in misura sufficiente sopportando qualsivoglia castigo, Dio gli provvide un redentore capace di soddisfare; per cui S. Paolo scrive che lo ha consegnato per tutti noi. E in Rm 3 [25] dice che Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 47, a. 3, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [a. 2], Christus passus est voluntarie ex obedientia Patris. Unde secundum tria Deus Pater tradidit Christum passioni. Uno quidem modo, secundum quod sua aeterna voluntate praeordinavit passionem Christi ad humani generis liberationem, secundum illud quod dicitur Isaiae 53 [6], Dominus posuit in eo iniquitatem omnium nostrum; et iterum [v. 10], Dominus voluit conterere eum in infirmitate. Secundo, inquantum inspiravit ei voluntatem patiendi pro nobis, infundendo ei caritatem. Unde ibidem [v. 7] sequitur, oblatus est quia voluit. Tertio, non protegendo eum a passione, sed exponendo persequentibus. Unde, ut legitur Matth. 27 [46], pendens in cruce Christus dicebat, Deus meus, ut quid dereliquisti me? Quia scilicet potestati persequentium eum exposuit, ut Augustinus dicit.
   Ad primum ergo dicendum quod innocentem hominem passioni et morti tradere contra eius voluntatem, est impium et crudele. Sic autem Deus Pater Christum non tradidit, sed inspirando ei voluntatem patiendi pro nobis. In quo ostenditur et Dei severitas, qui peccatum sine poena dimittere noluit, quod significat apostolus dicens [Rom. 8,32], proprio Filio suo non pepercit, et bonitas eius, in eo quod, cum homo sufficienter satisfacere non posset per aliquam poenam quam pateretur, ei satisfactorem dedit, quod significavit apostolus dicens [ibid.], pro nobis omnibus tradidit illum. Et Rom. 3 [25] dicit, quem, scilicet Christum, per fidem propitiatorem proposuit Deus in sanguine ipsius.

Vangelo (Mc 9,2-10)

   In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

I testimoni della trasfigurazione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 45, a. 3, corpo)

   Come si è detto sopra, Cristo ha voluto trasfigurarsi per mostrare agli uomini la sua gloria e stimolarli a desiderarla. Ora, Cristo doveva condurre alla gloria della felicità eterna non soltanto coloro che sarebbero vissuti dopo di lui, ma anche coloro che lo precedettero. Per questo mentre egli si avvicinava al momento della passione, sia le turbe che lo precedevano, sia quelle che lo seguivano, gridavano Osanna (Mt 21,9), come per chiedere a lui la salvezza. Perciò era opportuno che fra i testimoni ci fossero alcuni che lo avevano preceduto, cioè Mosè ed Elia, e altri che lo avrebbero seguito, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, perché sulle parole di due o tre testimoni fosse garantita la realtà del fatto.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 45, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod Christus transfigurari voluit ut gloriam suam hominibus ostenderet, et ad eam desiderandam homines provocaret, sicut supra [a. 1] dictum est. Ad gloriam autem aeternae beatitudinis adducuntur homines per Christum, non solum qui post eum fuerunt, sed etiam qui eum praecesserunt, unde, eo ad passionem properante, tam turbae quae sequebantur, quam quae praecedebant ei, clamabant, hosanna, ut dicitur Matth. 21 [9], quasi salutem ab eo petentes. Et ideo conveniens fuit ut de praecedentibus ipsum testes adessent, scilicet Moyses et Elias; et de sequentibus, scilicet Petrus, Iacobus et Ioannes; ut in ore duorum vel trium testium staret hoc verbum.

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