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7 febbraio – 5a Domenica del Tempo Ordinario

7 febbraio – 5a Domenica del Tempo Ordinario
24/11/2020 elena

7 febbraio
5a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Gb 7,1-4.6-7)

   Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».

La condizione della vita presente

San Tommaso
(Commento letterale al libro di Giobbe, c. 7, v. 1)

   Giobbe parlò e disse: L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
   Sulla condizione della vita presente ci furono varie opinioni tra gli uomini: alcuni infatti dissero che l’ultima felicità si trova in questa vita, e questa sentenza sembra seguire le parole di Elifaz. Infatti l’ultimo fine dell’uomo si trova dove egli aspetta la retribuzione finale per il bene o il male compiuto: quindi se è in questa vita che l’uomo è retribuito per le cose buone compiute e punito per quelle cattive, come Elifaz cercava di dimostrare, sembra di dover concludere che l’ultimo fine dell’uomo è in questa vita. Giobbe intende riprovare tale sentenza, e vuole mostrare che la vita presente dell’uomo non ha in sé l’ultimo fine, ma si rapporta ad esso come il moto alla quiete e la via al termine; quindi la confronta con quegli stati dell’uomo che tendono a qualche fine, come lo stato dei soldati che combattendo tendono alla vittoria; e per questo dice: la vita dell’uomo sulla terra è un duro servizio (militia), come se dicesse: la vita presente che viviamo sulla terra non è come lo stato della vittoria, ma come lo stato del combattimento; e la confronta anche con lo stato dei mercenari, e questo è quanto aggiunge: e i suoi giorni … come quelli d’un mercenario, cioè dell’uomo che vive sulla terra. Confronta poi la vita presente con questi due stati a motivo di due cose che incombono sull’uomo nella vita presente, cioè il resistere agli impedimenti e alle minacce, e per questo la paragona al combattimento, e il fare le cose utili al fine, e per questo la paragona al mercenario.
   Ora, da entrambi questi esempi si intende che la vita presente è sottomessa alla divina provvidenza: infatti i soldati combattono sotto il comandante e i mercenari aspettano il salario dal padrone. Inoltre in questi due esempi appare la falsità della sentenza che Elifaz difendeva. È infatti chiaro che il comandante dell’esercito non risparmia i pericoli o le fatiche ai soldati valorosi, ma secondo le esigenze del combattimento richiede talvolta che essi vengano esposti a maggiori pericoli e a maggiori fatiche; però dopo il conseguimento della vittoria onora maggiormente i più valorosi. E così anche il padre di famiglia ai migliori mercenari affida i compiti maggiori, però nel tempo della ricompensa elargisce doni maggiori; per cui nemmeno la divina provvidenza si comporta in modo da sottrarre maggiormente i buoni alle avversità e alle fatiche della vita presente, ma piuttosto in modo da rimunerarli maggiormente alla fine.

Testo latino di San Tommaso
(Super Iob, c. 7, v. 1)

   Circa condicionem vero praesentis vitae diversa fuit hominum sententia: quidam enim posuerunt in hac vita ultimam felicitatem esse, et hanc sententiam videntur sequi dicta Eliphaz. Ibi enim est ultimus finis hominis ubi expectat finalem retributionem pro bonis aut malis: unde si in hac vita homo remuneratur a Deo pro bene actis et punitur pro malis, ut Eliphaz astruere nitebatur, consequens videtur quod in hac vita sit ultimus hominis finis. Hanc autem sententiam intendit Iob reprobare et vult ostendere quod praesens vita hominis non habet in se ultimum finem, sed comparatur ad ipsum sicut motus ad quietem et via ad terminum; et ideo comparat eam illis statibus hominum qui tendunt ad aliquem finem, scilicet statui militum qui militando ad victoriam tendunt, et hoc est quod dicit militia est vita hominis super terram, ac si dicat: vita praesens qua super terram vivimus non est sicut status victoriae sed sicut status militiae; comparat etiam eam statui mercennariorum, et hoc est quod subdit et sicut dies mercennarii dies eius, scilicet hominis super terram viventis. Comparat autem praesentem vitam his duobus statibus propter duo quae imminent homini in praesenti vita, ut scilicet resistat impedimentis et nocivis et propter hoc comparatur militiae, et ut operetur utilia ad finem et propter hoc comparatur mercennario. Ex utroque autem exemplo datur intelligi praesens vita divinae providentiae subdi: nam et milites sub duce militant et mercennarii a patrono mercedem expectant. Satis etiam in his duobus exemplis apparet falsitas sententiae quam Eliphaz defendebat. Manifestum est enim quod dux exercitus strenuis militibus non parcit a periculis aut laboribus, sed secundum quod militiae ratio exigit interdum eos et maioribus laboribus et maioribus periculis exponit, sed post victoriam adeptam magis strenuos plus honorat; sic et paterfamilias melioribus mercennariis maiores labores committit, sed in tempore mercedis eis maiora munera largitur; unde nec divina providentia hoc habet ut bonos magis ab adversitatibus et vitae praesentis laboribus eximat, sed quod in fine eos magis remuneret.

Seconda lettura
(1 Cor 9,16-19.22-23)

   Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.

L’annuncio del Vangelo

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Corinzi,
c. 9, lez. 3, vv. 16-23, n. 489)

   E si deve osservare che qui ha accennato a quattro differenze fra coloro che sono tenuti a predicare.
   Infatti alcuni sono tenuti ma non evangelizzano: essi sono meritevoli di castigo.
   Alcuni sono tenuti ed evangelizzano, ma perché costretti: costoro non meritano alcuna ricompensa ma evitano il castigo.
   Alcuni sono tenuti ed evangelizzano volontariamente, ma ricevono la ricompensa: costoro meritano la ricompensa ed evitano il castigo, ma non ottengono la gloria di una maggiore ricompensa.
   Alcuni sono tenuti ed evangelizzano volontariamente e non ricevono alcuna ricompensa: costoro meritano la mercede ed evitano il castigo e ottengono la gloria di una maggiore ricompensa.
   Egli accenna al primo stato là dove dice: guai a me, ecc. Al secondo stato là dove dice: se non lo faccio di mia iniziativa, ecc. Al terzo stato là dove dice: Se lo faccio di mia iniziativa, ecc. Al quarto stato là dove dice: Qual è dunque la mia ricompensa?

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Corinthios,

c. 9, lect. 3, vv. 16-23, n. 489)

   Et notandum, quod quatuor tetigit differentias eorum, qui tenentur praedicare. Quidam enim tenentur, sed non evangelizant, hi merentur poenam. Quidam tenentur et evangelizant, sed coacti, hi non merentur mercedem, sed vitant poenam. Quidam tenentur et evangelizant voluntarie, sed accipiunt sumptus, et hi merentur mercedem, et vitant poenam, sed non habent supererogationis gloriam. Quidam tenentur et evangelizant voluntarie, nec accipiunt sumptus, et hi mercedem merentur, et vitant poenam, et habent supererogationis gloriam. Primum statum tangit, ibi vae mihi est, etc.; secundum ibi nam si invitus, etc.; tertium, ibi si autem volens, etc.; quartum, ibi quae est ergo merces, et cetera.

Vangelo (Mc 1,29-39)

   In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini. perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

E andò per tutta la Galilea

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di San Marco,
c. 1, lez. 12, vv. 35-39)

   TEOFILATTO: Dopo aver curato i malati, il Signore si ritira in disparte; per cui si dice: Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto: con ciò insegna a non fare le cose per l’apparenza, e anche se facciamo qualcosa di bene, a non diffonderlo.
   Segue: e là pregava. CRISOSTOMO: Non perché avesse bisogno della preghiera; egli era infatti colui che riceveva le preghiere degli uomini; ma ciò apparteneva all’economia della religione, così da darci l’esempio di un buon agire. TEOFILATTO: Ci mostra infatti che va attribuito a Dio ciò che eventualmente facciamo di bene, e gli dobbiamo dire: ogni bene ottimo viene dall’alto discendendo da te.
Segue: Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. CRISOSTOMO: Luca invece dice che le folle si avvicinarono a Cristo, e dissero ciò che qui Marco afferma che dissero gli Apostoli, aggiungendo: Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Ma non c’è contraddizione, poiché Cristo permise che, dopo gli Apostoli, venissero le folle anelanti di desiderio sui passi di Cristo. Li riceveva certo con gioia, ma voleva congedarli affinché anche altri fossero partecipi della sua dottrina, dato che non doveva rimanere per molto tempo in questo mondo; per questo segue: Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini. perché io predichi anche là». TEOFILATTO: Passa infatti a coloro che erano più bisognosi, poiché non conveniva restringere la dottrina in un solo luogo, ma diffondere in ogni parte i suoi raggi.
   Segue: per questo infatti sono venuto. CRISOSTOMO: Con ciò manifesta il mistero del suo annientamento, cioè dell’incarnazione, e il dominio della sua divinità, asserendo cioè che era venuto spontaneamente nel mondo. Luca invece dice (4,43): «Per questo sono stato mandato», annunciando l’economia e la volontà buona di Dio Padre riguardo all’incarnazione del Figlio.
   Segue: E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe. AGOSTINO: In questa predicazione che si dice che egli tenne in tutta la Galilea, si intende anche il discorso della montagna, ricordato da san Matteo; san Marco non lo ricorda, e non dice nulla che sia simile ad esso, a parte qualche sentenza ripetuta qua e là che il Signore disse in altri luoghi. TEOFILATTO: Però unì l’attività all’insegnamento: segue infatti: e scacciando i demòni; se infatti Cristo non avesse mostrato i miracoli, non si sarebbe creduto al suo insegnamento; così anche tu, dopo l’insegnamento, agisci in modo che in te non sia reso vano il tuo discorso. BEDA: Misticamente, poi, se il tramonto del sole mostra la morte del Salvatore, perché ritornando l’alba non si indica la sua risurrezione? Nel momento in cui la luce della sua risurrezione brillò fin nel deserto delle nazioni, egli pregava nei suoi fedeli, poiché spingeva i loro cuori alla virtù della preghiera mediante la grazia dello Spirito Santo.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea super Marcum,

c. 1, lect. 12, vv. 35-39)

   Theophylactus. Postquam Dominus infirmos curavit, seorsum recedit; unde dicitur et diluculo valde surgens, egressus abiit in desertum locum: in quo docuit nos non facere aliquid ad apparentiam, sed, et si boni aliquid operamur, non propalare. Sequitur ibique orabat. Chrysostomus. Non quia oratione indigeret: ipse enim erat qui hominum orationes suscipiebat: sed haec quidem dispensative agens, forma bonae operationis nobis est factus. Theophylactus. Ostendit enim nobis quod Deo debet attribui, si aliquid boni facimus, et ei debemus dicere: quoniam omne datum optimum desuper est descendens a te. Sequitur et prosecutus est illum Simon, et qui cum illo erant. Chrysostomus. Lucas autem dicit turbas accessisse ad Christum, et dixisse quod Marcus hic dicit dixisse apostolos, subdens et cum venissent ad eum dixerunt ei: quia omnes quaerunt te. Non autem invicem contradicunt: suscepit enim Christus et post apostolos turbam coniungi Christi pedibus anhelantem. Gaudens autem eos suscipiebat, sed volebat eos dimittere, ut et reliqui doctrinae eius participes essent, tamquam non multo tempore in mundo moraturus; et ideo sequitur et ait: eamus in proximos vicos et civitates, ut et ibi praedicem. Theophylactus. Transit enim ad illos magis indigentes, quia doctrinam concludere non convenit in uno loco, sed ubique radios eius extendere. Sequitur ad hoc enim veni. Chrysostomus. In quo manifestat exinanitionis, idest incarnationis mysterium et divinitatis suae dominium, cum scilicet asserit sponte in mundum venisse. Lucas vero dicit: ad hoc missus sum, denuntians dispensationem, et Dei Patris bonam voluntatem de Filii incarnatione. Sequitur et erat praedicans in synagogis eorum in omni Galilaea. Augustinus De cons. Evang. In hac autem praedicatione quam dicit eum habuisse in omni Galilaea, intelligitur etiam sermo Domini habitus in monte, cuius commemorationem facit Matthaeus; quem Marcus omnino non commemoravit, nec aliquid simile ei dixit, nisi quasdam sententias non contextim, sed sparsim repetivit, quas Dominus aliis locis dixit. Theophylactus. Doctrinae autem operationem immiscuit: praedicans enim postmodum fugavit daemonia: sequitur enim et daemonia eiciens: nisi enim ostenderet Christus miracula, eius sermoni non crederetur; sic et tu post doctrinam, operare ut non sit in te vacuus tuus sermo. Beda. Mystice autem si occasu solis mors exprimitur Salvatoris, quare non diluculo redeunte resurrectio eius indicetur? Cuius manifestata luce abiit in desertum gentium, ibique in suis fidelibus orabat, quia corda eorum per gratiam Sancti Spiritus ad virtutem orationis excitabat.

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