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22 novembre 34a Domenica del Tempo Ordinario

22 novembre 34a Domenica del Tempo Ordinario
15/10/2019 elena

22 novembre
34a Domenica del Tempo Ordinario
Nostro Signore Gesù Cristo
re dell’universo

Prima lettura
(Dan 7,13-14)

   Guardando nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.

L’eternità

San Tommaso
(S. Th. I, q. 10, a. 1, corpo)

   Come per arrivare alla conoscenza delle realtà semplici dobbiamo servirci delle realtà composte, così alla conoscenza dell’eternità è necessario arrivarci mediante la conoscenza del tempo: il quale è la «misura numerica del moto secondo il prima e il poi». Siccome infatti in ogni moto vi è una successione, e una parte viene dopo l’altra, dal fatto che noi enumeriamo un prima e un poi nel movimento percepiamo il tempo; il quale non è altro che l’enumerazione di ciò che è prima e di quel che è dopo nel movimento. Ora, dove non c’è movimento e l’essere è sempre il medesimo non si può parlare di prima e di poi. Come dunque l’essenza del tempo consiste nell’enumerazione del prima e del poi nel movimento, così nella percezione dell’uniformità di ciò che è completamente fuori del moto consiste l’essenza dell’eternità. Ancora. Si dicono misurate dal tempo le cose che hanno un inizio e una fine nel tempo, come osserva Aristotele: per il motivo che a tutto ciò che si muove si può sempre assegnare un inizio e un termine. Ciò che invece è del tutto immutabile, come non può avere una successione, così non può avere neppure un inizio e un termine. Quindi il concetto di eternità è dato da queste due cose: primo, dal fatto che ciò che è nell’eternità è senza termine, cioè senza principio e senza fine, riferendosi la parola termine all’uno e all’altra. Secondo: dal fatto che la stessa eternità esclude ogni successione, «esistendo tutta insieme».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 10, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut in cognitionem simplicium oportet nos venire per composita, ita in cognitionem aeternitatis oportet nos venire per tempus; quod nihil aliud est quam numerus motus secundum prius et posterius. Cum enim in quolibet motu sit successio, et una pars post alteram, ex hoc quod numeramus prius et posterius in motu, apprehendimus tempus; quod nihil aliud est quam numerus prioris et posterioris in motu. In eo autem quod caret motu, et semper eodem modo se habet, non est accipere prius et posterius. Sicut igitur ratio temporis consistit in numeratione prioris et posterioris in motu, ita in apprehensione uniformitatis eius quod est omnino extra motum, consistit ratio aeternitatis. Item, ea dicuntur tempore mensurari, quae principium et finem habent in tempore, ut dicitur in 4 Physic., et hoc ideo, quia in omni eo quod movetur est accipere aliquod principium et aliquem finem. Quod vero est omnino immutabile, sicut nec successionem, ita nec principium aut finem habere potest. Sic ergo ex duobus notificatur aeternitas. Primo, ex hoc quod id quod est in aeternitate, est interminabile, idest principio et fine carens (ut terminus ad utrumque referatur). Secundo, per hoc quod ipsa aeternitas successione caret, tota simul existens.

Seconda lettura (Ap 1,5-8)

   Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

Il potere giudiziario di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 59, a. 4, corpo e soluzione 1)

   Se parliamo di Cristo secondo la natura divina è evidente che ogni giudizio del Padre appartiene anche al Figlio: poiché come il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo, così anche giudica ogni cosa mediante il Verbo. – Se poi parliamo di Cristo secondo la natura umana, anche allora è evidente che tutte le realtà umane sono soggette al suo giudizio. Primo, a motivo del rapporto esistente fra l’anima di Cristo e il Verbo di Dio. Se è vero infatti che l’uomo spirituale giudica ogni cosa (1 Cor 2,15), in quanto la sua mente aderisce al Verbo di Dio, molto più ha il potere di giudicare ogni cosa l’anima di Cristo, che è ripiena della verità di tale Verbo. – Secondo, ciò risulta in base ai meriti acquistati con la sua morte. Poiché Cristo è morto ed è ritornato alla vita per essere il Signore dei morti e dei vivi (Rm 14,9). Quindi egli esercita il giudizio su tutti. Perciò S. Paolo può concludere che tutti compariremo dinanzi al tribunale di Cristo [10] e in Dn 7 [14] è detto che gli diede potere e gloria e regno, e tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. – Terzo, ciò risulta dal confronto delle cose umane col fine dell’umana salvezza. Infatti chi ha il compito di disporre ciò che è principale ha anche quello di disporre ciò che è accessorio. Ora, tutte le cose umane sono ordinate al fine della beatitudine, che è la salvezza eterna, alla quale tutti gli uomini sono ammessi o dalla quale sono respinti in base al giudizio di Cristo, come risulta dal Vangelo. Perciò è evidente che tutte le cose umane ricadono sotto il potere giudiziario di Cristo.
   1. Il potere giudiziario, come si è notato sopra, è annesso alla dignità regale. Ora Cristo, sebbene fosse stato costituito re da Dio, tuttavia mentre viveva sulla terra non volle l’amministrazione temporale del regno. Per cui egli stesso dice: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36). E allo stesso modo non volle esercitare il potere giudiziario sulle cose temporali, essendo venuto a convertire gli uomini alle cose divine. Per cui S. Ambrogio scrive a commento di quel passo evangelico: «È giusto che declini le cose terrene colui che era disceso per quelle divine: non si degna di farsi giudice delle liti e arbitro delle ricchezze colui che è chiamato a giudicare i vivi e i morti, e a farsi arbitro dei meriti».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 59, a. 4, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, si de Christo loquamur secundum divinam naturam, manifestum est quod omne iudicium Patris pertinet ad Filium, sicut enim Pater facit omnia Verbo suo, ita et omnia iudicat Verbo suo. Si vero loquamur de Christo secundum humanam naturam, sic etiam manifestum est quod omnes res humanae subduntur eius iudicio. Et hoc manifestum est, primo quidem, si consideremus habitudinem animae Christi ad Verbum Dei. Si enim spiritualis iudicat omnia, ut dicitur 1 Cor. 2 [15], inquantum mens eius Verbo Dei inhaeret; multo magis anima Christi, quae plena est veritate Verbi Dei, super omnia iudicium habet. Secundo, apparet idem ex merito mortis eius. Quia, ut dicitur Rom. 14 [9], in hoc Christus mortuus est et resurrexit, ut vivorum et mortuorum dominetur. Et ideo super omnes habet iudicium. Propter quod et apostolus ibi subdit quod omnes stabimus ante tribunal Christi, et Daniel 7 [14], quod dedit ei potestatem et honorem et regnum, et omnes populi, tribus et linguae servient ei. Tertio, apparet idem ex comparatione rerum humanarum ad finem humanae salutis. Cuicumque enim committitur principale, committitur et accessorium. Omnes autem res humanae ordinantur in finem beatitudinis, quae est salus aeterna, ad quam homines admittuntur, vel etiam repelluntur, iudicio Christi, ut patet Matth. 25. Et ideo manifestum est quod ad iudiciariam potestatem Christi pertinent omnes res humanae.
   Ad primum ergo dicendum quod, sicut dictum est, iudiciaria potestas consequitur regiam dignitatem. Christus autem, quamvis rex esset constitutus a Deo, non tamen in terris vivens terrenum regnum temporaliter administrare voluit, unde ipse dicit, Ioan. 18 [36], regnum meum non est de hoc mundo. Et similiter etiam iudiciariam potestatem exercere noluit super res temporales, qui venerat homines ad divina transferre, ut Ambrosius, ibidem, dicit, bene terrena declinat qui propter divina descenderat, nec iudex dignatur esse litium et arbiter facultatum, vivorum habens mortuorumque iudicium, arbitriumque meritorum.

Vangelo (Gv 18,33b-37)

   In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Il regno di Cristo

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 18, lez. 6, v. 36, nn. 2350-2351)

   v. 36. Il mio regno non è di questo mondo. Rimuove il falso sospetto dicendo: il mio regno non è di questo mondo. Comprendendo male questo punto, i Manichei dicevano che esistevano due Dèi e due regni, cioè un Dio buono che ha il suo regno nella regione della luce, e un Dio cattivo che ha il suo regno nella regione delle tenebre, e dicevano che questo è il nostro mondo, poiché essi chiamavano tenebre tutte le realtà corporee. E in base a ciò il senso sarebbe questo: Il mio regno non è di questo mondo, come se dicesse: Dio Padre, che è buono, e io, non abbiamo un regno nella regione delle tenebre.
   Ma contro ciò si ha quanto è detto nel Salmo (46,8): «Dio è re di tutta la terra», e ancora «Tutto ciò che vuole il Signore lo compie, nel cielo e sulla terra» (Sal 134,6). Quindi bisogna dire che Cristo ha detto questo a motivo di Pilato, il quale credeva che Cristo ambisse a un regno terreno, sul quale regnasse corporalmente, come gli uomini di questa terra; e per questo doveva essere punito con la morte, in quanto cioè ambiva a un regno illecito.
   Bisogna però sapere che talvolta viene detto regno il popolo sul quale si regna, e talvolta lo stesso potere regale. Prendendo dunque regno nel primo senso, S. Agostino dice che il mio regno significa «coloro che credono in me». Ap 5,10: «Hai fatto di noi un regno per il nostro Dio». Non dice: Non è in questo mondo, come si legge in Gv 17,11: «Essi sono nel mondo», ma non è di questo mondo, per l’affetto e l’imitazione, a motivo dello sradicamento per la scelta della grazia. Così infatti Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno del suo amore.
   Il Crisostomo invece prende il regno nel secondo modo, e dice: il mio regno, cioè il mio potere e l’autorità per cui sono re, non è di questo mondo, cioè non ha origine da cause mondane e da una scelta di uomini, ma da altrove, cioè dal Padre stesso. Dan 7,14: «Il suo potere è un potere eterno, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto».

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 18, lect. 6, v. 36, nn. 2350-2351)

    Falsam suspicionem removet, dicens regnum meum non est de hoc mundo. Quod male intelligentes Manichaei, dicebant esse duos deos et duo regna; scilicet Deum bonum, qui habet regnum suum in regione lucis; et Deum malum, qui habet regnum suum in regione tenebrarum; et hanc dicebant esse hunc mundum, quia omnia corporalia dicebant esse tenebras. Et secundum hoc sensus est: regnum meum non est de hoc mundo, quasi dicat: Dominus Pater, qui bonus est, et ego non habemus regnum in regione tenebrarum. Sed contra hoc est quod dicitur in Ps. 46,8: quoniam rex omnis terrae Deus. Et iterum: omnia quaecumque voluit Dominus fecit in caelo et in terra. Et ideo dicendum, quod hoc dixit Christus propter Pilatum, qui credebat Christum affectare regnum terrenum, quo corporaliter, sicut et homines terreni, regnaret; et per hoc esset morte plectendus, quod illicitum affectaverit regnum. Sciendum est autem, quod regnum quandoque dicitur ille populus qui regnat, quandoque ipsa regia potestas. Primo ergo modo accipiendo regnum exponit Augustinus, et dicit regnum meum, idest fideles mei, Apoc. 5,10: fecisti nos Deo nostro regnum, non est de hoc mundo. Non dicit: non est in hoc mundo; supra 17,11: et hi in mundo sunt, sed non est de hoc mundo, per affectum et imitationem, ereptus quidem per gratiae electionem. Sic enim nos Deus eruit de potestate tenebrarum, et transtulit in regnum caritatis suae. Chrysostomus autem exponit accipiendo regnum secundo modo, et dicit: regnum meum, idest potestas mea et auctoritas qua rex sum, non est de hoc mundo idest, non habet originem ex causis mundanis et electione hominum, sed aliunde, scilicet ab ipso Patre. Dan. 7,14: potestas eius, potestas aeterna quae non auferetur, et regnum eius quod non corrumpetur.

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