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29 giugno – lunedì Santi Pietro e Paolo Apostoli

29 giugno – lunedì Santi Pietro e Paolo Apostoli
11/10/2019 elena

29 giugno – lunedì
Santi Pietro e Paolo Apostoli

Messa vespertina della vigilia

Prima lettura (At 3,1-10)

   In quei giorni, Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi». Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.

I vari generi di elemosina

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 2, corpo)

   La ricordata enumerazione dei vari tipi di elemosina è desunta correttamente dai vari difetti del nostro prossimo. Difetti che in parte interessano l’anima, e ad essi sono ordinate le elemosine spirituali, e in parte interessano il corpo, e ad essi sono ordinate le elemosine corporali. Infatti le miserie corporali capitano o durante la vita, o dopo di essa. Se durante la vita, o consistono nella mancanza di cose di cui tutti hanno bisogno, oppure consistono in eventuali bisogni particolari. Nel primo caso il bisogno è o interno o esterno. I bisogni interni sono due: uno che viene soddisfatto col cibo solido, cioè la fame, e ad esso si riferisce il dar da mangiare agli affamati; il secondo invece viene soddisfatto col cibo umido, cioè la sete, e ad esso si riferisce il dar da bere agli assetati. – I bisogni comuni esterni sono ancora due: uno riguarda il vestito, e ad esso si riferisce il vestire gli ignudi; l’altro riguarda l’alloggio, e ad esso si riferisce l’alloggiare i pellegrini. – Parimenti i bisogni speciali o dipendono da una causa intrinseca, come la malattia, e qui abbiamo il visitare gli infermi, oppure da una causa estrinseca, e ad esso si riferisce il riscattare i prigionieri. – Dopo la vita poi ai morti si dà la sepoltura. – Analogamente, ai bisogni spirituali si soccorre con atti spirituali in due modi. Primo, chiedendo l’aiuto di Dio: e per questo abbiamo la preghiera, con la quale si prega per gli altri. – Secondo, offrendo l’aiuto fraterno: e ciò in tre modi. Primo, contro le deficienze dell’intelletto: contro quelle dell’intelletto speculativo offrendo il rimedio dell’insegnamento; contro quelle dell’intelletto pratico offrendo il rimedio del consiglio. – Secondo, abbiamo le deficienze dovute alle passioni delle potenze appetitive, la più grave delle quali è l’afflizione o tristezza: e ad essa si rimedia con la consolazione. – Terzo, ci sono le deficienze dovute al disordine di certi atti: e queste possono essere considerate sotto tre aspetti. In primo luogo dal lato di chi pecca, cioè in quanto dipendono dal suo volere disordinato: e allora abbiamo un rimedio nella correzione. In secondo luogo dal lato di chi subisce la colpa: e allora, se gli offesi siamo noi, possiamo rimediare perdonando l’offesa; se invece gli offesi sono Dio o il prossimo, allora «non dipende da noi perdonare», come dice S. Girolamo. In terzo luogo ci sono le conseguenze dell’atto disordinato che gravano su quelli che convivono col peccatore, anche contro la sua volontà: e ad esse si rimedia sopportando, specialmente nei riguardi di coloro che peccano per fragilità, secondo le parole di Rm 15 [1]: noi che siamo più forti dobbiamo sopportare le infermità dei deboli. E ciò va fatto sopportando non solo gli atti disordinati dei deboli, ma anche qualsiasi altro loro peso, secondo le parole di Gal 6 [2]: Portate i pesi gli uni degli altri.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod praedicta eleemosynarum distinctio convenienter sumitur secundum diversos defectus proximorum. Quorum quidam sunt ex parte animae, ad quos ordinantur spirituales eleemosynae; quidam vero ex parte corporis, ad quos ordinantur eleemosynae corporales. Defectus enim corporalis aut est in vita, aut est post vitam. Si quidem est in vita, aut est communis defectus respectu eorum quibus omnes indigent; aut est specialis propter aliquod accidens superveniens. Si primo modo, aut defectus est interior, aut exterior. Interior quidem est duplex, unus quidem cui subvenitur per alimentum siccum, scilicet fames, et secundum hoc ponitur pascere esurientem; alius autem est cui subvenitur per alimentum humidum, scilicet sitis, et secundum hoc dicitur potare sitientem. – Defectus autem communis respectu exterioris auxilii est duplex, unus respectu tegumenti, et quantum ad hoc ponitur vestire nudum; alius est respectu habitaculi, et quantum ad hoc est suscipere hospitem. – Similiter autem si sit defectus aliquis specialis, aut est ex causa intrinseca, sicut infirmitas, et quantum ad hoc ponitur visitare infirmum, aut ex causa extrinseca, et quantum ad hoc ponitur redemptio captivorum. – Post vitam autem exhibetur mortuis sepultura. – Similiter autem spiritualibus defectibus spiritualibus actibus subvenitur dupliciter. Uno modo, poscendo auxilium a Deo, et quantum ad hoc ponitur oratio, qua quis pro aliis orat. – Alio modo, impendendo humanum auxilium, et hoc tripliciter. Uno modo, contra defectum intellectus, et si quidem sit defectus speculativi intellectus, adhibetur ei remedium per doctrinam; si autem practici intellectus, adhibetur ei remedium per consilium. – Alio modo est defectus ex passione appetitivae virtutis, inter quos est maximus tristitia, cui subvenitur per consolationem. – Tertio modo, ex parte inordinati actus, qui quidem tripliciter considerari potest. Uno modo, ex parte ipsius peccantis, inquantum procedit ab eius inordinata voluntate, et sic adhibetur remedium per correctionem. Alio modo, ex parte eius in quem peccatur, et sic, si quidem sit peccatum in nos, remedium adhibemus remittendo offensam; si autem sit in Deum vel in proximum, non est nostri arbitrii remittere, ut Hieronymus dicit, Super Matth. Tertio modo, ex parte sequelae ipsius actus inordinati, ex qua gravantur ei conviventes, etiam praeter peccantis intentionem, et sic remedium adhibetur supportando; maxime in his qui ex infirmitate peccant, secundum illud Rom. 15 [1], debemus nos firmiores infirmitates aliorum portare. Et non solum secundum quod infirmi sunt graves ex inordinatis actibus, sed etiam quaecumque eorum onera sunt supportanda, secundum illud Galat. 6 [2], alter alterius onera portate.

Seconda lettura
(Gal 1,11-20)

   Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco.

La conversione di San Paolo

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 112, a. 2, soluzione 2)

   2. Non potendo l’uomo prepararsi da solo alla grazia se Dio non lo previene e non lo muove al bene, non importa che egli raggiunga la perfetta preparazione in modo graduale o improvvisamente: infatti è detto in Sir: è facile per il Signore arricchire un povero all’improvviso. Capita però talvolta che Dio muova l’uomo a un certo bene, non tuttavia perfetto: e questa preparazione precede la grazia. Talora invece lo muove subito perfettamente al bene, e l’uomo riceve immediatamente la grazia, secondo le parole di Gv: Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. E così avvenne per S. Paolo: poiché all’improvviso, mentre sprofondava nei peccati, il suo cuore fu mosso perfettamente da Dio ad ascoltare, a imparare e a venire. Per cui conseguì immediatamente la grazia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 112, a. 2, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod, cum homo ad gratiam se praeparare non possit nisi Deo eum praeveniente et movente ad bonum, non refert utrum subito vel paulatim aliquis ad perfectam praeparationem perveniat, dicitur enim Eccli. 11 [23], quod facile est in oculis Dei subito honestare pauperem. Contingit autem quandoque quod Deus movet hominem ad aliquod bonum, non tamen perfectum, et talis praeparatio praecedit gratiam. Sed quandoque statim perfecte movet ipsum ad bonum, et subito homo gratiam accipit; secundum illud Ioan. 6 [45], omnis qui audivit a Patre et didicit, venit ad me. Et ita contigit Paulo, quia subito, cum esset in progressu peccati, perfecte motum est cor eius a Deo, audiendo et addiscendo et veniendo; et ideo subito est gratiam consecutus.

Vangelo (Gv 21,15-19)

   [ Dopo che si fu manifestato risorto ai suoi discepoli, ] quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Il più idoneo per l’onore di Dio
e l’utilità della Chiesa

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 21, lez. 3, I, v. 15a, nn. 2619-2620)

   v. 15a Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Aggiunge più di costoro poiché, come risulta anche dal Filosofo nella sua Politica, chi comanda e governa deve essere, secondo un ordine naturale, il più eccellente. Per questo dice che, come l’anima si rapporta al corpo che regge, e la ragione a ciò che è ad essa inferiore, così anche l’uomo rispetto agli animali bruti. E in questo modo deve rapportarsi il prelato rispetto ai sudditi. Per cui, secondo S. Gregorio, la vita del pastore deve essere tale che in rapporto a lui i sudditi siano come le pecore in rapporto al loro pastore. Per questo dice più di costoro, poiché quanto più ama, tanto più è grande. 1 Re 10,24: «Certo, voi vedete qual è colui che il Signore ha scelto, e che non c’è nessuno in tutto il popolo che sia simile a lui».
   Ma ci chiediamo: nell’elezione è necessario scegliere sempre chi è migliore puramente e semplicemente, sebbene quanto alla determinazione del diritto basta scegliere chi è buono?
   Bisogna rispondere che è necessario fare una duplice distinzione. Infatti qualcosa può essere sufficiente secondo il giudizio umano senza tuttavia esserlo secondo il giudizio divino. Secondo il giudizio umano basta ciò di cui un uomo non può essere accusato, e la cui elezione non è riprovata. Si sa però che è difficile fare delle elezioni se si può riprovarle per il fatto che un altro è migliore di chi è stato eletto. Per cui secondo il giudizio umano è sufficiente, come è detto nelle Decretali, che l’elezione sia retta e venga scelto uno che è idoneo.
   Invece secondo il giudizio divino e la coscienza è necessario scegliere il migliore. Tuttavia si dice che uno è migliore puramente e semplicemente, e così viene detto migliore chi è più santo, dato che è la santità che rende buoni; però non è migliore quanto alla Chiesa. E da questo punto di vista uno è migliore se è più dotto, più competente e più discreto, e viene eletto con un più ampio accordo. Se però, a parità delle altre condizioni, che riguardano l’utilità della Chiesa e ciò che è meglio in vista di essa, uno preferisce chi è meno buono puramente e semplicemente, pecca, poiché necessariamente qualche interesse lo spinge a ciò. Dunque, o ciò appartiene all’onore di Dio e all’utilità della Chiesa, oppure a qualcosa di privato. Ora, se sono l’onore di Dio e l’utilità della Chiesa a muovere costui, questo bene viene inteso nella condizione dell’eletto, e lo rende migliore da questo punto di vista. Se invece a spingerlo è qualcosa di privato, per esempio un’affezione carnale, la speranza di un beneficio e di un vantaggio temporale, allora l’elezione è fraudolenta, e c’è preferenza di persone (acceptio personarum).

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 21, lect. 3, I, v. 15a, nn. 2619-2620)

   Addit autem plus his, quia, ut etiam ex philosopho habetur in Politica sua, naturali ordine ille qui praesidet et gubernat, debet excellentior esse: unde dicit, quod sicut anima se habet ad corpus quod regit, et ratio ad inferiores, similiter etiam homo ad animalia bruta. Sic se debet habere praelatus ad subditos. Unde secundum Gregorium, talis debet esse vita pastoris quod in comparatione eius subditi sint sicut sunt animalia ad comparationem sui pastoris. Et ideo dicit plus his, quia quanto plus diligit, tanto maior est.1 Reg. 10, 24: certe videtis quem elegit Dominus, quoniam non sit similis ei in omni populo. Sed numquid necessarium est in electione semper eligere simpliciter meliorem etsi iura determinent quod sufficit bonum eligere? Ad quod dicendum, quod duplici distinctione opus est. Nam aliquid sufficit secundum iudicium humanum quod tamen non sufficit secundum iudicium divinum. Secundum iudicium humanum sufficit illud de quo homo non potest accusari, nec eius electio improbatur. Constat autem difficile esse fieri electiones, si possent reprobari ex hoc quod alius melior est quam ille qui electus est. Unde sufficit secundum iudicium humanum, ut habetur in Decretali, quod electio sit recta, et eligatur idoneus. Secundum vero iudicium divinum et conscientiam, necessarium est eligere meliorem. Sed tamen aliquis dicitur melior simpliciter, et sic ille dicitur melior qui est sanctior, sanctitas enim facit bonum, sed non est melior quantum ad Ecclesiam. Et quo ad hoc aliquis est melior, inquantum est litteratior, competentior et discretior, et magis concorditer eligitur. Sed si, ceteris paribus, quae sunt ad utilitatem Ecclesiae et melioritatem quantum ad hoc, aliquis minus bonum simpliciter praeeligat alicui, peccat, quia de necessitate aliquid eum movet ad hoc. Aut ergo hoc pertinet ad honorem Dei et utilitatem Ecclesiae, aut ad aliquid privatum. Si quidem utilitas Ecclesiae et honor Dei movet eum, hoc bonum intelligitur in conditione electi, et facit meliorem quantum ad hoc. Si vero aliquid privatum, puta affectio carnalis, spes beneficii et commodi temporalis, est fraudulenta electio, et acceptio personarum.

Messa del giorno

Prima lettura (At 12,1-11)

   In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione. Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».

Il nome di Pietro

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 1, lez. 15, VIII, v. 42b, nn. 305-307)

   Gesù disse: Tu sei Simone, figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa, che significa Pietro, e in greco capo. E conviene al ministero che colui che deve essere capo degli altri e vicario di Cristo sia fissato nella solidità. Mt 16,18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
   Ma qui si pone una questione letterale. E innanzitutto perché Cristo gli impose il nome all’inizio della sua conversione, e non volle che fosse chiamato con questo nome fin dalla sua nascita.
   A ciò si risponde in due modi. Secondo il Crisostomo c’è innanzitutto il fatto che i nomi imposti da Dio designano una qualche eminenza della grazia spirituale. Ora, quando Dio conferisce una grazia speciale a qualcuno, il nome indicante quella grazia viene imposto fin dalla nascita; come è chiaro nel caso di Giovanni Battista, che fu santificato nel grembo materno. Talora invece l’eminenza della grazia speciale viene conferita nel corso del tempo; e allora il nome viene imposto non dalla nascita, ma in quel momento della vita: come è chiaro nel caso di Abramo e di Sara, i cui nomi furono mutati quando ricevettero la promessa della moltiplicazione della loro posterità. Allo stesso modo anche Pietro ricevette questo nome da Dio quando fu chiamato alla fede di Cristo e alla grazia dell’apostolato, e specialmente poiché fu costituito Principe degli Apostoli di tutta la Chiesa, il che non fu fatto negli altri Apostoli.
   Secondo S. Agostino poi, ciò fu dovuto al fatto che, se fin dall’inizio fosse stato chiamato Cefa, non sarebbe apparso il mistero. Per cui il Signore volle che avesse tale nome in quel momento, così che attraverso la mutazione del nome apparisse il mistero della Chiesa, che era stata fondata nella confessione della sua fede. Infatti Pietro viene da pietra, e la pietra era Cristo. Quindi nel nome di Pietro è raffigurata la Chiesa, che è stata edificata su una ferma pietra immobile, cioè Cristo.
   Una seconda questione è se questo nome sia stato imposto a Simone qui, oppure quando Gesù disse: «Tu sei Pietro» (Mt 16,18).
   A ciò risponde S. Agostino dicendo che questo nome fu imposto a Simone nel momento di cui parla qui S. Giovanni; e quando il Signore dirà «Tu sei Pietro» non ci sarà l’imposizione di un nome, ma il ricordo di un nome già imposto, così che egli facesse uso di quel nome come già imposto.
   Altri però dicono che questo nome fu imposto a Simone quando il Signore gli disse (l. cit.): «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Qui invece [cioè al momento della sua vocazione], non gli impone questo nome, ma gli anticipa che gli dovrà essere imposto in seguito.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 1, lect. 15, VIII, v. 42b, nn. 305-307)

   Tertio vero quantum ad occulta futura; unde dicit tu vocaberis Cephas, quod interpretatur Petrus, et in graeco caput. Et congruit mysterio, ut ille qui debet esse aliorum caput et Christi vicarius, firmitati inhaereret. Matth. 16,18: tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Sed hic est quaestio litteralis. Et primo quare Christus imposuit ei in principio suae conversionis nomen, et non voluit quod a principio nativitatis suae hoc nomine vocaretur? Ad hoc respondetur dupliciter. Secundum Chrysostomum, primo quidem quia nomina divinitus imposita aliquam eminentiam gratiae spiritualis designant. Quando autem Deus confert specialem gratiam alicui, ab ipsa nativitate nomen gratiam illam significans imponitur; sicut patet de Ioanne Baptista, qui ante a Deo est nominatus quam natus, quia fuit sanctificatus in utero matris. Aliquando autem aliter confertur eminentia gratiae specialis tempore procedenti; et talia nomina divinitus imponuntur non a principio nativitatis, sed in ipso processu temporis; sicut patet de Abraham et Sara, quibus nomina mutata sunt quando promissionem multiplicandi germinis acceperunt. Eodem modo et Petrus nominatur divinitus quando ad fidem Christi, et gratiam apostolatus vocatur, et specialiter quia constitutus est princeps apostolorum totius Ecclesiae; quod in aliis apostolis non est factum. Secundum Augustinum autem, quia si a principio fuisset nominatus Cephas, non apparuisset mysterium. Et ideo voluit Dominus quod tunc nomen haberet, ut mutatione nominis, Ecclesiae mysterium appareret, quae in confessione fidei eius fundata erat. Petrus enim a petra dicitur; petra autem erat Christus. In Petri ergo nomine figurata est Ecclesia, quae supra firmam petram immobilem, idest Christum, aedificata est. Secunda quaestio est utrum hic fuerit impositum hoc nomen Simoni, an in Matthaeo cum dicitur tu es Petrus. Et ad hoc respondet Augustinus dicens, quod istud nomen hoc loco fuit Simoni impositum; sed quod dicit ei Dominus in Matth. tu es Petrus etc. non est nominis impositio, sed impositi nominis commemoratio, ut quasi utatur illo nomine tamquam iam imposito. Alii autem dicunt, quod hoc nomen fuit impositum Simoni quando Dominus dixit ei tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Hic vero non imponit ei hoc nomen, sed praesignat quod sit ei postmodum imponendum.

Seconda lettura
(2 Tm 4,6-8.17-18)

   Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Il Signore mi è stato vicino
e mi ha dato forza

San Tommaso
(Sulla seconda lettera a Timoteo,
c. 4, lez. 2, v. 7, n. 149)

   v. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Il merito della vita presente si trova in tre cose, cioè nel resistere ai mali, nel progredire nei beni e nell’usare rettamente i doni di Dio.
   Anzitutto si parla di una certa battaglia; per cui dice: Ho combattuto la buona battaglia. Ora, una battaglia si dice buona, primo, se è fatta per delle cose buone, per esempio se è fatta per la fede e la giustizia, come fecero gli Apostoli. Gd 1,3: «Avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra comune salvezza, e sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, trasmessa ai santi una volta per sempre». Sir 4,33: «Combatti per la giustizia a favore della tua anima, e lotta fino alla morte per la giustizia». Secondo, per il modo della battaglia, se cioè si combatte sollecitamente e legittimamente. Sopra 2,5: «Non sarà coronato se non chi ha legittimamente combattuto». 1 Cor 9,29: «Faccio il pugilato non come chi batte l’aria, ma tratto duramente il mio corpo» ecc. Terzo, per la difficoltà della battaglia. Sap 10,12: «Gli diede la vittoria dopo una dura lotta».
   In secondo luogo si parla di corsa in quanto c’è un progresso nelle cose buone, per cui segue: ho terminato la corsa. 1 Cor 9,24: «Correte anche voi in modo da conquistarlo (il premio)». E il progresso dei santi viene detto corsa poiché corrono velocemente, per giungere alla perfezione migliorandosi, stimolati dalla carità. Eb 4,11: «Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo». Sal 118,32: «Ho corso nella via dei tuoi comandamenti».
   Ma [si dirà:] rimanevano ancora il combattimento e la corsa della morte: quindi non aveva ancora portato al termine la corsa e non aveva ancora concluso il combattimento. Quanto a ciò bisogna osservare che, come l’uomo che ha bene iniziato e intende finire possiede l’opera perfettamente, così anche l’Apostolo: infatti aveva già iniziato e intendeva finire.
   Aggiungiamo che il buon uso dei doni di Dio è duplice, cioè la conservazione della fede [ossia della fiducia ricevuta], per cui dice: ho conservato la fede, il che fa chi usa i doni di Dio per la gloria di Dio e la salvezza del prossimo. Mt 24,45: «Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici?». 1 Tm 1,12: «Poiché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero». Oppure: ho custodito in me la virtù della fede. Rm 14,23: «Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato». Da cui Mt 10,16: «Siate prudenti come serpenti», cioè custodite la fede, quale principio e fondamento delle virtù».

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Timotheum,

c. 4, lect. 2, v. 7, n. 149)

   Meritum huius vitae est in tribus, scilicet in resistendo malis, in proficiendo in bonis, et in bene utendo Dei donis. Primum dicitur quoddam certamen; unde hic dicit bonum certamen certavi. Sed certamen dicitur bonum, primo, si sit pro bonis; puta si sit pro fide et iustitia, sicut apostoli. Iud. 1,3: de communi vestra salute necesse habui scribere vobis, deprecans supercertari semel traditae sanctae fidei. Eccli. c. 4,33: pro iustitia agonizare pro anima tua, et usque ad mortem certa pro iustitia. Secundo, propter modum certaminis, si scilicet sollicite et legitime certetur. Supra 2, v. 5: non coronabitur, nisi qui legitime certaverit. 1 Cor. 9,29: sic pugno, non quasi aerem verberans, sed castigo corpus meum, et cetera. Tertio, propter difficultatem certaminis. Sap. 10,12: et certamen forte dedit illi, ut vinceret. Secundum quod est profectus in bonis dicitur cursus, unde sequitur cursum consummavi. 1 Cor. 9,24: sic currite, ut comprehendatis. Et dicitur cursus profectus sanctorum, quia cum festinatione currunt, ut meliorantes consumment, agitati stimulis charitatis. Hebr. 4,11: festinemus ergo ingredi in illam requiem. Ps. 118,32: viam mandatorum tuorum cucurri. Sed adhuc certamen et cursus mortis restabat: ergo non consummaverat cursum, nec certaverat. Dicendum est quod sicut homo qui bene incipit et intendit finire, habet opus perfecte, sic et Apostolus: iam enim incoeperat, et finire intendebat. Bonus usus donorum Dei est duplex, scilicet conservatio fidei et ideo dicit fidem servavi, quod facit qui utitur donis Dei ad gloriam Dei et salutem proximorum. Matth. 24, v. 45: quis, putas, est fidelis servus et prudens, quem constituit Dominus super familiam suam? 1 Tim. 1,12: fidelem me existimavit ponens in ministerio. Vel servavi in me virtutem fidei. Rom. 14,23: omne quod non est ex fide, peccatum est. Propter quod Matth. 10,16: estote prudentes sicut serpentes, id est, custodite fidem, tamquam caput et fundamentum virtutum.

Vangelo (Mt 16,13-19)

   In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

La roccia di Pietro

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 16, lez. 2, vv. 18-19, nn. 1383-1386)

    E io a te dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. La proprietà della pietra è che venga posta come fondamento, così che dia solidità. Sopra, 7,24: «è simile a un uomo che ha costruito la sua casa sulla roccia».
   Per cui si può applicare a Cristo. e su questa pietra, ossia Cristo, così che sia il fondamento, e così fondata riceva solidità. S. Agostino nelle Ritrattazioni dice che egli ha dato varie interpretazioni, e ha lasciato che gli ascoltatori prendessero quella che volevano. Oppure, per dimostrare che questa pietra è Cristo si può vedere 1 Cor 10,1: «la pietra era Cristo». E altrove, 1 Cor 3,11: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che è stato posto, che è Cristo Gesù».
   Altra spiegazione: su questa pietra, cioè su di te che sei la pietra, che ricevi da me di essere la pietra. E come io sono la pietra, così su di te che sei la pietra edificherò ecc.
   Ma come? Forse che Cristo e Pietro sono il fondamento?
   Bisogna dire che Cristo lo è secondo se stesso, mentre Pietro in quanto ha la confessione di Cristo, in quanto suo vicario. Ef 2,20: «Edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» ecc. Ap 21,14: «I basamenti della città sono dodici, e su di essi i dodici nomi degli Apostoli dell’Agnello». Quindi Cristo è il fondamento secondo se stesso, mentre gli Apostoli non secondo se stessi, ma per concessione di Cristo, e per l’autorità data da Cristo. Sal 86,1: «Le sue fondamenta sono sui monti santi». Ma specialmente la casa di Pietro, che è fondata sulla pietra, non sarà distrutta, come si dice sopra (7,25). Così questa può essere impugnata, ma non espugnata.
   E le potenze (le porte) degli inferi non prevarranno su di essa. Ger 1,19: «Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno». E chi sono le porte degli inferi? Gli eretici: poiché come attraverso la porta si entra nella casa, così attraverso di essi si entra nell’inferno. Così i tiranni, i demòni, i peccati. E sebbene le altre Chiese possano essere guastate dagli eretici, la Chiesa Romana invece non fu depravata dagli eretici poiché era fondata sulla roccia. Per cui a Costantinopoli ci furono degli eretici, e il lavoro degli Apostoli fu lasciato cadere; la sola Chiesa di Pietro rimase inviolata. Così in Lc 22,32 si legge: «Ho pregato per te, Pietro, perché non venga meno la tua fede». E ciò si riferisce non solo alla Chiesa di Pietro, ma anche alla fede di Pietro, e a tutta la Chiesa d’Occidente. Per cui penso che gli occidentali devono a Pietro una riverenza maggiore che agli altri Apostoli.
   A te darò le chiavi del regno dei cieli. Qui viene posto il secondo dono che Cristo, secondo l’umanità, diede a Pietro. Fondò infatti la Chiesa sulla terra, e istituì Pietro suo Vicario per introdurre in cielo. Eb 10,19: «Avendo piena fiducia di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Cristo». Per cui Cristo istituì Pietro come suo vicario per introdurre in cielo, e così diede quel ministero e diede le chiavi: infatti la chiave introduce, per cui Pietro ha il ministero di introdurre.

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 16, lect. 2, vv. 18-19, nn. 1383-1386)

   In huius signum rei, super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Proprietas petrae est, quod ponatur in fundamento; item, ut det firmitatem. Supra 7,24: similis est homini qui aedificat domum suam super petram. Unde potest exponi de Christo: et super hanc petram, idest Christum, ut sit fundamentum, et ut fundata firmamentum recipiat. Augustinus in libro Retract. dicit, quod multipliciter exposuit, et reliquit audientibus ut acciperent quam vellent. Vel ut demonstret ly hanc petram Christum; 1 ad Cor. 10,4: petra autem erat Christus. Et alibi, 1 ad Cor. 3, v. 11: fundamentum aliud nemo potest ponere nisi id quod positum est, quod est Christus Iesus. Alia expositio: super hanc petram, idest super te petram, quia a me petra trahes tu quod sis petra. Et sicut ego sum petra, ita super te petram aedificabo et cetera. Sed quid est? Est ne Christus et Petrus fundamentum? Dicendum quod Christus secundum se, sed Petrus inquantum habet confessionem Christi, inquantum vicarius eius. Ad Ephes. 2,20: superaedificati super fundamentum apostolorum et prophetarum ipso summo angulari lapide Christo Iesu et cetera. Apoc. 21,4: fundamenta civitatis duodecim, et in ipsis duodecim nomina apostolorum et agni. Ideo Christus secundum se est fundamentum, sed apostoli non secundum se, sed per concessionem Christi, et auctoritatem datam a Christo; Ps. cap. 86,1: fundamenta eius in montibus sanctis. Sed specialiter Petri domus, quae est fundata super petram, non diruetur, ut supra 7,25. Sic ista impugnari potest, expugnari non potest. Et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Ier. 1,19: bellabunt adversum te, et non praevalebunt. Et qui sunt portae inferi? Haeretici: quia sicut per portam intratur in domum, sic per istos intratur in infernum. Item tyranni, daemones, peccata. Et quamvis aliae Ecclesiae vituperari possint per haereticos, Ecclesia tamen Romana non fuit ab haereticis depravata quia supra petram erat fundata. Unde in Constantinopoli fuerunt haeretici, et labor apostolorum amissus erat; sola Petri Ecclesia inviolata permansit. Unde Lc. 22,32: ego rogavi pro te, Petre, ut non deficiat fides tua. Et hoc non solum refertur ad Ecclesiam Petri, sed ad fidem Petri, et ad totam Occidentalem Ecclesiam. Unde credo quod occidentales maiorem reverentiam debent Petro, quam aliis apostolis. Et tibi dabo claves regni caelorum. Hic ponitur secundum donum quod Petro dedit Christus secundum humanitatem. Fundavit enim Ecclesiam in terris, et Petrum vicarium suum instituit, ut introduceret in caelum; ad Hebr. 10,19: habentes fiduciam in introitu sanctorum in sanguine Christi. Unde Christus vicarium suum Petrum instituit, ut introduceret in caelum, unde illud ministerium dedit, unde claves dedit. Clavis enim introducit: unde Petrus habet ministerium introducendi.

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