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26 giugno – venerdì Tempo Ordinario – 12a Settimana

26 giugno – venerdì Tempo Ordinario – 12a Settimana
11/10/2019 elena

26 giugno – venerdì
Tempo Ordinario – 12a Settimana

Prima lettura
(2 Re 25,1-12)

   Nell’anno nono del regno di Sedecìa, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d’assedio. La città rimase assediata fino all’undicesimo anno del re Sedecìa. Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c’era più pane per il popolo della terra, fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldèi erano intorno alla città, presero la via dell’Aràba. I soldati dei Caldèi inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia. Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. Tutto l’esercito dei Caldèi, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme. Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori.

Confronto fra la colpa e la pena

San Tommaso
(S. Th. I, q. 48, a. 6, corpo)

   La colpa riveste il carattere di male non solo più della pena sensibile, a cui si riduce la pena nel concetto dei più, pena che consiste nella privazione dei beni del corpo, ma anche prendendo la pena in generale, in quanto cioè anche la privazione della grazia o della gloria è una certa pena. E di ciò abbiamo due prove. La prima si ha dal fatto che una persona diventa cattiva per il male della colpa, non già per il male della pena; secondo quel detto di Dionigi: «Il male non è essere puniti, ma diventare degni di punizione». Ed è così perché, consistendo il bene in senso assoluto [simpliciter] nell’atto e non nella potenza, ed essendo l’attività, ovvero l’uso di qualsiasi cosa posseduta, la nostra attualità piena, il bene dell’uomo in senso pieno e assoluto va ricercato nella buona attività o nel giusto uso delle cose che egli possiede. Ora, noi facciamo uso di tutte le cose per mezzo della volontà. Quindi si dice che un uomo è buono o cattivo per la buona o cattiva volontà, con cui si serve delle cose che egli possiede. Infatti chi ha una cattiva volontà può fare cattivo uso anche del bene posseduto: come il grammatico che volontariamente facesse delle sgrammaticature. Poiché dunque la colpa consiste in un atto disordinato della volontà, la pena invece nella privazione di qualcuna di quelle cose che sono sottoposte alla volontà, la colpa riveste la natura di male più della pena. La seconda prova può essere desunta dal fatto che Dio è autore del male della punizione, ma non del male della colpa. E il motivo è che il male della pena elimina un bene della creatura, sia che si consideri bene della creatura qualcosa di creato, p. es. la vista che viene tolta dalla cecità, sia che si tratti di un bene increato: come quando, p. es., con la privazione della visione di Dio viene sottratto alla creatura un bene increato. Invece il male della colpa si oppone direttamente al bene increato in se stesso, e non solo in quanto partecipato dalle creature; inoltre va contro l’adempimento della divina volontà, e contro l’amore divino, con cui il bene increato è amato per se stesso. Quindi è evidente che la colpa riveste carattere di male più della pena.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 48, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod culpa habet plus de ratione mali quam poena, et non solum quam poena sensibilis, quae consistit in privatione corporalium bonorum, cuiusmodi poenas plures intelligunt; sed etiam universaliter accipiendo poenam, secundum quod privatio gratiae vel gloriae poenae quaedam sunt. Cuius est duplex ratio. Prima quidem est, quia ex malo culpae fit aliquis malus, non autem ex malo poenae; secundum illud Dionysii, 4 cap. De div. nom., puniri non est malum, sed fieri poena dignum. Et hoc ideo est quia, cum bonum simpliciter consistat in actu, et non in potentia, ultimus autem actus est operatio, vel usus quarumcumque rerum habitarum; bonum hominis simpliciter consideratur in bona operatione, vel bono usu rerum habitarum. Utimur autem rebus omnibus per voluntatem. Unde ex bona voluntate, qua homo bene utitur rebus habitis, dicitur homo bonus; et ex mala, malus. Potest enim qui habet malam voluntatem, etiam bono quod habet, male uti; sicut si grammaticus voluntarie incongrue loquatur. Quia ergo culpa consistit in deordinato actu voluntatis, poena vero in privatione alicuius eorum quibus utitur voluntas; perfectius habet rationem mali culpa quam poena. Secunda ratio sumi potest ex hoc, quod Deus est auctor mali poenae, non autem mali culpae. Cuius ratio est, quia malum poenae privat bonum creaturae, sive accipiatur bonum creaturae aliquid creatum, sicut caecitas privat visum; sive sit bonum increatum, sicut per carentiam visionis divinae tollitur creaturae bonum increatum. Malum vero culpae opponitur proprie ipsi bono increato, contrariatur enim impletioni divinae voluntatis, et divino amori quo bonum divinum in seipso amatur; et non solum secundum quod participatur a creatura. Sic igitur patet quod culpa habet plus de ratione mali quam poena.

Vangelo (Mt 8,1-4)

   Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Il culto è sempre gradito a Dio

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 103, a. 2, soluzione 2)

   2. I sacerdoti piacevano a Dio con le cerimonie per l’obbedienza e per la devozione, nonché per la fede in ciò che esse prefiguravano; non invece per le cose stesse in sé considerate.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 103, a. 2, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod sacerdotes placebant Deo in caeremoniis propter obedientiam et devotionem et fidem rei praefiguratae, non autem propter ipsas res secundum se consideratas.

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