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25 giugno – giovedì Tempo Ordinario – 12a Settimana

25 giugno – giovedì Tempo Ordinario – 12a Settimana
11/10/2019 elena

25 giugno – giovedì
Tempo Ordinario – 12a Settimana

Prima lettura
(2 Re 24,8-17)

   Ioiachin aveva diciotto anni, quando divenne re; regnò tre mesi in Gerusalemme. Sua madre, di Gerusalemme, si chiamava Necusta, figlia di Elnatan. Fece ciò che è male agli occhi del Signore, secondo quanto aveva fatto suo padre. In quel tempo gli ufficiali di Nabucodònosor re di Babilònia marciarono contro Gerusalemme; la città subì l’assedio. Nabucodonosor re di Babilònia giunse presso la città, mentre i suoi ufficiali l’assediavano. Ioiachin re di Giuda si presentò con sua madre, i suoi ministri, i suoi capi e i suoi eunùchi, al re di Babilònia; questi, nell’anno ottavo del suo regno, lo fece prigioniero. Il re di Babilònia portò via di là tutti i tesori del tempio e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro, che Salomone re di Israele aveva posti nel tempio. Così si adempì la parola del Signore. Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i capi, tutti i prodi, in numero di diecimila, tutti i falegnami e i fabbri; rimase solo la gente povera del paese. Deportò in Babilònia Ioiachin, la madre del re, le mogli del re, i suoi eunùchi e le guide del paese, conducendoli in esilio da Gerusalemme in Babilònia. Tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti i guerrieri più prodi furono condotti in esilio a Babilònia dal re di Babilònia. Il re di Babilònia nominò re, al posto di Ioiachin, Mattanìa suo zio, cambiandogli il nome in Sedecìa.

La colpa e la pena

San Tommaso
(S. Th. I, q. 48, a. 5, corpo)

   Il male, come abbiamo detto sopra, è privazione di bene, il quale ultimo consiste principalmente ed essenzialmente nella perfezione e nell’atto. L’atto poi è di due specie: atto primo e atto secondo. L’atto primo è la forma stessa e l’integrità di una cosa, mentre l’atto secondo ne è l’operazione. Quindi il male può verificarsi in due modi. Primo, per una sottrazione della forma o di qualche parte richiesta all’integrità della cosa: e così è un male la cecità, oppure la privazione di un membro. Secondo, per una carenza della debita operazione: o perché questa non si ha affatto, oppure perché manca del debito modo e del debito ordine. Ma poiché il bene in senso pieno e assoluto è oggetto della volontà, il male, che è privazione di bene, si trova in una maniera tutta particolare nelle creature razionali dotate di volontà. Il male quindi che si verifica per una sottrazione della forma o dell’integrità di una cosa riveste il carattere di pena; specialmente se supponiamo che tutto è sottoposto alla provvidenza e alla giustizia di Dio, come sopra abbiamo spiegato: rientra infatti nel concetto di pena il fatto di essere contraria alla volontà. Il male invece che consiste nella carenza della debita operazione, trattandosi di azioni volontarie, riveste il carattere di colpa. Infatti a uno imputiamo come colpa il non raggiungere la perfezione di un atto del quale secondo la volontà è arbitro. Così dunque ogni male, nelle cose che hanno attinenza con la volontà, o è una pena o una colpa.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 48, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod malum, sicut supra [a. 3] dictum est, est privatio boni, quod in perfectione et actu consistit principaliter et per se. Actus autem est duplex, primus, et secundus. Actus quidem primus est forma et integritas rei, actus autem secundus est operatio. Contingit ergo malum esse dupliciter. Uno modo, per subtractionem formae, aut alicuius partis, quae requiritur ad integritatem rei; sicut caecitas malum est, et carere membro. Alio modo, per subtractionem debitae operationis; vel quia omnino non est; vel quia debitum modum et ordinem non habet. Quia vero bonum simpliciter est obiectum voluntatis, malum, quod est privatio boni, secundum specialem rationem invenitur in creaturis rationalibus habentibus voluntatem. Malum igitur quod est per subtractionem formae vel integritatis rei, habet rationem poenae; et praecipue supposito quod omnia divinae providentiae et iustitiae subdantur, ut supra [q. 22 a. 2] ostensum est, de ratione enim poenae est, quod sit contraria voluntati. Malum autem quod consistit in subtractione debitae operationis in rebus voluntariis, habet rationem culpae. Hoc enim imputatur alicui in culpam, cum deficit a perfecta actione, cuius dominus est secundum voluntatem. Sic igitur omne malum in rebus voluntariis consideratum vel est poena vel culpa.

Vangelo (Mt 7,21-29)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
   Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

La fede si manifesta
con l’obbedienza

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 7, lez. 2, v. 21, nn. 664-665)

   v. 21. Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
   Ma sembra che ciò sia contrario all’Apostolo che afferma (1 Cor 12,3): «Nessuno può dire Signore Gesù se non nello Spirito Santo». Ora, chi ha lo Spirito Santo entra nel regno dei cieli.
   Risponde S. Agostino che dire può essere inteso in più modi: comunemente, strettamente e propriamente. E strettamente non è altro che manifestare l’affetto e la volontà: e così viene inteso dall’Apostolo nel testo: «Nessuno può dire Signore Gesù se non nello Spirito Santo». E questo non è altro che credere nel Signore, e obbedire. Così comunemente, cioè annunziare a parole in qualsiasi modo; come in Is 29,13: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me».
   Oppure così. Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, ecc. Raddoppia questa parola: Signore, Signore, per indicare che c’è una duplice confessione, cioè della voce e della lode, nessuna delle quali è sufficiente. Per questo si legge in Is 29,13: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me».
   Chi dunque entrerà? Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, … ma colui che fa la volontà del Padre mio, ecc. Gv 3,13: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo», ecc. Per cui nessuno può salire se non chi discende come Cristo, di cui si dice (Gv 6,38): «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato». Per cui bisogna fare la volontà di Dio. 1 Ts 4,3: «Questa è infatti la volontà di Dio: la vostra santificazione». Per cui Davide diceva (Sal 142,10): «Insegnami a compiere il tuo volere». E anche come il Signore ci ha insegnato a pregare: «Sia fatta la tua volontà».
   Bisogna però notare che dicendo regno allude alla ricompensa eterna, per cui dice: entrerà. Infatti quel regno consiste in beni spirituali, non in beni esteriori, e per questo dice: entrerà. Così Ct 1,4: «Mi ha introdotto nelle sue stanze». E parimenti dice dei cieli, poiché se anche qui uno ha ricchezze e onori, tutto questo è in vista di quello. Per cui la ricompensa sarà nelle realtà sublimi.

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 7, lect. 2, v. 21, nn. 664-665)

   Sed videtur hoc esse contrarium apostolo dicenti nemo potest dicere Dominus Iesus, nisi in Spiritu Sancto. Sed qui habet Spiritum Sanctum, intrat in regnum caelorum. Solvit Augustinus, quod dicere dicitur multipliciter: communiter, et stricte, et proprie. Et stricte non est aliud nisi manifestare affectum et voluntatem; et sic dicitur ab apostolo: nemo potest dicere Dominus Iesus, nisi in Spiritu Sancto et cetera. Et hoc nihil aliud est quam credere Dominum, et obedire. Item communiter, idest ore qualitercumque nuntiare; de quo habetur Is. 29,13: populus hic labiis me honorat; cor autem eorum longe est a me. Vel sic. Non omnis qui dicit mihi, Domine, Domine et cetera. Ingeminat verbum hoc, Domine, Domine, ad significandum, quod duplex est confessio, scilicet vocis et laudis, quarum neutra sufficit. Ideo Is. 29,13: populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me. Quis ergo intrabit? Non qui dicit Domine, Domine, sed qui fecerit voluntatem Patris mei et cetera. Io. 3,13: nemo ascendit in caelum, nisi qui descendit de caelo et cetera. Unde nemo potest ascendere, nisi descendat ut Christus, de quo dicitur Io. 6,38: descendi de caelo, non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem eius qui misit me. Unde oportet facere voluntatem Dei; 1 Thess. 4,3: haec est enim voluntas Dei sanctificatio vestra. Unde dicebat David Ps. 142,10: doce me facere voluntatem tuam. Et etiam sicut Dominus docuit orare, fiat voluntas tua. Sed notandum, quod per hoc quod dicit regnum, tangitur remuneratio aeterna; unde dicit intrabit. Illud enim regnum in bonis spiritualibus est, non in bonis exterioribus; ideo dicit intrabit. Ideo Cant. 1,4: introduxit me rex in cellaria sua. Item dicit caelorum, quia licet aliquis hic divitias habeat, vel honores, hoc totum est propter illud. Unde in sublimibus erit remuneratio.

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