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23 giugno – martedì Tempo Ordinario – 12a Settimana

23 giugno – martedì Tempo Ordinario – 12a Settimana
11/10/2019 elena

23 giugno – martedì
Tempo Ordinario – 12a Settimana

Prima lettura
(2 Re 19,9b-11.14-21.31-35.36)

   In quei giorni, Sennàcherib, re d’Assiria, inviò di nuovo messaggeri a Ezechìa dicendo: «Così direte a Ezechìa, re di Giuda: “Non ti illuda il tuo Dio in cui confidi, dicendo: Gerusalemme non sarà consegnata in mano al re d’Assiria. Ecco, tu sai quanto hanno fatto i re d’Assiria a tutti i territori, votandoli allo sterminio. Soltanto tu ti salveresti?”». Ezechìa prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l’aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore: «Signore, Dio d’Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra. Porgi, Signore, il tuo orecchio e ascolta; apri, Signore, i tuoi occhi e guarda. Ascolta tutte le parole che Sennàcherib ha mandato a dire per insultare il Dio vivente. È vero, Signore, i re d’Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d’uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti. Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo, o Signore, sei Dio». Allora Isaìa, figlio di Amoz, mandò a dire a Ezechìa: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Ho udito quanto hai chiesto nella tua preghiera riguardo a Sennàcherib, re d’Assiria. Questa è la sentenza che il Signore ha pronunciato contro di lui: Ti disprezza, ti deride la vergine figlia di Sion. Dietro a te scuote il capo la figlia di Gerusalemme”. Poiché da Gerusalemme uscirà un resto, dal monte Sion un residuo. Lo zelo del Signore farà questo. Perciò così dice il Signore riguardo al re d’Assiria: “Non entrerà in questa città né vi lancerà una freccia, non l’affronterà con scudi e contro essa non costruirà terrapieno. Ritornerà per la strada per cui è venuto; non entrerà in questa città. Oracolo del Signore. Proteggerò questa città per salvarla, per amore di me e di Davide mio servo”». Ora in quella notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centoottantacinquemila uomini. Sennàcherib, re d’Assiria, levò le tende, partì e fece ritorno a Nìnive, dove rimase.

Tu hai fatto il cielo e la terra

San Tommaso
(S. Th. I, q. 45, a. 4, in contrario e corpo)

   È detto in Gen: In principio Dio creò il cielo e la terra. Ma il cielo e la terra sono realtà composte e sussistenti. Quindi ad esse propriamente conviene di essere create.
   Si è già detto che venire creato è un modo di divenire. Ora, ogni divenire tende a dare l’esistenza a una cosa. Quindi sia il divenire che l’essere creato appartengono propriamente a quelle cose a cui spetta di esistere. E ciò a rigore spetta agli enti sussistenti: siano essi semplici, come le sostanze separate, o composti, come le sostanze corporee. Infatti esistere, propriamente, conviene solo a ciò che ha l’esistenza: che è quanto dire a ciò che sussiste nel proprio essere. Invece le forme, gli accidenti e le altre cose del genere sono chiamati enti non nel senso che essi stessi abbiano l’essere, ma perché per mezzo di essi qualcosa viene a essere [in un modo o nell’altro]: come la bianchezza è detta ente perché per mezzo di essa una sostanza è bianca. Quindi, al dire di Aristotele, l’accidente a tutto rigore non dovrebbe essere chiamato ente ma [cosa] dell’ente. Quindi, come gli accidenti, le forme e le altre realtà che non sussistono sono piuttosto coesistenti che enti; così vanno detti piuttosto concreati che creati. Invece le realtà che propriamente vengono create sono quelle sussistenti.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 45, a. 4, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur Gen. 1, in principio creavit Deus caelum et terram. Caelum autem et terra sunt res compositae subsistentes. Ergo horum proprie est creatio.
   Respondeo dicendum quod creari est quoddam fieri, ut dictum est [a. 2 ad 2]. Fieri autem ordinatur ad esse rei. Unde illis proprie convenit fieri et creari, quibus convenit esse. Quod quidem convenit proprie subsistentibus, sive sint simplicia, sicut substantiae separatae; sive sint composita, sicut substantiae materiales. Illi enim proprie convenit esse, quod habet esse; et hoc est subsistens in suo esse. Formae autem et accidentia, et alia huiusmodi, non dicuntur entia quasi ipsa sint, sed quia eis aliquid est; ut albedo ea ratione dicitur ens, quia ea subiectum est album. Unde, secundum philosophum, accidens magis proprie dicitur entis quam ens. Sicut igitur accidentia et formae, et huiusmodi, quae non subsistunt, magis sunt coexistentia quam entia; ita magis debent dici concreata quam creata. Proprie vero creata sunt subsistentia.

Vangelo (Mt 7,6.12-14)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Tutto ciò che volete…

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Matteo,
c. 7, lez. 6, v. 12)

   CIPRIANO: Poiché il Verbo di Dio, il Signore Gesù Cristo, è venuto per tutti, ha fatto un grande compendio dei suoi precetti quando ha detto: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; per cui aggiunge: questa infatti è la Legge e i Profeti. CRISOSTOMO [Ps.]: Infatti tutto ciò che la Legge e i Profeti hanno comandato qua e là in tutte le Scritture è contenuto in modo sintetico in questo comando, come gli innumerevoli rami degli alberi in una sola radice. GREGORIO: Chi infatti pensa di fare a un altro ciò che aspetta che l’altro faccia a lui, pensa senza dubbio di rendere il bene per il male e le cose migliori per il bene. CRISOSTOMO: Per cui è chiaro che in base a noi stessi sappiamo tutti che cosa è conveniente, e non è possibile rifugiarsi nell’ignoranza. AGOSTINO: Sembra però che questo precetto riguardi l’amore del prossimo, non quello di Dio, mentre in un altro luogo dice che sono due i precetti dai quali dipendono la Legge e i Profeti. Poiché però qui non aggiunge: tutta la Legge, che lì aggiunge, ha lasciato posto all’altro precetto, che consiste nell’amore di Dio. AGOSTINO: Oppure diversamente: La Scrittura ricorda solo l’amore del prossimo quando dice: Tutto quanto volete, poiché chi ama il prossimo, di conseguenza ama in modo particolare anche lo stesso amore; ora, Dio è amore: quindi consegue che ami Dio in modo particolare.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Matthaeum, c. 7, lez. 6, v. 12)

   Cyprianus De orat. domin. Cum autem Dei Verbum Dominus Iesus Christus omnibus venerit, praeceptorum suorum fecit grande compendium, cum dixit quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite eis; unde subdit haec est lex et prophetae. Chrysostomus super Matth. Nam quaecumque lex et prophetae sparsim in omnibus praeceperunt Scripturis, in hoc compendioso continentur mandato, quasi innumerabiles arborum rami in una radice. Gregorius Mor. Qui enim cogitat ut ea alteri faciat quae ipse sibi ab altero fieri expectat, pensat nimirum ut malis bona et bonis meliora reddat. Chrysostomus in Matth. Unde manifestum est quoniam ex nobis quae deceant omnes scimus, et non est possibile ad ignorantiam refugere. Augustinus De serm. Dom. Videtur autem hoc praeceptum ad dilectionem proximi pertinere, non autem ad Dei; cum in alio loco duo esse praecepta dicat, in quibus lex pendet et prophetae. Cum autem hic non addit: tota lex, quod ibi addidit, servavit locum alteri praecepto, quod est de dilectione Dei. Augustinus De Trin. Vel aliter. Ideo Scriptura tantum dilectionem proximi commemorat, cum dicit omnia quaecumque vultis; quia qui proximum diligit, consequens est ut et ipsam praecipue dilectionem diligat; Deus autem dilectio est; consequens est ergo ut praecipue diligat Deum.

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