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22 giugno – lunedì Tempo Ordinario – 12a Settimana

22 giugno – lunedì Tempo Ordinario – 12a Settimana
11/10/2019 elena

22 giugno – lunedì
Tempo Ordinario – 12a Settimana

Prima lettura
(2 Re 17,5-8.13-15.18)

   In quei giorni, Salmanàssar, re d’Assiria, invase tutta la terra, salì a Samarìa e l’assediò per tre anni. Nell’anno nono di Osèa il re d’Assiria occupò Samarìa, deportò gli Israeliti in Assiria, e li stabilì a Calach e presso il Cabor, fiume di Gozan, e nelle città della Media. Ciò avvenne perché gli Israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio, che li aveva fatti uscire dalla terra d’Egitto, dalle mani del faraone, re d’Egitto. Essi venerarono altri dèi, seguirono le leggi delle nazioni che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti, e quelle introdotte dai re d’Israele. Eppure il Signore, per mezzo di tutti i suoi profeti e dei veggenti, aveva ordinato a Israele e a Giuda: «Convertitevi dalle vostre vie malvagie e osservate i miei comandi e i miei decreti secondo tutta la legge che io ho prescritto ai vostri padri e che ho trasmesso a voi per mezzo dei miei servi, i profeti». Ma essi non ascoltarono, anzi resero dura la loro cervìce, come quella dei loro padri, i quali non avevano creduto al Signore, loro Dio. Rigettarono le sue leggi e la sua alleanza, che aveva concluso con i loro padri, e le istruzioni che aveva dato loro. Il Signore si adirò molto contro Israele e lo allontanò dal suo volto e non rimase che la sola tribù di Giuda.

Veneràrono altri dèi

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 2, corpo)

   Ci furono in proposito due errori. Alcuni infatti [i Platonici] pensarono che offrire sacrifici e altri atti di latria non solo al Dio supremo, ma anche alle creature ricordate sopra, fosse una cosa doverosa e intrinsecamente buona, giacché ritenevano che si dovessero prestare onori divini a qualsiasi creatura superiore, come più vicina a Dio. – Ma tale opinione è irragionevole. Sebbene infatti si debbano onorare tutti i superiori, tuttavia non a tutti è dovuto il medesimo onore, e un onore speciale è dovuto al sommo Dio, il quale in modo singolarissimo eccelle su tutti gli esseri: e questo è il culto di latria. – E neppure si può dire, come pensavano alcuni, che «questi sacrifici visibili si addicono alle altre divinità, mentre al vero Dio supremo, per la sua eccellenza, sono dovuti sacrifici più eccellenti, quelli cioè della sola anima»: poiché, come nota S. Agostino, «i sacrifici esterni sono segni delle disposizioni interiori, come le parole articolate sono segni delle cose. Perciò, come quando preghiamo o innalziamo lodi noi indirizziamo le parole a colui al quale offriamo interiormente le cose stesse che esse significano, così quando offriamo un sacrificio visibile non possiamo pensare di offrirlo se non a colui al quale dobbiamo offrire noi stessi come sacrificio invisibile». – Altri invece pensavano che agli idoli si dovesse prestare un culto esterno di latria non perché intrinsecamente buono e giustificabile, ma perché consono alle usanze del popolo. E in proposito S. Agostino cita le parole di Seneca: «Noi adoreremo in modo da ricordare che questo culto ha più valore di usanza che di sostanza». Ma nel De vera religione S. Agostino fa osservare che «la religione non va ricercata presso i filosofi, i quali accettavano gli stessi riti sacri del popolo, mentre nelle loro scuole facevano risuonare sentenze varie e contrastanti sulla natura dei loro dèi e del sommo bene». E questo errore fu seguito anche da alcuni eretici, i quali affermavano non essere condannabile uno che, imprigionato in tempo di persecuzione, venerasse esternamente gli idoli, purché conservasse la fede nell’anima. – Ma tutto ciò è manifestamente falso. Essendo infatti il culto esterno il segno del culto interno, come è una menzogna riprovevole affermare il contrario di quanto si crede interiormente mediante la vera fede, così è una riprovevole falsità prestare un culto esterno a un qualche essere contro ciò che si pensa interiormente. Perciò a condanna di Seneca S. Agostino scrive che «egli agiva in un modo tanto più riprovevole», prestando culto agli idoli, «in quanto ne accettava le pratiche bugiarde in modo da far pensare che lo facesse per convinzione come il popolo».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod circa hoc aliqui dupliciter erraverunt. Quidam enim putaverunt quod offerre sacrificium et alia ad latriam pertinentia non solum summo Deo, sed etiam aliis supra [a. 1] dictis, est debitum et per se bonum, eo quod superiori cuilibet naturae divinam reverentiam exhibendam putant, quasi Deo propinquiori. – Sed hoc irrationabiliter dicitur. Nam etsi omnes superiores revereri debeamus, non tamen eadem reverentia omnibus debetur, sed aliquid speciale debetur summo Deo, qui singulari ratione omnes excellit, et hic est latriae cultus. – Nec potest dici, sicut quidam putaverunt, haec visibilia sacrificia diis aliis congruere, illi vero summo Deo, tanquam meliori, meliora, scilicet purae mentis officia, quia, ut Augustinus dicit, in 10 De civ. Dei, exteriora sacrificia ita sunt signa interiorum sicut verba sonantia signa sunt rerum. Quocirca, sicut orantes atque laudantes ad eum dirigimus significantes voces cui res ipsas in corde quas significamus offerimus, ita, sacrificantes, non alteri visibile sacrificium offerendum esse noverimus quam ei cuius in cordibus nostris invisibile sacrificium nos ipsi esse debemus. – Alii vero aestimaverunt latriae cultum exteriorem non esse idolis exhibendum tanquam per se bonum aut opportunum, sed tanquam vulgari consuetudini consonum, ut Augustinus, in 6 De civ. Dei, introducit Senecam dicentem, sic, inquit, adorabimus ut meminerimus huiusmodi cultum magis ad morem quam ad rem pertinere. Et in libro De vera relig. Augustinus dicit non esse religionem a philosophis quaerendam, qui eadem sacra recipiebant cum populis, et de suorum deorum natura ac summo bono diversas contrariasque sententias in scholis personabant. Et hunc etiam errorem secuti sunt quidam haeretici asserentes non esse perniciosum si quis, persecutionis tempore deprehensus, exterius idola colat, dum tamen fidem servat in mente. – Sed hoc apparet manifeste falsum. Nam cum exterior cultus sit signum interioris cultus, sicut est perniciosum mendacium si quis verbis asserat contrarium eius quod per veram fidem tenet in corde, ita etiam est perniciosa falsitas si quis exteriorem cultum exhibeat alicui contra id quod sentit in mente. Unde Augustinus dicit contra Senecam, in 6 De civ. Dei, quod eo damnabilius colebat idola, quo illa quae mendaciter agebat sic ageret ut cum populo veraciter agere existimaretur.

Vangelo (Mt 7,1-5)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Non giudicate

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 60, a. 2, soluzione 1)

   1. Secondo S. Agostino, in quel passo il Signore proibisce il giudizio temerario, che vuole giudicare le intenzioni e altre cose occulte. Oppure, stando a S. Ilario, il Signore intendeva proibire il giudizio sulle cose divine, che noi non dobbiamo giudicare, essendo esse al di sopra di noi, ma semplicemente credere. Oppure egli intendeva proibire il giudizio fatto senza benevolenza, e con animosità, secondo la spiegazione del Crisostomo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 60, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod Dominus ibi prohibet iudicium temerarium, quod est de intentione cordis vel de aliis incertis, ut Augustinus dicit, in libro De serm. Dom. Vel prohibet ibi iudicium de rebus divinis, de quibus, cum sint supra nos, non debemus iudicare, sed simpliciter ea credere, ut Hilarius dicit, super Matth. Vel prohibet iudicium quod non sit ex benevolentia, sed ex animi amaritudine, ut Chrysostomus dicit.

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