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21 giugno 12a Domenica del Tempo Ordinario

21 giugno 12a Domenica del Tempo Ordinario
11/10/2019 elena

21 giugno
12a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Ger 20,10-13)

   Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo». Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta». Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Solo Dio scruta i cuori

San Tommaso
(S. Th. I, q. 57, a. 4,
in contrario e corpo)

   Ciò che è proprio di Dio non può convenire agli angeli. Ma è proprio di Dio conoscere i segreti dei cuori, come dice Ger: Perverso è il cuore dell’uomo e imperscrutabile, chi lo può conoscere? Io, il Signore, che scruto i cuori. Quindi gli angeli non conoscono i segreti dei cuori.
   Il pensiero del cuore può essere conosciuto in due modi. Primo, nei suoi effetti. E in tal modo può essere conosciuto non solo dall’angelo, ma anche dall’uomo: e con una penetrazione tanto più acuta quanto più tali effetti sono occulti. Talora, infatti, si conosce il pensiero non solo da un atto esteriore, ma anche da un semplice cambiamento del volto; i medici, poi, possono conoscere dal polso certe affezioni dell’animo. E molto più gli angeli, nonché i demoni, avendo essi una percezione più acuta delle occulte perturbazioni dei corpi. Per questo S. Agostino fa osservare che [i demoni] «talora con tutta facilità percepiscono le disposizioni degli uomini, non solo quelle espresse con le parole, ma anche quelle che, essendo concepite solo col pensiero, l’animo esprime nel corpo con qualche segno». Tuttavia nelle Ritrattazioni aggiunge che non si può affermare in che modo ciò avvenga. Secondo, si possono conoscere i pensieri, in quanto si trovano nell’intelletto, e gli affetti in quanto si trovano nella volontà. E in questa maniera solo Dio può conoscere i pensieri del cuore e gli affetti della volontà. E ciò perché la volontà razionale è soggetta soltanto a Dio, ed egli solo può operare in essa, essendone l’oggetto principale quale ultimo fine, come si vedrà meglio in seguito. Quindi tutto quanto si trova nella volontà, o che dipende esclusivamente da questa, è noto soltanto a Dio. Ora, è evidente che pensare in maniera attuale a una data cosa dipende dalla sola volontà: poiché, quando uno ha l’abito della scienza o possiede delle specie intelligibili, se ne serve quando vuole. Quindi S. Paolo dice in 1 Cor: Chi conosce i segreti dell’uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui?

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 57, a. 4, sed contra e corpus)

   Sed contra, quod est proprium Dei, non convenit Angelis. Sed cognoscere cogitationes cordium est proprium Dei, secundum illud Ierem. 17 [9-10], pravum est cor hominis et inscrutabile, quis cognoscet illud? Ego, Dominus, scrutans corda. Ergo Angeli non cognoscunt secreta cordium.
   Respondeo dicendum quod cogitatio cordis dupliciter potest cognosci. Uno modo, in suo effectu. Et sic non solum ab Angelo, sed etiam ab homine cognosci potest; et tanto subtilius, quanto effectus huiusmodi fuerit magis occultus. Cognoscitur enim cogitatio interdum non solum per actum exteriorem, sed etiam per immutationem vultus, et etiam medici aliquas affectiones animi per pulsum cognoscere possunt. Et multo magis Angeli, vel etiam daemones, quanto subtilius huiusmodi immutationes occultas corporales perpendunt. Unde Augustinus dicit, in libro De divinatione daemonum, quod aliquando hominum dispositiones, non solum voce prolatas, verum etiam cogitatione conceptas, cum signa quaedam in corpore exprimuntur ex animo, tota facilitate perdiscunt, quamvis in libro Retract. hoc dicat non esse asserendum quomodo fiat. Alio modo possunt cognosci cogitationes, prout sunt in intellectu; et affectiones, prout sunt in voluntate. Et sic solus Deus cogitationes cordium et affectiones voluntatum cognoscere potest. Cuius ratio est, quia voluntas rationalis creaturae soli Deo subiacet; et ipse solus in eam operari potest, qui est principale eius obiectum, ut ultimus finis; et hoc magis infra [q. 105 a. 4; q. 106 a. 2; I-II q. 9 a. 6] patebit. Et ideo ea quae in voluntate sunt, vel quae ex voluntate sola dependent, soli Deo sunt nota. Manifestum est autem quod ex sola voluntate dependet quod aliquis actu aliqua consideret, quia cum aliquis habet habitum scientiae, vel species intelligibiles in eo existentes, utitur eis cum vult. Et ideo dicit apostolus, 1 Cor. 2 [11], quod quae sunt hominis, nemo novit nisi spiritus hominis, qui in ipso est.

Seconda lettura
(Rm 5,12-15)

   Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

La morte conseguenza del peccato

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 85, a. 5,
in contrario e corpo)

   Paolo in Rm dice: A causa di un solo uomo il peccato è entrato in questo mondo, e con il peccato la morte.
   Una cosa può essere causa di un’altra in due maniere: direttamente [per se] e indirettamente [per accidens]. È causa diretta ciò che produce un effetto in virtù della propria natura o forma: e da ciò segue che l’effetto è direttamente inteso dalla causa. Ora, siccome la morte e le altre miserie sono estranee all’intenzione di chi pecca, è chiaro che questi mali non hanno come causa diretta il peccato. – Perché invece qualcosa sia causa indiretta di un fatto basta che intervenga a rimuoverne un ostacolo: Aristotele, p. es., osserva che «chi abbatte una colonna, indirettamente muove la pietra sovrapposta». E in questo senso il peccato di Adamo è causa della morte e di tutte le altre miserie della natura umana: poiché tale peccato ha distrutto la giustizia originale, da cui dipendeva non solo la subordinazione all’anima di tutte le potenze inferiori, ma la stessa disposizione del corpo alle dipendenze dell’anima, senza difetto alcuno, come si è spiegato nella Prima Parte. Sottratta quindi la giustizia originale a motivo del peccato del nostro progenitore, la natura umana, come fu ferita nell’anima per il disordine delle sue facoltà, così divenne corruttibile per il disordine del corpo. – Ora, la sottrazione della giustizia originale ha l’aspetto di pena, come anche la sottrazione della grazia. Perciò anche la morte, e tutte le miserie corporali che la accompagnano, sono come delle pene del peccato originale. E sebbene tali difetti non fossero voluti da chi compiva il peccato, tuttavia sono ordinati da Dio come dei castighi della sua giustizia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 85, a. 5,

sed contra e corpus)

   Sed contra est quod apostolus dicit, Rom. 5 [12], per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum mors.
   Respondeo dicendum quod aliquid est causa alterius dupliciter, uno quidem modo, per se; alio modo, per accidens. Per se quidem est causa alterius quod secundum virtutem suae naturae vel formae producit effectum, unde sequitur quod effectus sit per se intentus a causa. Unde cum mors et huiusmodi defectus sint praeter intentionem peccantis, manifestum est quod peccatum non est per se causa istorum defectuum. – Per accidens autem aliquid est causa alterius, si sit causa removendo prohibens, sicut dicitur in 8 Physic. quod divellens columnam, per accidens movet lapidem columnae superpositum. Et hoc modo peccatum primi parentis est causa mortis et omnium huiusmodi defectuum in natura humana, inquantum per peccatum primi parentis sublata est originalis iustitia, per quam non solum inferiores animae vires continebantur sub ratione absque omni deordinatione, sed totum corpus continebatur sub anima absque omni defectu, ut in primo [q. 97 a. 1] habitum est. Et ideo, subtracta hac originali iustitia per peccatum primi parentis, sicut vulnerata est humana natura quantum ad animam per deordinationem potentiarum, ut supra [a. 3; q. 82 a. 3] dictum est; ita etiam est corruptibilis effecta per deordinationem ipsius corporis. – Subtractio autem originalis iustitiae habet rationem poenae, sicut etiam subtractio gratiae. Unde etiam mors, et omnes defectus corporales consequentes, sunt quaedam poenae originalis peccati. Et quamvis huiusmodi defectus non sint intenti a peccante, sunt tamen ordinati secundum iustitiam Dei punientis.

Vangelo (Mt 10,26-33)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!  Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Fìdati, non avere paura

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 10, lez. 2, v. 28, nn. 867-868)

   867. Dice dunque, innanzitutto: Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo. E perché? Poiché il corpo ha in se stesso la capacità di morire, per cui non fa nulla che prima o poi non accadrà. Rm 7,10: «Se Cristo è in voi, il corpo è morto a causa del peccato». Parimenti, poiché l’uccisione del corpo è desiderabile in vista della gloria; da cui Rm 7,24: «Chi mi libererà da questo corpo di morte?». Ancora, poiché è breve e momentanea. 2 Cor 4,11: «Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte».
   Quindi non abbiate paura. Is 51,12: «Chi sei tu per temere uomini che muoiono, e un figlio dell’uomo che avrà la sorte dell’erba?».
   868. Ma non hanno potere di uccidere l’anima. Qui accenna al fatto che possono fare poco poiché non possono uccidere l’anima; per cui lo spirito vive sempre; Sir 15,17: «Davanti all’uomo stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà». Come infatti il corpo vive a causa dell’anima, così l’anima a causa di Dio: e così Dio è la vita dell’anima. Quindi non sono da temere, poiché possono fare poco.
   869. Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Se dite che si devono temere quelli che uccidono il corpo, dite piuttosto che si deve temere colui che ha il potere di far perire anche l’anima (…).
   870. E bisogna notare che qui esclude due errori. Alcuni infatti dicevano che, morto il corpo, perisce anche l’anima; ora, distrugge ciò quando dice: Colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Per cui è evidente che sopravvive al corpo.
   Parimenti alcuni sostenevano che non c’è risurrezione, come risulta da 1 Cor 15,12. Anche questo viene escluso perché se il corpo e l’anima vengono mandati nella Geènna, è chiaro che ci sarà la risurrezione; e ciò risulta da Ap 20,9: «Nella risurrezione saranno gettati nello stagno di fuoco e di zolfo».

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 10, lect. 2, v. 28, nn. 867-868)

   867. Primo ergo dicit nolite timere eos qui occidunt corpus. Et quare? Quia corpus in se necessitatem habet moriendi, unde non facit quod non sit aliquando futurum; Rom. c. 8,10: si in vobis est Christus, corpus quidem mortuum est propter peccatum. Item quia occisio corporis propter gloriam est optabilis; unde Rom. 7,24: quis me liberabit de corpore mortis huius? Item quia brevis est et momentanea; 2 ad Cor. 4,11: semper enim nos qui vivimus in mortem tradimur. Et ideo nolite timere. Is. 51,12: quis es tu ut timeas ab homine mortali, et a filio hominis, qui quasi foenum arescit? Animam autem non possunt occidere. Hic tangit quod parum possunt, quia animam non possunt occidere; unde spiritus semper vivit; Eccli. 15,18: ante hominem vita et mors, bonum et malum: quod placuerit, dabitur ei. Sicut enim corpus vivit per animam, ita anima per Deum: et ita Deus est vita animae. Non sunt ergo timendi, quia parum possunt.
   869. Nolite ergo eos timere; sed potius timete eum qui potest et animam et corpus perdere in Gehennam. Si dicitis quod illi sunt timendi qui corpus occidunt; potius ille timendus est qui potest etiam animam perdere.
   870. Et notandum quod hic excludit duos errores. Quidam enim dicebant, quod anima, mortuo corpore, perit; et hoc destruit, cum dicit qui potest animam mittere in Gehennam. Unde patet quod post corpus remanet. Item erat positio quorumdam quod non esset resurrectio, sicut habetur 1 ad Cor. 15,12. Et hoc excludit, quia si corpus et anima mittitur in Gehennam, constat quod erit resurrectio: et hoc habetur Apoc. 20,9: mittentur in resurrectione in stagnum ignis et sulphuris.

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