Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

20 giugno – sabato Memoria del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria Tempo Ordinario – 11a Settimana

20 giugno – sabato Memoria del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria Tempo Ordinario – 11a Settimana
11/10/2019 elena

20 giugno – sabato
Memoria del Cuore Immacolato
della Beata Vergine Maria

Tempo Ordinario – 11a Settimana

Prima lettura
(2 Cr 24,17-25)

   Dopo la morte di Ioiadà, i comandanti di Giuda andarono a prostrarsi davanti al re, che allora diede loro ascolto. Costoro trascurarono il tempio del Signore, Dio dei loro padri, per venerare i pali sacri e gli idoli. Per questa loro colpa l’ira di Dio fu su Giuda e su Gerusalemme. Il Signore mandò loro profeti perché li facessero ritornare a lui. Questi testimoniavano contro di loro, ma non furono ascoltati. Allora lo spirito di Dio investì Zaccarìa, figlio del sacerdote Ioiadà, che si alzò in mezzo al popolo e disse: «Dice Dio: “Perché trasgredite i comandi del Signore? Per questo non avete successo; poiché avete abbandonato il Signore, anch’egli vi abbandona”». Ma congiurarono contro di lui e per ordine del re lo lapidarono nel cortile del tempio del Signore. Il re Ioas non si ricordò del favore fattogli da Ioiadà, padre di Zaccarìa, ma ne uccise il figlio, che morendo disse: «Il Signore veda e ne chieda conto!». All’inizio dell’anno successivo salì contro Ioas l’esercito degli Aramei. Essi vennero in Giuda e a Gerusalemme, sterminarono fra il popolo tutti i comandanti e inviarono l’intero bottino al re di Damasco. L’esercito degli Aramei era venuto con pochi uomini, ma il Signore mise nelle loro mani un grande esercito, perché essi avevano abbandonato il Signore, Dio dei loro padri. Essi fecero giustizia di Ioas. Quando furono partiti, lasciandolo gravemente malato, i suoi ministri ordirono una congiura contro di lui, perché aveva versato il sangue del figlio del sacerdote Ioiadà, e lo uccisero nel suo letto. Così egli morì e lo seppellirono nella Città di Davide, ma non nei sepolcri dei re.

L’ira di Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 20, a. 1, soluzione 2)

   2. Nelle passioni dell’appetito sensitivo bisogna distinguere ciò che rappresenta come l’elemento materiale, cioè l’alterazione corporale, e ciò che costituisce l’elemento formale, cioè il moto specifico dell’appetito sensitivo. Per es. nell’ira, secondo Aristotele, l’elemento materiale è l’accensione del sangue nella regione del cuore, o qualcosa di questo genere; l’elemento formale, invece, è la brama di vendicarsi. Di più, anche nell’elemento formale di alcune passioni è inclusa una certa imperfezione: per es. nel desiderio, che riguarda un bene non posseduto, e nella tristezza, che riguarda un male subito. E lo stesso si dica dell’ira, che presuppone la tristezza. Altre passioni invece non implicano alcuna imperfezione, per es. l’amore e la gioia. Escluso quindi, come si è spiegato, che possa convenire a Dio quanto c’è di materiale nelle passioni, quelle che anche formalmente prese implicano imperfezione possono essere attribuite a Dio solo in senso metaforico: [senso metaforico fondato] sulla somiglianza di effetti, come si è detto nelle precedenti questioni. Quelle invece che non implicano imperfezione possono essere affermate di Dio in senso proprio, per es. l’amore e la gioia: esclusa però la passione, come si è spiegato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 20, a. 1, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod in passionibus sensitivi appetitus, est considerare aliquid quasi materiale, scilicet corporalem transmutationem; et aliquid quasi formale, quod est ex parte appetitus. Sicut in ira, ut dicitur in 1 De an., materiale est accensio sanguinis circa cor, vel aliquid huiusmodi; formale vero, appetitus vindictae. Sed rursus, ex parte eius quod est formale, in quibusdam horum designatur aliqua imperfectio; sicut in desiderio, quod est boni non habiti; et in tristitia, quae est mali habiti. Et eadem ratio est de ira, quae tristitiam supponit. Quaedam vero nullam imperfectionem designant, ut amor et gaudium. Cum igitur nihil horum Deo conveniat secundum illud quod est materiale in eis, ut dictum est [ad 1]; illa quae imperfectionem important etiam formaliter, Deo convenire non possunt nisi metaphorice, propter similitudinem effectus, ut supra [q. 3 a. 2 ad 2 ; q. 19 a. 11] dictum est. Quae autem imperfectionem non important, de Deo proprie dicuntur, ut amor et gaudium, tamen sine passione, ut dictum est [ad 1].

Vangelo (Mt 6,24-34)

   In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

Non preoccupatevi del domani

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 55, a. 7, corpo)

   Nessuna azione può essere virtuosa se non è rivestita delle debite circostanze, tra le quali c’è il tempo debito, come è detto in Qo 8 [6]: Per ogni cosa vi è tempo e opportunità. E ciò vale non solo per gli atti esterni, ma anche per la sollecitudine interna. A ciascun tempo infatti appartiene la propria sollecitudine o preoccupazione: come all’estate si addice la preoccupazione del mietere e all’autunno quella della vendemmia. Se quindi in estate uno fosse già preoccupato della vendemmia, anticiperebbe senza motivo la preoccupazione per il futuro. E così il Signore proibisce questa preoccupazione come eccessiva, dicendo: Non siate solleciti per il domani. E aggiunge: Poiché il domani sarà sollecito di se stesso, cioè avrà la propria sollecitudine, che basterà per affliggere l’animo. Da cui la conclusione: A ciascun giorno basta la sua pena, cioè la pena della preoccupazione.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 55, a. 7, corpus)

   Respondeo dicendum quod nullum opus potest esse virtuosum nisi debitis circumstantiis vestiatur; inter quas una est debitum tempus, secundum illud Eccle. 8 [6], omni negotio tempus est et opportunitas. Quod non solum in exterioribus operibus, sed etiam in interiori sollicitudine locum habet. Unicuique enim tempori competit propria sollicitudo, sicut tempori aestatis competit sollicitudo metendi, tempori autumni sollicitudo vindemiae. Si quis ergo tempore aestatis de vindemia iam esset sollicitus, superflue praeoccuparet futuri temporis sollicitudinem. Unde huiusmodi sollicitudinem tanquam superfluam Dominus prohibet, dicens [Matth. 6,34], nolite solliciti esse in crastinum. Unde subdit [Matth. 6,34], crastinus enim dies sollicitus erit sibi ipsi, idest, suam propriam sollicitudinem habebit, quae sufficiet ad animum affligendum. Et hoc est quod subdit [Matth. 6,34], sufficit diei malitia sua, idest afflictio sollicitudinis.

CondividiShare on FacebookShare on Google+