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17 giugno – mercoledì Tempo Ordinario – 11a Settimana

17 giugno – mercoledì Tempo Ordinario – 11a Settimana
11/10/2019 elena

17 giugno – mercoledì
Tempo Ordinario – 11a Settimana

Prima lettura
(2 Re 2,1.6-14)

   In quei giorni, quando il Signore stava per far salire al cielo in un turbine Elìa, questi partì da Gàlgala con Elisèo. [Giunti a Gerico,] Elìa disse ad Elisèo: «Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano». Egli rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». E procedettero insieme. Cinquanta uomini, tra i figli dei profeti, li seguirono e si fermarono di fronte, a distanza; loro due si fermarono al Giordano. Elìa prese il suo mantello, l’arrotolò e percosse le acque, che si divisero di qua e di là; loro due passarono sull’asciutto. Appena furono passati, Elìa disse a Elisèo: «Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te». Elisèo rispose: «Due terzi del tuo spirito siano in me». Egli soggiunse: «Tu pretendi una cosa difficile! Sia per te così, se mi vedrai quando sarò portato via da te; altrimenti non avverrà». Mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elìa salì nel turbine verso il cielo. Elisèo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio, carro d’Israele e suoi destrieri!». E non lo vide più. Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi. Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elìa, e tornò indietro, fermandosi sulla riva del Giordano. Prese il mantello, che era caduto a Elìa, e percosse le acque, dicendo: «Dov’è il Signore, Dio di Elìa». Quando anch’egli ebbe percosso le acque, queste si divisero di qua e di là, ed Elisèo le attraversò.

Due terzi del tuo spirito

San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 1, soluzione 3)

   3. Nel termine Figlio è indicata soltanto la relazione di un soggetto derivante da un principio verso quel principio; in quello di Padre, invece, è indicata la relazione di principio, e così pure in quello di Spirito, in quanto include l’idea di impulso. Ora, nessuna creatura può essere principio di una persona divina, ma al contrario. Quindi si può dire Padre nostro e Spirito nostro, non però Figlio nostro.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 1, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod in nomine Filii intelligitur sola relatio eius qui est a principio, ad principium, sed in nomine Patris intelligitur relatio principii; et similiter in nomine Spiritus, prout importat quandam vim motivam. Nulli autem creaturae competit esse principium respectu alicuius divinae personae, sed e converso. Et ideo potest dici Pater noster, et Spiritus noster, non tamen potest dici Filius noster.

Vangelo (Mt 6,1-6.16-18)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Gravità del peccato di vanagloria

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 132, a. 3, corpo)

   Come si è già visto, una cosa è peccato mortale quando è incompatibile con la carità. Ora, il peccato di vanagloria, considerato in se stesso, non è incompatibile con la carità verso il prossimo. Invece in rapporto alla carità verso Dio può essere incompatibile in due modi. Primo, per l’oggetto di cui uno si gloria. P. es. quando uno si gloria di una menzogna che si oppone alla riverenza verso Dio, come è detto in Ez 28 [2]: Il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono un dio; e in 1 Cor 4 [7]: Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? Oppure anche quando uno preferisce a Dio il bene temporale di cui si gloria, contro l’ammonimento di Ger 9 [23]: Il saggio non si vanti la sua saggezza, non si vanti il forte della sua forza e non si vanti il ricco delle sue ricchezze. Ma chi vuole gloriarsi si vanti di questo, di avere senno e di conoscere me. Oppure ancora quando si preferisce la testimonianza degli uomini a quella di Dio, come accadde a coloro a cui accenna Gv 12 [43]: Essi amavano la gloria degli uomini più della gloria di Dio. Secondo, per le disposizioni [soggettive] di colui che si gloria, il quale tende alla vanagloria come al suo fine ultimo, perché subordina ad esso anche gli atti virtuosi, e per raggiungerlo non si astiene dal fare ciò che è contro Dio. E così la vanagloria è un peccato mortale. Per cui S. Agostino ha scritto, che «questo vizio», cioè la vanagloria, «quando nel cuore la lode umana è bramata più dell’amore e del timore di Dio, è così contrario al sentimento della fede da far dire al Signore: E come potete credere, voi che prendete la gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? (Gv 5,44)». – Quando invece l’amore della gloria umana, benché vano, non ripugna alla carità né per il suo oggetto, né per le disposizioni di chi cerca tale gloria, allora il peccato non è mortale ma veniale.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 132, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [q. 35 a. 3; I-II q. 72 a. 5] dictum est, ex hoc aliquod peccatum est mortale quod caritati contrariatur. Peccatum autem inanis gloriae, secundum se consideratum, non videtur contrariari caritati quantum ad dilectionem proximi. Quantum autem ad dilectionem Dei, potest contrariari caritati dupliciter. Uno modo, ratione materiae de qua quis gloriatur. Puta cum quis gloriatur de aliquo falso quod contrariatur divinae reverentiae, secundum illud Ez. 28 [2], elevatum est cor tuum, et dixisti, Deus ego sum; et 1 ad Cor. 4 [7], quid habes quod non accepisti? Si autem accepisti, quare gloriaris quasi non acceperis? Vel etiam cum quis bonum temporale de quo gloriatur, praefert Deo, quod prohibetur Ier. 9 [23-24], non glorietur sapiens in sapientia sua, nec fortis in fortitudine sua, nec dives in divitiis suis, sed in hoc glorietur qui gloriatur, scire et nosse me. Aut etiam cum quis praefert testimonium hominum testimonio Dei, sicut contra quosdam dicitur Ioan. 12 [43], qui dilexerunt magis gloriam hominum quam Dei. Alio modo, ex parte ipsius gloriantis, qui intentionem suam refert ad gloriam tanquam ad ultimum finem, ad quem scilicet ordinet etiam virtutis opera, et pro quo consequendo non praetermittat facere etiam ea quae sunt contra Deum. Et sic est peccatum mortale. Unde Augustinus dicit, in 5 De civ. Dei, quod hoc vitium, scilicet amor humanae laudis, tam inimicum est piae fidei, si maior in corde sit cupiditas gloriae quam Dei timor vel amor, ut Dominus diceret (Ioan. 5 [44]), quomodo potestis credere, gloriam ab invicem expectantes, et gloriam quae a solo Deo est non quaerentes? – Si autem amor humanae gloriae, quamvis sit inanis, non tamen repugnet caritati, neque quantum ad id de quo est gloria, neque quantum ad intentionem gloriam quaerentis, non est peccatum mortale, sed veniale.

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