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16 giugno – martedì Tempo Ordinario – 11a Settimana

16 giugno – martedì Tempo Ordinario – 11a Settimana
11/10/2019 elena

16 giugno – martedì
Tempo Ordinario – 11a Settimana

Prima lettura
(1 Re 21,17-29)

   [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

La punizione per i peccati altrui

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 87, a. 8, corpo e soluzione 1)

   Se parliamo di pene soddisfattorie volontariamente accettate può capitare che uno porti la pena di un altro in quanto forma quasi un’unità con lui, come si è detto. Se invece parliamo di pene inflitte per dei peccati in quanto sono punizioni, allora ciascuno viene punito per i propri peccati: poiché l’atto del peccato è qualcosa di personale. Se però parliamo di pene medicinali, allora può capitare che uno sia punito per i peccati altrui. Infatti si è detto che la perdita dei beni materiali, e degli stessi beni del corpo, può essere una pena medicinale, ordinata alla salvezza dell’anima. Perciò nulla impedisce che uno sia colpito con tali pene, da Dio o dagli uomini, per i peccati di altri: ad es. un figlio per i peccati del padre, e un suddito per quelli del suo signore, in quanto costoro sono qualcosa di essi. Se tuttavia il figlio o il suddito è partecipe della colpa, allora tali penalità sono punizioni sotto due aspetti: cioè tanto riguardo a chi è punito, quanto riguardo a colui per il quale è punito. Se invece non è partecipe della colpa, allora sono punizioni soltanto per riguardo a colui per il quale è punito, mentre per chi è punito si tratta solo di medicine, purché egli non abbia indirettamente acconsentito al peccato altrui: infatti queste penalità sono ordinate al bene dell’anima, se sopportate pazientemente. – Le pene spirituali invece non possono essere semplici medicine: poiché il bene dell’anima non può essere ordinato a un bene superiore. Perciò nei beni dell’anima nessuno soffre menomazioni senza una colpa personale. Quindi uno non soffre queste menomazioni a motivo di altri, come dice S. Agostino, poiché rispetto all’anima il figlio non è qualcosa del padre. Per cui il Signore diceva in Ez: Tutte le anime sono mie.
   1. I due testi [Es 20,5; Mt 23,35] sembrano riferirsi alle pene temporali o corporali, in quanto i figli sono qualcosa dei loro genitori, e i continuatori degli antenati. Oppure, se si riferiscono alle pene spirituali, sottintendono l’imitazione delle colpe: perciò in Es si parla di coloro che mi odiano; e in Mt si dice: Voi colmate la misura dei vostri padri. – La Scrittura poi afferma che i peccati dei genitori sono puniti nei figli perché questi, educati nei peccati dei genitori, sono più portati alla colpa: sia per la familiarità, sia per l’esempio autorevole degli avi. E sono degni di una maggiore punizione se, vedendo la pena dei genitori, non si sono corretti. – E aggiunge fino alla terza e alla quarta generazione perché per gli uomini è possibile avere una vita così lunga da vedere la terza e la quarta generazione: e così i figli possono vedere i peccati dei padri per imitarli, e vicendevolmente i padri possono vedere le pene dei figli per dolersene.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 87, a. 8, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, si loquamur de poena satisfactoria, quae voluntarie assumitur, contingit quod unus portet poenam alterius inquantum sunt quodammodo unum, sicut iam [a. 7] dictum est. Si autem loquamur de poena pro peccato inflicta, inquantum habet rationem poenae, sic solum unusquisque pro peccato suo punitur, quia actus peccati aliquid personale est. Si autem loquamur de poena quae habet rationem medicinae, sic contingit quod unus punitur pro peccato alterius. Dictum est enim [a. 7] quod detrimenta corporalium rerum, vel etiam ipsius corporis, sunt quaedam poenales medicinae ordinatae ad salutem animae. Unde nihil prohibet talibus poenis aliquem puniri pro peccato alterius, vel a Deo vel ab homine, utpote filios pro patribus, et subditos pro dominis, inquantum sunt quaedam res eorum. Ita tamen quod, si filius vel subditus est particeps culpae, huiusmodi poenalis defectus habet rationem poenae quantum ad utrumque, scilicet eum qui punitur, et eum pro quo punitur. Si vero non sit particeps culpae, habet rationem poenae quantum ad eum pro quo punitur, quantum vero ad eum qui punitur, rationem medicinae tantum, nisi per accidens, inquantum peccato alterius consentit; ordinatur enim ei ad bonum animae, si patienter sustineat. – Poenae vero spirituales non sunt medicinales tantum, quia bonum animae non ordinatur ad aliud melius bonum. Unde in bonis animae nullus patitur detrimentum sine culpa propria. Et propter hoc etiam talibus poenis, ut dicit Augustinus in epistola ad Avitum, unus non punitur pro alio, quia quantum ad animam, filius non est res patris. Unde et huius causam Dominus assignans, dicit, Ez. 18 [4], omnes animae meae sunt.
   Ad primum ergo dicendum quod utrumque dictum videtur esse referendum ad poenas temporales vel corporales, inquantum filii sunt res quaedam parentum, et successores praedecessorum. Vel si referatur ad poenas spirituales, hoc dicitur propter imitationem culpae, unde in Exodo additur, his qui oderunt me; et in Matthaeo dicitur [23,32], et vos implete mensuram patrum vestrorum. – Dicit autem puniri peccata patrum in filiis, quia filii, in peccatis parentum nutriti, proniores sunt ad peccandum, tum propter consuetudinem; tum etiam propter exemplum, patrum quasi auctoritatem sequentes. Sunt etiam maiori poena digni, si, poenas patrum videntes, correcti non sunt. – Ideo autem addidit, in tertiam et quartam generationem, quia tantum consueverunt homines vivere, ut tertiam et quartam generationem videant; et sic mutuo videre possunt et filii peccata patrum ad imitandum, et patres poenas filiorum ad dolendum.

Vangelo (Mt 5,43-48)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

L’amore dei nemici

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 25, a. 8,
in contrario, corpo e soluzioni)

   Il Signore in Mt 5 [44] dice: Amate i vostri nemici.
   L’amore dei nemici può essere inteso in tre modi. Primo, quale amore verso i nemici in quanto nemici. E questa è una cosa perversa e contraria alla carità, poiché equivale ad amare il male altrui. – Secondo, può essere inteso come amore dei nemici rispetto alla loro natura, ma in generale. E questo amore dei nemici è imposto dalla carità, per cui uno che ama Dio e il prossimo non deve escludere dall’amore universale del prossimo i propri nemici. – Terzo, l’amore dei nemici può essere inteso come un amore in particolare: in modo cioè che uno abbia uno speciale affetto di carità verso il nemico. E questo la carità non lo richiede necessariamente: poiché la carità non esige neppure che uno ami singolarmente di un amore speciale tutti gli uomini, dato che sarebbe una cosa impossibile. Tuttavia la carità lo esige come predisposizione dell’animo: che cioè uno abbia l’animo disposto ad amare singolarmente il suo nemico se la necessità lo richiedesse. – Che invece uno ami attualmente per amore di Dio i propri nemici fuori dei casi di necessità appartiene alla perfezione della carità. Siccome infatti la carità ci porta ad amare il prossimo per Dio, quanto più uno ama Dio, tanto più mostra di amare il prossimo, nonostante qualsiasi inimicizia. Come se uno amasse molto un amico, per il suo amore ne amerebbe anche i figli, per quanto gli siano nemici. E in questo senso intende parlare S. Agostino.
   2. Ogni essere odia per natura le cose contrarie in quanto contrarie. Ora, i nemici ci sono contrari in quanto nemici. Per cui dobbiamo odiare in essi questo fatto: poiché ci deve dispiacere che ci siano nemici. Però essi non ci sono contrari in quanto uomini capaci della beatitudine. E così sotto questo aspetto dobbiamo amarli.
   3. Amare i nemici in quanto nemici è cosa riprovevole. E la carità non porta a questo, come si è spiegato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 25, a. 8,

sed contra, corpus e ad objecta)

   Sed contra est quod Dominus dicit, Matth. 5 [44], diligite inimicos vestros.
   Respondeo dicendum quod dilectio inimicorum tripliciter potest considerari. Uno quidem modo, ut inimici diligantur inquantum sunt inimici. Et hoc est perversum et caritati repugnans, quia hoc est diligere malum alterius. – Alio modo potest accipi dilectio inimicorum quantum ad naturam, sed in universali. Et sic dilectio inimicorum est de necessitate caritatis, ut scilicet aliquis diligens Deum et proximum ab illa generalitate dilectionis proximi inimicos suos non excludat. – Tertio modo potest considerari dilectio inimicorum in speciali, ut scilicet aliquis in speciali moveatur motu dilectionis ad inimicum. Et istud non est de necessitate caritatis absolute, quia nec etiam moveri motu dilectionis in speciali ad quoslibet homines singulariter est de necessitate caritatis, quia hoc esset impossibile. Est tamen de necessitate caritatis secundum praeparationem animi, ut scilicet homo habeat animum paratum ad hoc quod in singulari inimicum diligeret si necessitas occurreret. – Sed quod absque articulo necessitatis homo etiam hoc actu impleat ut diligat inimicum propter Deum, hoc pertinet ad perfectionem caritatis. Cum enim ex caritate diligatur proximus propter Deum, quanto aliquis magis diligit Deum, tanto etiam magis ad proximum dilectionem ostendit, nulla inimicitia impediente. Sicut si aliquis multum diligeret aliquem hominem, amore ipsius filios eius amaret etiam sibi inimicos. Et secundum hunc modum loquitur Augustinus.
   Ad secundum dicendum quod unaquaeque res naturaliter odio habet id quod est sibi contrarium inquantum est sibi contrarium. Inimici autem sunt nobis contrarii inquantum sunt inimici. Unde hoc debemus in eis odio habere, debet enim nobis displicere quod nobis inimici sunt. Non autem sunt nobis contrarii inquantum homines sunt et beatitudinis capaces. Et secundum hoc debemus eos diligere.
   Ad tertium dicendum quod diligere inimicos inquantum sunt inimici, hoc est vituperabile. Et hoc non facit caritas, ut dictum est [in co.].

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