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13 giugno – sabato Memoria di Sant’Antonio di Padova Tempo Ordinario – 10a Settimana

13 giugno – sabato Memoria di Sant’Antonio di Padova Tempo Ordinario – 10a Settimana
11/10/2019 elena

13 giugno – sabato
Memoria di Sant’Antonio di Padova
Tempo Ordinario – 10a Settimana

Prima lettura
(1 Re 19,19-21)

   In quei giorni Elìa, disceso dalla montagna, incontrò Elisèo figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Và e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te». Allontanatosi da lui, Elisèo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio.

Il distacco per seguire il Signore

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 186, a. 3, corpo)

   Come si è già detto, lo stato religioso è un esercizio o tirocinio per giungere alla perfezione della carità. Ora, per questo è indispensabile che uno distolga totalmente il proprio affetto dalle cose del mondo. Dice infatti S. Agostino rivolgendosi a Dio: «Poco ti ama chi ama con te qualcosa che non ama per te». Per cui altrove egli dice che «il nutrimento della carità è la diminuzione della cupidigia; la sua perfezione l’assenza di ogni cupidigia». D’altra parte, se si possiedono i beni terreni, l’animo è attratto ad amarli. Scrive infatti S. Agostino che «i beni terreni posseduti sono più amati di quelli semplicemente desiderati. E in verità perché quel giovane si allontanò triste se non perché aveva grandi ricchezze? Poiché una cosa è il non voler incorporare ciò che non si ha, e un’altra il dover svellere ciò che è già incorporato: quello infatti è come un elemento estraneo che è ripudiato, questo è come un membro che si recide». E il Crisostomo afferma che «il possesso delle ricchezze accende una fiamma più grande, e la cupidigia si fa più violenta». Dal che segue che per acquistare la perfezione della carità è indispensabile come primo fondamento la povertà volontaria, per cui uno vive senza alcuna proprietà personale, secondo le parole del Signore: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi (Mt 19,21).

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 186, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [a. 2] dictum est, status religionis est quoddam exercitium et disciplina per quam pervenitur ad perfectionem caritatis. Ad quod quidem necessarium est quod aliquis affectum suum totaliter abstrahat a rebus mundanis, dicit enim Augustinus, in 10 Conf., ad Deum loquens, minus te amat qui tecum aliquid amat quod non propter te amat. Unde et in libro Octoginta trium Q., dicit Augustinus quod nutrimentum caritatis est imminutio cupiditatis, perfectio, nulla cupiditas. Ex hoc autem quod aliquis res mundanas possidet, allicitur animus eius ad earum amorem. Unde Augustinus dicit, in Epistola ad Paulinum et Therasiam, quod terrena diliguntur arctius adepta quam concupita. Nam unde iuvenis ille tristis discessit, nisi quia magnas habebat divitias? Aliud est enim nolle incorporare quae desunt, aliud iam incorporata divellere, illa enim velut extranea repudiantur; ista velut membra praeciduntur. Et Chrysostomus dicit, Super Matth., quod appositio divitiarum maiorem accendit flammam, et vehementior fit cupido. Et inde est quod ad perfectionem caritatis acquirendam, primum fundamentum est voluntaria paupertas, ut aliquis absque proprio vivat, dicente Domino, Matth. 19 [21], si vis perfectus esse, vade et vende omnia quae habes et da pauperibus, et veni, sequere me.

Vangelo (Mt 5,33-37)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”; “No, no”; il di più viene dal Maligno».

Non giurate affatto

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 89, a. 2, soluzione 1)

   1. S. Girolamo scrive nel suo commento: «Considera che il Salvatore non ha proibito di giurare per Iddio, ma per il cielo e la terra. Infatti è noto che i Giudei hanno la pessima abitudine di giurare per gli elementi». Ma questa soluzione non basta: poiché S. Giacomo aggiunge: né con qualsiasi altra forma di giuramento. – Perciò bisogna rispondere con S. Agostino, che «l’apostolo Paolo, giurando nelle sue lettere, mostrò come vanno interpretate le parole: Io vi dico di non giurare affatto, nel senso cioè di non arrivare coi giuramenti alla facilità di giurare, e passare poi dalla facilità all’abitudine e dall’abitudine allo spergiuro. Infatti non risulta che egli abbia giurato se non nello scrivere, dove la riflessione più ponderata non permette gli eccessi della lingua».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 89, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod Hieronymus, super Matth., dicit, considera quod Salvator non per Deum iurare prohibuerit, sed per caelum et terram. Hanc enim per elementa iurandi pessimam consuetudinem habere Iudaei noscuntur. Se ista responsio non sufficit, quia Iacobus addit, neque per aliud quodcumque iuramentum. – Et ideo dicendum est quod, sicut Augustinus dicit, in libro De mendacio, quod apostolus, in epistolis suis iurans, ostendit quomodo accipiendum esset quod dictum est [Matth. 5,34], dico vobis non iurare omnino, ne scilicet iurando ad facilitatem iurandi veniatur, ex facilitate iurandi ad consuetudinem, a consuetudine in periurium decidatur. Et ideo non invenitur iurasse nisi scribens, ubi consideratio cautior non habet linguam praecipitem.

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