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1 giugno – lunedì Memoria della Beata Maria Vergine Madre della Chiesa Tempo Ordinario – 9a Settimana

1 giugno – lunedì Memoria della Beata Maria Vergine Madre della Chiesa Tempo Ordinario – 9a Settimana
10/10/2019 elena

1 giugno – lunedì
Memoria della Beata Maria Vergine
Madre della Chiesa
Tempo Ordinario – 9a Settimana

Prima lettura
(2 Pt 1,2-7)

   Carissimi, grazia e pace siano concesse a voi in abbondanza mediante la conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro. La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina, sfuggendo alla corruzione, che è nel mondo a causa della concupiscenza. Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità.

La partecipazione alla vita divina
mediante la grazia

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 110, a. 3, corpo)

   Alcuni ritennero che la grazia si identifichi essenzialmente con la virtù, distinguendosi da essa solo concettualmente: essa cioè verrebbe detta grazia in quanto rende l’uomo gradito a Dio, oppure in quanto viene data gratuitamente, mentre sarebbe detta virtù in quanto dispone a ben operare. E sembra che questa fosse l’opinione del Maestro delle Sentenze. – Se però si considera bene la nozione di virtù, ci si accorge che così non può essere. Come dice infatti il Filosofo, «la virtù è la disposizione di ciò che è perfetto; e chiamo perfetto ciò che è disposto secondo natura»; per cui risulta chiaro che la virtù di una realtà qualsiasi è relativa a una natura preesistente: si parla cioè di virtù quando un essere è disposto in conformità con la sua natura. Ora, è evidente che le virtù acquisite con gli atti umani, e delle quali abbiamo già trattato, sono disposizioni che dispongono l’uomo in ordine alla natura umana. Le virtù infuse invece dispongono l’uomo in una maniera superiore, e a un fine più alto: perciò è necessario che esse si ricolleghino a una qualche natura superiore. E questa è la natura divina partecipata, come è detto in 2 Pt: Ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina. E per avere noi ricevuto questa natura possiamo dire di essere stati rigenerati come figli di Dio. – Come dunque la luce naturale della ragione è distinta dalle virtù acquisite, che si ricollegano a tale luce, così la luce della grazia, che è una partecipazione della natura divina, è distinta dalle virtù infuse, che da essa derivano e ad essa sono ordinate. Per cui anche S. Paolo in Ef dice: Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce. Come infatti le virtù acquisite predispongono l’uomo a camminare in modo conforme alla luce naturale della ragione, così le virtù infuse lo predispongono a camminare in modo conforme alla luce della grazia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 110, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod quidam posuerunt idem esse gratiam et virtutem secundum essentiam, sed differre solum secundum rationem, ut gratia dicatur secundum quod facit hominem Deo gratum, vel secundum quod gratis datur; virtus autem, secundum quod perficit ad bene operandum. Et hoc videtur sensisse Magister, in 2 Sent. Sed si quis recte consideret rationem virtutis, hoc stare non potest. Quia ut philosophus dicit, in 7 Phys., virtus est quaedam dispositio perfecti, dico autem perfectum, quod est dispositum secundum naturam. Ex quo patet quod virtus uniuscuiusque rei dicitur in ordine ad aliquam naturam praeexistentem, quando scilicet unumquodque sic est dispositum, secundum quod congruit suae naturae. Manifestum est autem quod virtutes acquisitae per actus humanos, de quibus supra [q. 55] dictum est, sunt dispositiones quibus homo convenienter disponitur in ordine ad naturam qua homo est. Virtutes autem infusae disponunt hominem altiori modo, et ad altiorem finem, unde etiam oportet quod in ordine ad aliquam altiorem naturam. Hoc autem est in ordine ad naturam divinam participatam; secundum quod dicitur 2 Petr. 1 [4], maxima et pretiosa nobis promissa donavit, ut per haec efficiamini divinae consortes naturae. Et secundum acceptionem huius naturae, dicimur regenerari in filios Dei. – Sicut igitur lumen naturale rationis est aliquid praeter virtutes acquisitas, quae dicuntur in ordine ad ipsum lumen naturale; ita etiam ipsum lumen gratiae, quod est participatio divinae naturae, est aliquid praeter virtutes infusas, quae a lumine illo derivantur, et ad illud lumen ordinantur. Unde et apostolus dicit, ad Eph. 5 [8], eratis aliquando tenebrae, nunc autem lux in Domino, ut filii lucis ambulate. Sicut enim virtutes acquisitae perficiunt hominem ad ambulandum congruenter lumini naturali rationis; ita virtutes infusae perficiunt hominem ad ambulandum congruenter lumini gratiae.

Vangelo (Mc 12,1-12)

   In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?». E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Costui è l’erede, uccidiamolo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 47, a. 5, soluzione 1)

   1. Le parole suddette appartengono ai vignaioli, che nella parabola rappresentano i capi del popolo, i quali riconobbero in lui l’erede in quanto capirono che egli era il Cristo promesso nell’antica legge. Però contro questa conclusione sembrano stare le parole del Sal 2 [8]: Chiedi a me, e ti darò in eredità le genti; poiché al Cristo a cui si riferiscono è anche detto Sal 2 [7]: Tu sei mio Figlio, oggi io ti ho generato. Se quindi i capi conobbero che [Gesù] era colui al quale erano state indirizzate le prime parole, ne segue che conobbero anche che era il Figlio di Dio. Inoltre il Crisostomo afferma: «Essi conobbero che era il Figlio di Dio». E S. Beda, commentando le parole: Perché non sanno quello che fanno, scrive: «Si noti che non prega per quanti capivano che egli era il Figlio di Dio, e preferivano crocifiggerlo piuttosto che riconoscerlo». – Ma a ciò si può rispondere che essi lo conobbero quale Figlio di Dio non per natura, ma per l’eccellenza della sua grazia singolarissima. Tuttavia si può anche dire che lo conobbero come vero Figlio di Dio, giacché ciò risultava loro dall’evidenza dei segni; ai quali però per odio e per invidia non vollero arrendersi, in modo da riconoscerlo come Figlio di Dio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 47, a. 5, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod illa verba dicuntur ex persona colonorum vineae, per quos significantur rectores illius populi, qui eum cognoverunt esse heredem, inquantum cognoverunt eum esse Christum promissum in lege. Sed contra hanc responsionem videtur esse quod illa verba Psalmi [2,8], postula a me et dabo tibi gentes hereditatem tuam, eidem dicuntur cui dicitur [Ps. 2,7], Filius meus es tu, ego hodie genui te. Si ergo cognoverunt eum esse illum cui dictum est, postula a me et dabo tibi gentes hereditatem tuam, sequitur quod cognoverunt eum esse Filium Dei. Chrysostomus etiam, ibidem, dicit quod cognoverunt eum esse Filium Dei. Beda etiam dicit, super illud Luc. 23 [34], quia nesciunt quid faciunt, notandum, inquit, quod non pro eis orat qui, quem Filium Dei intellexerunt, crucifigere quam confiteri maluerunt. – Sed ad hoc potest responderi quod cognoverunt eum esse Filium Dei non per naturam, sed per excellentiam gratiae singularis. Possumus tamen dicere quod etiam verum Dei filium cognovisse dicuntur, quia evidentia signa huius rei habebant, quibus tamen assentire propter odium et invidiam noluerunt, ut eum cognoscerent esse Filium Dei.

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