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31 maggio Domenica di Pentecoste

31 maggio Domenica di Pentecoste
10/10/2019 elena

31 maggio
Domenica di Pentecoste
Messa vespertina della Vigilia

Prima lettura (Gn 11,1-9)

   Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

La processione eterna
dello Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 27, a. 3, in contrario e corpo)

   Lo Spirito Santo procede dal Padre, come è detto in Gv. Ora, egli è distinto dal Figlio, secondo quanto è scritto in Gv: Io pregherò il Padre ed egli vi manderà un altro Consolatore. Quindi in Dio c’è un’altra processione oltre a quella del Verbo.
   In Dio ci sono due processioni: quella del Verbo e un’altra ancora. A chiarimento di ciò si tenga presente che in Dio c’è soltanto la processione per azione immanente, e non quella che tende a un termine estrinseco. Ora, una tale azione nella natura intellettuale appartiene all’intelletto e alla volontà: secondo l’azione dell’intelletto si ha la processione del verbo, mentre secondo l’operazione della volontà si trova in noi un’altra processione, cioè quella dell’amore, mediante la quale l’amato si trova nell’amante, a quel modo in cui mediante la concezione del verbo la cosa espressa o intesa è in chi la intende. Quindi, oltre alla processione del Verbo, si pone in Dio un’altra processione, quella dell’Amore.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 27, a. 3, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod Spiritus Sanctus procedit a Patre, ut dicitur Ioan. 15 [26]. Ipse autem est alius a Filio, secundum illud Ioan. 14 [16], rogabo Patrem meum, et alium Paracletum dabit vobis. Ergo in divinis est alia processio praeter processionem Verbi.
   Respondeo dicendum quod in divinis sunt duae processiones, scilicet processio Verbi, et quaedam alia. Ad cuius evidentiam, considerandum est quod in divinis non est processio nisi secundum actionem quae non tendit in aliquid extrinsecum, sed manet in ipso agente. Huiusmodi autem actio in intellectuali natura est actio intellectus et actio voluntatis. Processio autem verbi attenditur secundum actionem intelligibilem. Secundum autem operationem voluntatis invenitur in nobis quaedam alia processio, scilicet processio amoris, secundum quam amatum est in amante, sicut per conceptionem verbi res dicta vel intellecta, est in intelligente. Unde et praeter processionem Verbi, ponitur alia processio in divinis, quae est processio Amoris.

   (Es 19,3-8a,16-20b)

   In quei giorni, Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Queste parole dirai agli Israeliti». Mosè andò, convocò gli anziani del popolo e riferì loro tutte queste parole, come gli aveva ordinato il Signore. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!». Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore. Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco, e ne saliva il fumo come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce. Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte.

Processione dello Spirito Santo
e generazione

San Tommaso
(S. Th. I, q. 27, a. 4, corpo)

   La processione dell’amore in Dio non può essere detta generazione. A chiarimento di ciò è da notare che tra l’intelletto e la volontà c’è questa differenza, che l’intelletto passa all’atto in quanto l’oggetto inteso è in esso per la sua somiglianza [o rappresentazione]; invece la volontà passa all’atto non perché ci sia in essa una rappresentazione di ciò che è voluto, ma perché essa ha in sé una certa inclinazione verso la cosa voluta. Quindi la processione propria dell’intelletto è per somiglianza: e può essere detta generazione perché il produrre un proprio simile è caratteristico della generazione. Invece la processione della volontà non è secondo una somiglianza, ma piuttosto secondo un certo impulso o spinta verso qualcosa. Quindi ciò che in Dio procede come amore non procede come generato o figlio, ma piuttosto come spirito: nome, questo, con cui si indica un moto vitale e una spinta, come si dice che uno è spinto dall’amore a fare qualcosa.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 27, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod processio amoris in divinis non debet dici generatio. Ad cuius evidentiam, sciendum est quod haec est differentia inter intellectum et voluntatem, quod intellectus fit in actu per hoc quod res intellecta est in intellectu secundum suam similitudinem, voluntas autem fit in actu non per hoc quod aliqua similitudo voliti sit in voluntate, sed ex hoc quod voluntas habet quandam inclinationem in rem volitam. Processio igitur quae attenditur secundum rationem intellectus, est secundum rationem similitudinis, et intantum potest habere rationem generationis, quia omne generans generat sibi simile. Processio autem quae attenditur secundum rationem voluntatis, non consideratur secundum rationem similitudinis, sed magis secundum rationem impellentis et moventis in aliquid. Et ideo quod procedit in divinis per modum amoris, non procedit ut genitum vel ut filius, sed magis procedit ut spiritus, quo nomine quaedam vitalis motio et impulsio designatur, prout aliquis ex amore dicitur moveri vel impelli ad aliquid faciendum.

   (Ez 37,1-14)

   In quei giorni, la mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto ad esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivi vere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annuncia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete. Saprete che io sono il Signore». Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai, ed ecco apparire sopra di esse i nervi; la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro. Egli aggiunse: «Profetizza allo spirito, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia allo spirito: Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano». Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato. Mi disse: «Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annuncia loro: Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Il nome di Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 1, in contrario e corpo)

   È detto in 1 Gv: Sono tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo. «Tre che cosa?» si domanda S. Agostino, e risponde: «Tre persone». Quindi Spirito Santo è il nome di una persona divina.
   In Dio ci sono due processioni; la seconda però, quella dell’amore, non ha un nome proprio, come si è detto sopra. Quindi anche le relazioni che ne sorgono mancano di un nome proprio, come si è già spiegato. E da ciò deriva che neppure la persona che procede secondo questa processione può avere, per lo stesso motivo, un nome proprio. Tuttavia, come per indicare quelle relazioni furono dall’uso adottati alcuni nomi comuni, cioè processione e spirazione, che propriamente significano più gli atti nozionali che le relazioni, così per designare la persona divina che procede per processione d’amore fu adottato secondo l’uso della Scrittura il nome di Spirito Santo. E di ciò si possono trovare due motivi di convenienza. Primo, la comunanza della persona chiamata Spirito Santo. Spiega infatti S. Agostino: «Essendo lo Spirito Santo comune alle due [persone], esso è chiamato propriamente con denominazioni comuni a entrambe: infatti il Padre è spirito e il Figlio è spirito; il Padre è santo, il Figlio è santo». – Secondo, il significato proprio [di Spirito Santo]. Nel mondo fisico, infatti, spirito significa impulso e moto: infatti chiamiamo spirito il fiato e il vento. Ora, è proprio dell’amore muovere e spingere la volontà di chi ama verso la realtà amata. Ma a quelle cose che sono ordinate a Dio viene attribuita la santità. Quindi convenientemente è detta Spirito Santo la persona divina che procede come l’amore con cui Dio si ama.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 1, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur 1 Ioan. ult. [5,7], tres sunt qui testimonium dant in caelo, Pater, Verbum et Spiritus Sanctus. Ut autem Augustinus dicit, 7 De Trin., cum quaeritur, quid tres? Dicimus, tres personae. Ergo Spiritus Sanctus est nomen divinae personae.
   Respondeo dicendum quod, cum sint duae processiones in divinis, altera earum, quae est per modum amoris, non habet proprium nomen, ut supra [q. 27 a. 4 ad 3] dictum est. Unde et relationes quae secundum huiusmodi processionem accipiuntur, innominatae sunt, ut etiam supra [q. 28 a. 4] dictum est. Propter quod et nomen personae hoc modo procedentis, eadem ratione, non habet proprium nomen. Sed sicut sunt accommodata aliqua nomina, ex usu loquentium, ad significandum praedictas relationes, cum nominamus eas nomine processionis et spirationis, quae, secundum proprietatem significationis, magis videntur significare actus notionales quam relationes; ita ad significandum divinam personam quae procedit per modum amoris, accommodatum est, ex usu Scripturae, hoc nomen Spiritus Sanctus. Et huius quidem convenientiae ratio sumi potest ex duobus. Primo quidem, ex ipsa communitate eius quod dicitur Spiritus Sanctus. Ut enim Augustinus dicit, 15 De Trin., quia Spiritus Sanctus communis est ambobus, id vocatur ipse proprie quod ambo communiter, nam et Pater est spiritus, et Filius est spiritus; et Pater est sanctus, et Filius est sanctus. Secundo vero, ex propria significatione. Nam nomen spiritus, in rebus corporeis, impulsionem quandam et motionem significare videtur, nam flatum et ventum spiritum nominamus. Est autem proprium amoris, quod moveat et impellat voluntatem amantis in amatum. Sanctitas vero illis rebus attribuitur, quae in Deum ordinantur. Quia igitur persona divina procedit per modum amoris quo Deus amatur, convenienter Spiritus Sanctus nominatur.

   (Gl 3,1-5)

   Così dice il Signore: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito. Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamato».

La processione
dal Padre e dal Figlio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 2,
corpo e soluzione 1)

   È necessario affermare che lo Spirito Santo procede dal Figlio. Se infatti non procedesse [anche] da lui, in nessun modo si potrebbe da lui distinguere come persona. Il che risulta evidente da quanto abbiamo già spiegato. Infatti non si può dire che le persone divine si distinguano tra loro per qualcosa di assoluto, poiché sarebbe così negata l’unità di essenza delle tre [persone]: infatti tutto ciò che in Dio si dice in modo assoluto appartiene all’unità dell’essenza. Resta dunque che le persone divine si distinguano l’una dall’altra solo per le relazioni. – Però le relazioni non possono distinguere le persone tra loro se non in quanto sono contrapposte. E ciò è dimostrato dal fatto che, pur essendo due le relazioni attribuite al Padre, e cioè una verso il Figlio e l’altra verso lo Spirito Santo, queste, non essendo tra loro opposte, non costituiscono due persone distinte, ma appartengono all’unica persona del Padre. Se dunque nel Figlio e nello Spirito Santo non vi fossero se non le due relazioni con cui ciascuno di essi si riferisce al Padre, tali relazioni non sarebbero tra loro opposte; come non lo sono le due con le quali il Padre si riferisce ad essi. Come quindi la Persona del Padre è una [nonostante le due relazioni], così una dovrebbe essere la persona del Figlio e dello Spirito Santo, con due relazioni opposte alle due relazioni del Padre. Ma questa conclusione è eretica, poiché distrugge la fede nella Trinità. Quindi è necessario che il Figlio e lo Spirito Santo si riferiscano l’uno all’altro con opposte relazioni. – Ora, in Dio non ci possono essere altre relazioni tra loro opposte se non quelle di origine, come si è già spiegato. Ma le opposte relazioni di origine sorgono o dal fatto che un soggetto è principio, o dal fatto che deriva da un principio. Quindi non rimane altro che affermare o che il Figlio procede dallo Spirito Santo, cosa che nessuno ammette, oppure che lo Spirito Santo procede dal Figlio, come professiamo noi. E ciò è consono all’indole delle due processioni. Si è detto infatti che il Figlio procede per processione intellettuale come verbo, e lo Spirito Santo per processione di volontà come amore. Ora, è necessario che l’amore proceda dal verbo: infatti non si ama se non ciò che si conosce. È quindi chiaro che lo Spirito Santo procede dal Figlio. Anche l’ordine che vediamo nel creato porta alla stessa conclusione. Infatti non avviene mai che dalla stessa causa procedano effetti molteplici senza ordine, a meno che non si tratti di cose che differiscono soltanto materialmente: come può avvenire per i vari coltelli prodotti dallo stesso artigiano e numericamente distinti senza che vi sia alcun ordine tra loro. Nelle cose invece tra cui non c’è solo una distinzione materiale, c’è sempre un certo ordine nella molteplicità dei prodotti. Per cui anche nell’ordine delle realtà create risplende la bellezza della sapienza divina. Se dunque dall’unica persona del Padre ne procedono due altre, cioè il Figlio e lo Spirito Santo, ci deve essere un ordine tra loro. E non è possibile assegnare un altro ordine diverso da quello di origine, in forza del quale uno procede dall’altro. Se quindi non si vuole ammettere l’assurdo di una distinzione materiale [tra le persone divine], non si può dire che il Figlio e lo Spirito Santo procedano dal Padre in modo tale che uno di essi non proceda anche dall’altro. Inoltre i Greci stessi ammettono che la processione dello Spirito Santo ha un certo ordine al Figlio. Concedono infatti che lo Spirito Santo è lo Spirito del Figlio, e che procede dal Padre per il Figlio. Anzi, si dice che alcuni di essi concedono che sia dal Figlio, o che emani da lui; [non ammettono] però che ne proceda. E ciò potrebbe dipendere o da ignoranza o da caparbietà. Infatti, se si bada bene, non è difficile vedere che la parola processione è la più vaga e indeterminata fra tutte quelle che stanno a indicare un’origine. Infatti la usiamo per indicare qualunque origine: come diciamo che la linea procede dal punto, il raggio dal sole, il ruscello dalla fonte, e così in qualsiasi altro caso. Quindi, qualunque altra parola si usi che significhi origine, si può anche concludere che lo Spirito Santo procede dal Figlio.
   1. Non si deve attribuire a Dio cosa alcuna che non sia contenuta nella Scrittura o espressamente con le parole o per il senso. Ora, quantunque nella Scrittura non si trovi affermato esplicitamente che lo Spirito Santo procede dal Figlio, tuttavia lo si trova affermato quanto al senso; specialmente là dove il Figlio, parlando dello Spirito Santo, dice: Egli mi glorificherà. perché prenderà dal mio (Gv). – Si deve poi tenere per regola che quanto nella Scrittura viene detto del Padre, pur con l’aggiunta di un termine esclusivo, va inteso anche del Figlio, a meno che non si tratti di cose che distinguono il Padre e il Figlio mediante le opposte relazioni. Quando infatti il Signore dice (Mt): Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre, non esclude che egli conosca se stesso. Allo stesso modo dunque, quando si dice che lo Spirito Santo procede dal Padre, anche se vi fosse aggiunto che procede dal solo Padre, con ciò non sarebbe escluso il Figlio: poiché il Padre e il Figlio non si oppongono tra loro nell’essere principio dello Spirito Santo, ma solo nell’essere uno Padre e l’altro Figlio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 2,

corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod necesse est dicere Spiritum Sanctum a Filio esse. Si enim non esset ab eo, nullo modo posset ab eo personaliter distingui. Quod ex supra [q. 28 a. 3; q. 30 a. 2] dictis patet. Non enim est possibile dicere quod secundum aliquid absolutum divinae personae ab invicem distinguantur, quia sequeretur quod non esset trium una essentia; quidquid enim in divinis absolute dicitur, ad unitatem essentiae pertinet. Relinquitur ergo quod solum relationibus divinae personae ab invicem distinguantur. Relationes autem personas distinguere non possunt, nisi secundum quod sunt oppositae. Quod ex hoc patet, quia Pater habet duas relationes, quarum una refertur ad Filium, et alia ad Spiritum Sanctum; quae tamen, quia non sunt oppositae, non constituunt duas personas, sed ad unam personam Patris tantum pertinent. Si ergo in Filio et in Spiritu Sancto non esset invenire nisi duas relationes quibus uterque refertur ad Patrem, illae relationes non essent ad invicem oppositae; sicut neque duae relationes quibus Pater refertur ad illos. Unde, sicut persona Patris est una, ita sequeretur quod persona Filii et Spiritus Sancti esset una, habens duas relationes oppositas duabus relationibus Patris. Hoc autem est haereticum, cum tollat fidem Trinitatis. Oportet ergo quod Filius et Spiritus Sanctus ad invicem referantur oppositis relationibus. Non autem possunt esse in divinis aliae relationes oppositae nisi relationes originis, ut supra [q. 28 a. 4] probatum est. Oppositae autem relationes originis accipiuntur secundum principium, et secundum quod est a principio. Relinquitur ergo quod necesse est dicere vel Filium esse a Spiritu Sancto, quod nullus dicit, vel Spiritum Sanctum esse a Filio, quod nos confitemur. Et huic quidem consonat ratio processionis utriusque. Dictum enim est supra [q. 27 aa. 2.4; q. 28 a. 4] quod Filius procedit per modum intellectus, ut verbum; Spiritus Sanctus autem per modum voluntatis, ut amor. Necesse est autem quod amor a verbo procedat, non enim aliquid amamus, nisi secundum quod conceptione mentis apprehendimus. Unde et secundum hoc manifestum est quod Spiritus Sanctus procedit a Filio. Ipse etiam ordo rerum hoc docet. Nusquam enim hoc invenimus, quod ab uno procedant plura absque ordine, nisi in illis solum quae materialiter differunt; sicut unus faber producit multos cultellos materialiter ab invicem distinctos, nullum ordinem habentes ad invicem. Sed in rebus in quibus non est sola materialis distinctio, semper invenitur in multitudine productorum aliquis ordo. Unde etiam in ordine creaturarum productarum, decor divinae sapientiae manifestatur. Si ergo ab una persona Patris procedunt duae personae, scilicet Filius et Spiritus Sanctus, oportet esse aliquem ordinem eorum ad invicem. Nec potest aliquis ordo alius assignari, nisi ordo naturae, quo alius est ex alio. Non est igitur possibile dicere quod Filius et Spiritus Sanctus sic procedant a Patre, quod neuter eorum procedat ab alio, nisi quis poneret in eis materialem distinctionem, quod est impossibile. Unde etiam ipsi Graeci processionem Spiritus Sancti aliquem ordinem habere ad Filium intelligunt. Concedunt enim Spiritum Sanctum esse Spiritum Filii, et esse a Patre per Filium. Et quidam eorum dicuntur concedere quod sit a Filio, vel profluat ab eo, non tamen quod procedat. Quod videtur vel ex ignorantia, vel ex protervia esse. Quia si quis recte consideret, inveniet processionis verbum inter omnia quae ad originem qualemcumque pertinent, communissimum esse. Utimur enim eo ad designandum qualemcumque originem; sicut quod linea procedit a puncto, radius a sole, rivus a fonte; et similiter in quibuscumque aliis. Unde ex quocumque alio ad originem pertinente, potest concludi quod Spiritus Sanctus procedit a Filio.
   Ad primum ergo dicendum quod de Deo dicere non debemus quod in sacra Scriptura non invenitur vel per verba, vel per sensum. Licet autem per verba non inveniatur in sacra Scriptura quod Spiritus Sanctus procedit a filio, invenitur tamen quantum ad sensum; et praecipue ubi dicit Filius, Ioan. 16 [14], de Spiritu Sancto loquens, ille me clarificabit, quia de meo accipiet. Regulariter etiam in sacra Scriptura tenendum est, quod id quod de Patre dicitur, oportet de filio intelligi, etiam si dictio exclusiva addatur, nisi solum in illis in quibus Pater et Filius secundum oppositas relationes distinguuntur. Cum enim Dominus, Matth. 11 [27], dicit, nemo novit Filium nisi Pater, non excluditur quin Filius seipsum cognoscat. Sic igitur cum dicitur quod Spiritus Sanctus a Patre procedit, etiam si adderetur quod a solo Patre procedit, non excluderetur inde Filius, quia quantum ad hoc quod est esse principium Spiritus Sancti, non opponuntur Pater et Filius; sed solum quantum ad hoc, quod hic est Pater et ille Filius.

Seconda lettura
(Rm 8,22-27)

   Fratelli, sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

L’unico principio dello Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 4,
in contrario e corpo)

   Dice S. Agostino che il Padre e il Figlio sono un solo principio, e non due principi dello Spirito Santo.
   Il Padre e il Figlio sono in tutto e per tutto una stessa cosa, eccetto in quegli aspetti in cui vi è distinzione per l’opposizione delle relazioni. Ora, siccome nell’essere principio dello Spirito Santo non c’è questa opposizione relativa, ne segue che il Padre e il Figlio sono un unico principio dello Spirito Santo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 36, a. 4,

sed contra e corpus)

   Sed contra est quod Augustinus dicit, in 5 De Trin., quod Pater et Filius non sunt duo principia, sed unum principium Spiritus Sancti.
   Respondeo dicendum quod Pater et Filius in omnibus unum sunt, in quibus non distinguit inter eos relationis oppositio. Unde, cum in hoc quod est esse principium Spiritus Sancti, non opponantur relative, sequitur quod Pater et Filius sunt unum principium Spiritus Sancti.

Vangelo (Gv 7,37-39)

   Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.

Il nome di amore

San Tommaso
(S. Th. I, q. 37, a. 1, corpo)

   Il termine amore, parlando di Dio, può riferirsi all’essenza o alle persone. Se è riferito a una persona, è un nome proprio dello Spirito Santo: come Verbo è un nome proprio del Figlio. Per chiarire la cosa si deve tener presente che in Dio ci sono, come si è detto sopra, due processioni: una di ordine intellettivo, cioè la processione del Verbo, l’altra di ordine volitivo, cioè la processione dell’Amore. Siccome però la prima ci è più nota, per indicare i singoli aspetti che ad essa si riferiscono furono trovati nomi adatti; non così invece per la processione di ordine volitivo. E allora, per indicare la persona procedente, siamo obbligati a usare delle circonlocuzioni; e anche le relazioni che sorgono da tale processione le indichiamo, come si è detto, con i nomi di processione e di spirazione; i quali, però, propriamente presi, sono nomi che indicano più l’origine che la relazione. Tuttavia le due processioni vanno analizzate allo stesso modo. Quando infatti uno intende qualcosa, si forma in lui un concetto mentale di ciò che intende, cioè il verbo: così, per ciò stesso che uno ama qualcosa, risulta in lui, nel suo affetto, un’impressione, per così dire, dell’oggetto amato, in forza della quale si dice che l’amato è nell’amante, come la cosa intesa in chi la intende. Quindi, nel momento in cui uno intende e ama se medesimo, è in se stesso non solo perché identico a se medesimo, ma anche perché oggetto della propria intelligenza e del proprio amore. Ora, per quanto riguarda l’intelletto furono trovate parole adatte per indicare il rapporto della mente che intende con la cosa intesa, come appare evidente dal termine intelligere, e se ne trovarono anche altre per indicare l’emanazione dell’idea, cioè dicere e verbum. Per questo, nel parlare di Dio, intelligere, che non indica un rapporto con il verbo mentale procedente [dall’intelligenza], è usato soltanto come termine essenziale; Verbum invece, che significa ciò che procede, è usato solo come termine personale; dicere infine, che indica la relazione tra il principio del Verbo e il Verbo stesso, è riservato per la nozione. – Invece per quanto riguarda la volontà, oltre ai termini diligere e amare, che stanno a indicare la relazione di chi ama con la cosa amata, non furono coniate altre parole che esprimessero il rapporto esistente tra l’affezione o impressione suscitata dall’oggetto amato e il principio [interiore] da cui essa emana, o viceversa. Quindi, per questa deficienza di vocaboli, tali rapporti vengono anch’essi indicati con i termini amore e dilezione; ed è come se uno desse al Verbo i nomi di intellezione concepita, o di sapienza generata. Concludendo, se con i termini amor e diligere si vuole indicare solo il rapporto di chi ama alla cosa amata, allora essi si riferiscono all’essenza divina, come intellezione e intendere. Se invece usiamo questi stessi termini per indicare i rapporti esistenti tra ciò che procede secondo il modo dell’amore e il principio correlativo, e viceversa, in modo che amor sia l’equivalente di amore che procede, e diligere l’equivalente di spirare l’amore procedente, allora Amore è un nome di persona e diligere o amare è un termine nozionale, come dire o generare.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 37, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod nomen amoris in divinis sumi potest et essentialiter et personaliter. Et secundum quod personaliter sumitur, est proprium nomen Spiritus Sancti; sicut Verbum est proprium nomen Filii. Ad cuius evidentiam, sciendum est quod, cum in divinis, ut supra [q. 27 aa. 1.3.5.] ostensum est, sint duae processiones, una per modum intellectus, quae est processio Verbi; alia per modum voluntatis, quae est processio Amoris, quia prima est nobis magis nota, ad singula significanda quae in ea considerari possunt, sunt magis propria nomina adinventa; non autem in processione voluntatis. Unde et quibusdam circumlocutionibus utimur ad significandam personam procedentem, et relationes etiam quae accipiuntur secundum hanc processionem, et processionis et spirationis nominibus nominantur, ut supra [q. 28 a. 4] dictum est, quae tamen sunt magis nomina originis quam relationis, secundum proprietatem vocabuli. Et tamen similiter utramque processionem considerari oportet. Sicut enim ex hoc quod aliquis rem aliquam intelligit, provenit quaedam intellectualis conceptio rei intellectae in intelligente, quae dicitur verbum; ita ex hoc quod aliquis rem aliquam amat, provenit quaedam impressio, ut ita loquar, rei amatae in affectu amantis, secundum quam amatum dicitur esse in amante, sicut et intellectum in intelligente. Ita quod, cum aliquis seipsum intelligit et amat, est in seipso non solum per identitatem rei, sed etiam ut intellectum in intelligente, et amatum in amante. Sed ex parte intellectus, sunt vocabula adinventa ad significandum respectum intelligentis ad rem intellectam, ut patet in hoc quod dico intelligere, et sunt etiam alia vocabula adinventa ad significandum processum intellectualis conceptionis, scilicet ipsum dicere, et verbum. Unde in divinis intelligere solum essentialiter dicitur, quia non importat habitudinem ad verbum procedens, sed verbum personaliter dicitur, quia significat id quod procedit, ipsum vero dicere dicitur notionaliter, quia importat habitudinem principii verbi ad verbum ipsum. Ex parte autem voluntatis, praeter diligere et amare, quae important habitudinem amantis ad rem amatam, non sunt aliqua vocabula imposita, quae importent habitudinem ipsius impressionis vel affectionis rei amatae, quae provenit in amante ex hoc quod amat, ad suum principium, aut e converso. Et ideo, propter vocabulorum inopiam, huiusmodi habitudines significamus vocabulis amoris et dilectionis; sicut si Verbum nominaremus intelligentiam conceptam, vel sapientiam genitam. Sic igitur, inquantum in amore vel dilectione non importatur nisi habitudo amantis ad rem amatam, amor et diligere essentialiter dicuntur, sicut intelligentia et intelligere. Inquantum vero his vocabulis utimur ad exprimendam habitudinem eius rei quae procedit per modum amoris, ad suum principium, et e converso; ita quod per amorem intelligatur amor procedens, et per diligere intelligatur spirare amorem procedentem, sic Amor est nomen personae, et diligere vel amare est verbum notionale, sicut dicere vel generare.

Messa del giorno

Prima lettura (At 2,1-11)

   Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

La missione visibile
dello Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 43, a. 7,
corpo e soluzione 6)

   Dio provvede a tutte le cose secondo il modo proprio di ciascuna. Ora, come si è detto, è connaturale all’uomo giungere alle realtà invisibili per mezzo di quelle visibili: perciò era necessario che le realtà invisibili di Dio fossero mostrate all’uomo mediante quelle visibili. Quindi come Dio, servendosi di certi indizi tratti dalle realtà visibili, manifestò agli uomini in qualche modo se stesso e le eterne processioni delle persone, così era giusto che per mezzo di creature visibili manifestasse anche le missioni invisibili delle persone divine. – Diverse però dovevano essere le manifestazioni del Figlio e dello Spirito Santo. Infatti allo Spirito Santo, che procede come Amore, spetta di essere il dono della santificazione; al Figlio invece, che è principio dello Spirito Santo, spetta di essere l’Autore di questa stessa santificazione. Quindi il Figlio fu mandato visibilmente come Autore della santificazione; lo Spirito Santo invece come indizio di questa santificazione.
   6. Non si richiede che la missione invisibile si manifesti sempre esternamente mediante un segno visibile: poiché, come è detto in 1 Cor: le manifestazioni dello Spirito vengono concesse per utilità di alcuni, cioè della Chiesa. E tale utilità consiste nella conferma e nella propagazione della fede mediante segni sensibili. Il che avvenne in modo speciale in Cristo e negli apostoli, come è detto in Eb: [La salvezza, ] dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita. Quindi la missione visibile dello Spirito Santo giustamente fu diretta in modo particolare a Cristo, agli apostoli e ad alcuni santi dei primi tempi sui quali in una certa maniera si stava fondando la Chiesa: in modo però che la missione visibile diretta a Cristo manifestasse la missione invisibile fatta a lui non allora, ma all’inizio del suo concepimento. Ora, nel battesimo di Cristo si compì la missione visibile sotto forma di colomba, animale prolifico, per dimostrare che Cristo aveva il potere di conferire la grazia mediante la rigenerazione spirituale: per cui la voce del Padre proclamò: Questi è il Figlio mio prediletto [Mt], per indicare che altri sarebbero stati rigenerati a immagine dell’Unigenito. Nella trasfigurazione, invece, [la missione visibile avvenne] sotto forma di nube splendente per dimostrare la sovrabbondanza della sua dottrina: per cui fu intimato: Ascoltatelo [Mt]. Agli apostoli, poi, [la missione visibile dello Spirito Santo] fu diretta sotto forma di alito per indicare il conferimento della potestà di ordine nell’amministrazione dei sacramenti: per cui fu loro detto [Gv]: A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; e sotto forma di lingue di fuoco per indicare il magistero della dottrina: per cui è detto [At]: Cominciarono a parlare in varie lingue. – Non era invece opportuno che ai Padri dell’Antico Testamento fosse diretta la missione visibile dello Spirito Santo: poiché prima doveva compiersi la missione visibile del Figlio, dato che lo Spirito Santo ha l’ufficio di manifestare il Figlio, come il Figlio il Padre. Vi furono tuttavia apparizioni sensibili delle persone divine ai Padri dell’Antico Testamento. Che però non possono essere dette missioni visibili poiché, secondo S. Agostino, non avvennero per mostrare l’inabitazione di una persona divina mediante la grazia, ma per indicare qualche altra cosa.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 43, a. 7,

corpus e ad sextum)

   Respondeo dicendum quod Deus providet omnibus secundum uniuscuiusque modum. Est autem modus connaturalis hominis, ut per visibilia ad invisibilia manuducatur, ut ex supra [q. 12 a. 12] dictis patet, et ideo invisibilia Dei oportuit homini per visibilia manifestari. Sicut igitur seipsum Deus, et processiones aeternas personarum, per creaturas visibiles, secundum aliqua indicia, hominibus quodammodo demonstravit; ita conveniens fuit ut etiam invisibiles missiones divinarum personarum secundum aliquas visibiles creaturas manifestarentur. Aliter tamen Filius et Spiritus Sanctus. Nam Spiritui Sancto, inquantum procedit ut amor, competit esse sanctificationis donum, Filio autem, inquantum est Spiritus Sancti principium, competit esse sanctificationis huius auctorem. Et ideo Filius visibiliter missus est tanquam sanctificationis auctor, sed Spiritus Sanctus tanquam sanctificationis indicium.
   Ad sextum dicendum quod non est de necessitate invisibilis missionis, ut semper manifestetur per aliquod signum visibile exterius, sed, sicut dicitur 1 Cor. 12 [7], manifestatio Spiritus datur alicui ad utilitatem, scilicet Ecclesiae. Quae quidem utilitas est, ut per huiusmodi visibilia signa fides confirmetur et propagetur. Quod quidem principaliter factum est per Christum et per apostolos, secundum illud Hebr. 2 [3], cum initium accepisset enarrari per Dominum, ab eis qui audierunt in nos confirmata est. Et ideo specialiter debuit fieri missio visibilis Spiritus Sancti ad Christum et ad apostolos, et ad aliquos primitivos sanctos, in quibus quodammodo Ecclesia fundabatur, ita tamen quod visibilis missio facta ad Christum, demonstraret missionem invisibilem non tunc, sed in principio suae conceptionis, ad eum factam. Facta autem est missio visibilis ad Christum, in Baptismo quidem sub specie columbae, quod est animal fecundum, ad ostendendum in Christo auctoritatem donandi gratiam per spiritualem regenerationem, unde vox Patris intonuit [Matth. 3,17], hic est Filius meus dilectus, ut ad similitudinem Unigeniti alii regenerarentur. In transfiguratione vero, sub specie nubis lucidae, ad ostendendam exuberantiam doctrinae, unde dictum est [Matth. 17,5], ipsum audite. Ad apostolos autem, sub specie flatus, ad ostendendam potestatem ministerii in dispensatione sacramentorum, unde dictum est eis [Ioan. 20,23], quorum remiseritis peccata, remittuntur eis. Sed sub linguis igneis, ad ostendendum officium doctrinae, unde dicitur [Act. 2,4] quod coeperunt loqui variis linguis. Ad patres autem veteris testamenti, missio visibilis Spiritus Sancti fieri non debuit quia prius debuit perfici missio visibilis Filii quam Spiritus Sancti, cum Spiritus Sanctus manifestet Filium, sicut Filius Patrem. Fuerunt tamen factae visibiles apparitiones divinarum personarum patribus veteris testamenti. Quae quidem missiones visibiles dici non possunt, quia non fuerunt factae, secundum Augustinum, ad designandum inhabitationem divinae personae per gratiam, sed ad aliquid aliud manifestandum.

Seconda lettura
(1 Cor 12,3b-7.12-13)

   Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

Il nome di Dono

San Tommaso
(S. Th. I, q. 38, a. 1, corpo)

   Il termine dono include l’idea di attitudine a essere donato. Ora, ciò che è donato dice rapporto sia a chi dà sia a chi riceve: poiché non sarebbe dato se non fosse di chi lo dà, e viene dato appunto perché sia di colui a cui viene dato. Ora, una persona divina si dice di qualcuno o perché deriva da lui, come il Figlio è del Padre, o perché ne è posseduta. D’altra parte noi diciamo di possedere ciò di cui possiamo liberamente fare uso o godere. E in questo modo una persona divina non può essere posseduta se non da una creatura razionale unita a Dio. Le altre creature invece possono sì subire la mozione di una persona divina, non però fino a essere in grado di godere di essa e di operare sotto il suo impulso. Al che invece talora arriva la creatura razionale, per es. quando è fatta partecipe del Verbo divino e dell’Amore procedente in modo da poter liberamente conoscere con verità Dio, e rettamente amarlo. Quindi solo la creatura razionale può possedere una persona divina. Ma per averla in questo modo non le bastano le sole sue forze, per cui è necessario che ciò le sia dato dall’alto: si dice infatti che ci è dato quanto abbiamo da altri. Perciò a una persona divina compete di essere data e di essere Dono.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 38, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod in nomine doni importatur aptitudo ad hoc quod donetur. Quod au-tem donatur, habet habitudinem et ad id a quo datur, et ad id cui datur, non enim daretur ab aliquo nisi esset eius; et ad hoc alicui datur, ut eius sit. Persona autem divina dicitur esse alicuius, vel se-cundum originem, sicut Filius est Patris; vel inquantum ab aliquo habetur. Habere autem dicimur id quo libere possumus uti vel frui, ut volumus. Et per hunc modum divina persona non potest haberi nisi a rationali creatura Deo coniuncta. Aliae autem creaturae moveri quidem possunt a divina per-sona; non tamen sic quod in potestate earum sit frui divina persona, et uti effectu eius. Ad quod quandoque pertingit rationalis creatura; ut puta cum sic fit particeps divini Verbi et procedentis Amoris, ut possit libere Deum vere cognoscere et recte amare. Unde sola creatura rationalis potest habere divinam personam. Sed ad hoc quod sic eam habeat, non potest propria virtute pervenire, unde oportet quod hoc ei desuper detur; hoc enim dari nobis dicitur, quod aliunde habemus. Et sic divinae personae competit dari, et esse Donum.

Vangelo
(Gv 20,19-23)

   La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
   Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Dono come nome proprio
dello Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 38, a. 2, corpo)

   Dono come termine personale è in Dio un nome proprio dello Spirito Santo. Perché ciò sia chiaro è da notare che, come dice Aristotele, il dono è un «dare senza resa», cioè un dare senza pensare a una retribuzione: e così indica una donazione gratuita. Ora, il motivo di una donazione gratuita è l’amore; infatti diamo una cosa gratuitamente a qualcuno perché vogliamo per lui il bene. La prima cosa dunque che gli diamo è l’amore con il quale vogliamo a lui il bene. Quindi è chiaro che l’amore ha natura di primo dono, da cui provengono tutti i doni gratuiti. Ora, si è già visto che lo Spirito Santo procede come Amore, quindi procede come primo Dono. Per cui S. Agostino dice «Per il Dono che è lo Spirito Santo sono distribuiti molti doni particolari alle membra di Cristo».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 38, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod Donum, secundum quod personaliter sumitur in divinis, est proprium nomen Spiritus Sancti. Ad cuius evidentiam, sciendum est quod donum proprie est datio irreddibilis, secundum philosophum, idest quod non datur intentione retributionis, et sic importat gratuitam donationem. Ratio autem gratuitae donationis est amor, ideo enim damus gratis alicui aliquid, quia volumus ei bonum. Primum ergo quod damus ei, est amor quo volumus ei bonum. Unde manifestum est quod amor habet rationem primi doni, per quod omnia dona gratuita donantur. Unde, cum Spiritus Sanctus procedat ut Amor, sicut iam [q. 27 a. 4; q. 37 a. 1] dictum est, procedit in ratione Doni primi. Unde dicit Augustinus, 15 De Trin., quod per Donum quod est Spiritus Sanctus, multa propria dona dividuntur membris Christi.

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