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30 maggio – sabato Tempo di Pasqua – 7a Settimana

30 maggio – sabato Tempo di Pasqua – 7a Settimana
10/10/2019 elena

30 maggio – sabato
Tempo di Pasqua – 7a Settimana

Prima lettura
(At 28,16-20.30-31)

   Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia. Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento. 

Con tutta franchezza

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 128, art. unico, soluzione 6)

   6. Macrobio enumera le quattro virtù poste da Cicerone: la fiducia, la magnificenza, la tolleranza (in luogo della pazienza), e la fermezza (che sostituisce la perseveranza). Ne aggiunge però altre tre, due delle quali, cioè la magnanimità e la sicurezza, per Cicerone formano la fiducia, che invece Macrobio distingue. Infatti la fiducia implica la speranza umana di cose grandi. Ma la speranza presuppone la tensione della volontà nel desiderio di tali cose grandi, il che costituisce la magnanimità: sopra infatti abbiamo visto che la speranza presuppone l’amore e il desiderio di ciò che si spera. O meglio si può dire che la fiducia indica la certezza della speranza, la magnanimità invece la grandezza delle cose sperate. – Però la speranza non può essere sicura se non sono eliminati i sentimenti contrari: talora infatti uno di per sé sarebbe portato a sperare una data cosa, ma la speranza è eliminata dal timore: infatti il timore è incompatibile con la speranza, come si è visto. Per questo Macrobio aggiunge la sicurezza, che esclude il timore. – Aggiunge poi una terza virtù, cioè la costanza, che può rientrare nella magnificenza: infatti è necessario avere costanza d’animo nelle cose che si compiono con magnificenza. E così Cicerone afferma che alla magnificenza non appartiene solo «l’esecuzione di grandi imprese», ma anche «il loro disegno formulato con ampiezza di propositi». Però la costanza si può anche ridurre alla perseveranza: poiché uno è perseverante in quanto non desistere nonostante la durata dell’impresa, ed è costante in quanto non desistere nonostante qualsiasi altra difficoltà. – E anche le virtù enumerate da Andronico si riducono a quelle di Cicerone. Infatti egli per la perseveranza e la magnificenza si accorda con Cicerone e Macrobio, e per la magnanimità con quest’ultimo. – La lema equivale poi alla pazienza o alla sopportazione: infatti egli dice che essa «è un abito pronto ad affrontare ciò che è dovuto, e a sopportare ciò che la ragione detta». – L’eupsichia invece, cioè il buon animo, equivale alla sicurezza: dice infatti che «essa è la forza d’animo nel portare a termine le proprie imprese». – La virilità poi non è che la fiducia: infatti egli dice che «la virilità è un abito che ha la capacità di affrontare direttamente imprese che richiedono coraggio». – Alla magnificenza aggiunge l’andragatia, che è come una bontà virile, e che noi potremmo denominare strenuità. Infatti la magnificenza non ha solo il compito di insistere nel portare a termine le grandi imprese, come la costanza, ma anche quello di compierle con virile prudenza e sollecitudine, il che è proprio dell’andragatia o strenuità. Per questo egli dice che «l’andragatia è la virtù dell’uomo che sa sperimentare gli espedienti che occorrono nelle opere vantaggiose». E così è dimostrato che tutte le virtù ricordate si riducono alle quattro principali enumerate da Cicerone.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 128, art. unico, ad sextum)

   Ad sextum dicendum quod Macrobius ponit quatuor praedicta a Tullio posita, scilicet fiduciam, magnificentiam, tolerantiam, quam ponit loco patientiae, et firmitatem, quam ponit loco perseverantiae. Superaddit autem tria. Quorum duo, scilicet magnanimitas et securitas, a Tullio sub fiducia comprehenduntur, sed Macrobius magis per specialia distinguit. Nam fiducia importat spem hominis ad magna. Spes autem cuiuslibet rei praesupponit appetitum in magna protensum per desiderium, quod pertinet ad magnanimitatem; dictum est enim supra [I-II q. 40 a. 7] quod spes praesupponit amorem et desiderium rei speratae. Vel melius potest dici quod fiducia pertinet ad spei certitudinem; magnanimitas autem ad magnitudinem rei speratae. – Spes autem firma esse non potest nisi amoveatur contrarium, quandoque enim aliquis, quantum ex seipso est, speraret aliquid, sed spes tollitur propter impedimentum timoris; timor enim quodammodo spei contrariatur, ut supra [I-II q. 40 a. 4 ad 1] habitum est. Et ideo Macrobius addit securitatem, quae excludit timorem. – Tertium autem addit, scilicet constantiam, quae sub magnificentia comprehendi potest, oportet enim in his quae magnifice aliquis facit, constantem animum habere. Et ideo Tullius ad magnificentiam pertinere dicit non solum administrationem rerum magnarum, sed etiam animi amplam excogitationem ipsarum. Potest etiam constantia ad perseverantiam pertinere, ut perseverans dicatur aliquis ex eo quod non desistit propter diuturnitatem; constans autem ex eo quod non desistit propter quaecumque alia repugnantia. – Illa etiam quae Andronicus ponit ad eadem pertinere videntur. Ponit enim perseverantiam et magnificentiam cum Tullio et Macrobio; magnanimitatem autem cum Macrobio. – Lema autem est idem quod patientia vel tolerantia, dicit enim quod lema est habitus promptus tribuens ad conari qualia oportet, et sustinere quae ratio dicit. – Eupsychia autem, idest bona animositas, idem videtur esse quod securitas, dicit enim quod est robur animae ad perficiendum opera ipsius. – Virilitas autem idem esse videtur quod fiducia, dicit enim quod virilitas est habitus per se sufficiens tributus in his quae secundum virtutem. – Magnificentiae autem addit andragathiam, quasi virilem bonitatem, quae apud nos strenuitas potest dici. Ad magnificentiam enim pertinet non solum quod homo consistat in executione magnorum operum, quod pertinet ad constantiam, sed etiam cum quadam virili prudentia et sollicitudine ea exequatur, quod pertinet ad andragathiam sive strenuitatem. Unde dicit quod andragathia est viri virtus adinventiva communicabilium operum. Et sic patet quod omnes huiusmodi partes ad quatuor principales reducuntur quas Tullius ponit.

Vangelo (Gv 21,20-25)

   In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

La verità
della testimonianza evangelica

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 21, lez. 6, II, v. 246, n. 2656)

   2656. «E noi sappiamo che la sua testimonianza è vera». Viene qui indicata la veracità del Vangelo. Il testo parla a nome di tutta la Chiesa, dalla quale questo scritto fu accettato. Vedi Pr 8,7: «La mia bocca proclama la verità».
   Si noti che, pur essendo molti quelli che hanno scritto sulle verità della fede cattolica, c’è questa differenza tra loro e gli autori delle Scritture canoniche, quali furono gli Evangelisti e gli Apostoli: che questi scrittori la proclamarono con tale costanza da non ammettere alcun dubbio. Di qui le parole: «E noi sappiamo che la sua testimonianza è vera». Vedi Gal 1,9: «Se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia scomunicato». E la ragione sta nel fatto che la sola Scrittura canonica è la regola della fede. Gli altri invece trattano della verità volendo che si creda a loro solo nelle cose vere che essi dicono.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 21, lect. 6, II, v. 246, n. 2656)

   Hic ponitur veritas Evangelii. Et loquitur in persona totius Ecclesiae a qua receptum est hoc Evangelium. Prov. 8,7: veritatem meditabitur guttur meum. Notandum autem, quod cum multi scriberent de catholica veritate, haec est differentia, quia illi, qui scripserunt canonicam Scripturam, sicut Evangelistae et Apostoli, et alii huiusmodi, ita constanter eam asserunt quod nihil dubitandum relinquunt. Et ideo dicit et scimus quia verum est testimonium eius; Gal. 1,9: si quis vobis evangelizaverit praeter id quod accepistis, anathema sit. Cuius ratio est, quia sola canonica Scriptura est regula fidei. Alii autem sic edisserunt de veritate, quod nolunt sibi credi nisi in his quae vera dicunt.

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