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29 maggio – venerdì Tempo di Pasqua – 7a Settimana

29 maggio – venerdì Tempo di Pasqua – 7a Settimana
10/10/2019 elena

29 maggio – venerdì
Tempo di Pasqua – 7a Settimana

Prima lettura
(At 25,13-21)

   In quei giorni, arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce e vennero a salutare Festo. E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re le accuse contro Paolo, dicendo: «C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei per chiederne la condanna. Risposi loro che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa. Allora essi vennero qui e io, senza indugi, il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell’uomo. Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno, ma non portarono alcuna accusa di quei crimini che io immaginavo; avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo. Perplesso di fronte a simili controversie, chiesi se volesse andare a Gerusalemme e là essere giudicato di queste cose. Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare».

L’appello a Cesare

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 69, a. 2, in contrario e corpo)

   Anche nei processi criminali, a norma del diritto, si deve giurare di escludere la menzogna. Ora, ciò non avverrebbe se fosse lecito difendersi con la menzogna. Quindi non è lecito all’accusato difendersi con la falsità.
   Una cosa è tacere la verità e un’altra proferire una menzogna. Ora, la prima cosa in certi casi può essere permessa. Infatti uno non è tenuto a dire tutta la verità, ma quella soltanto che il giudice può e deve esigere da lui a norma del diritto: p. es. quando un crimine ha già dato origine alla pubblica infamia, o è emerso da chiari indizi, oppure da una prova quasi completa. Tuttavia in nessun caso è lecito proporre una menzogna. – Ora, uno può ricorrere a ciò che è lecito o per vie lecite e proporzionate al fine perseguito, e ciò appartiene alla prudenza, oppure per vie illecite e inadeguate al debito fine, e ciò appartiene all’astuzia, che si esplica nella frode e nell’inganno, come fu spiegato in precedenza. Ora, il primo di questi modi di fare è lodevole, il secondo invece è peccaminoso. Perciò al reo che è accusato è lecito difendersi nascondendo nei debiti modi la verità che non è tenuto a confessare: p. es. non rispondendo alle domande cui non è tenuto a rispondere. E questo non è un difendersi con la falsità, ma un uscir fuori con prudenza. Al contrario non gli è lecito dire il falso; e neppure ricorrere alla frode o all’inganno, poiché la frode e l’inganno equivalgono a una menzogna. E questo è precisamente difendersi con la falsità.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 69, a. 2, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod etiam in causa criminali iuramentum de calumnia est praestandum, ut habetur extra, de iuramento calum., inhaerentes. Quod non esset si calumniose defendere se liceret. Ergo non est licitum accusato calumniose se defendere.
   Respondeo dicendum quod aliud est veritatem tacere, aliud est falsitatem proponere. Quorum primum in aliquo casu licet. Non enim aliquis tenetur omnem veritatem confiteri, sed illam solum quam ab eo potest et debet requirere iudex secundum ordinem iuris, puta cum praecessit infamia super aliquo crimine, vel aliqua expressa indicia apparuerunt, vel etiam cum praecessit probatio semiplena. Falsitatem tamen proponere in nullo casu licet alicui. – Ad id autem quod licitum est potest aliquis procedere vel per vias licitas et fini intento accommodas, quod pertinet ad prudentiam, vel per aliquas vias illicitas et proposito fini incongruas, quod pertinet ad astutiam, quae exercetur per fraudem et dolum, ut ex supradictis patet. Quorum primum est laudabile; secundum vero vitiosum. Sic igitur reo qui accusatur licet se defendere veritatem occultando quam confiteri non tenetur, per aliquos convenientes modos, puta quod non respondeat ad quae respondere non tenetur. Hoc autem non est calumniose se defendere, sed magis prudenter evadere. Non autem licet ei vel falsitatem dicere, vel veritatem tacere quam confiteri tenetur; neque etiam aliquam fraudem vel dolum adhibere, quia fraus et dolus vim mendacii habent. Et hoc est calumniose se defendere.

Vangelo
(Gv 21,15-19)

   In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

La morte
come glorificazione di Dio

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 21, lez. 4, II, v. 19a, n. 2633)

   2633. Dunque l’Evangelista espone la predizione come ancora da avverarsi: «Questo gli disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio». Infatti la morte dei santi è la via della gloria di Cristo. Fil 1,20: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo»; 1 Pt 4,15s.: «Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida… Ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni; glorifichi anzi Dio per questo nome». Da ciò infatti si mostra la grandezza di Dio: per il fatto che i santi si espongono alla morte per la sua verità e la sua fede.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 21, lect. 4, II, v. 19a, n. 2633)

   Et ideo exponit hoc quasi adhuc futurum, dicens hoc autem dixit significans qua morte clarificaturus esset Deum: mors enim sanctorum via est ad gloriam Christi. Phil. 1,20: magnificabitur Christus in corpore meo; 1 Petr. 4,15: nemo vestrum patiatur quasi fur aut homicida (…). Si autem ut Christianus, non erubescat; glorificet autem Deum in isto nomine. Ex hoc enim ostenditur magnitudo Domini, quo pro eius veritate et fide sancti exponunt se morti.

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