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27 maggio – mercoledì Tempo di Pasqua – 7a Settimana

27 maggio – mercoledì Tempo di Pasqua – 7a Settimana
10/10/2019 elena

27 maggio – mercoledì
Tempo di Pasqua – 7a Settimana

Prima lettura
(At 20,28-38)

   In quei giorni, Paolo diceva agli anziani della Chiesa di Èfeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”». Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Le qualità richieste nel vescovo

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 185, a. 3, corpo)

   Nell’assunzione di una persona all’episcopato, altro è il dovere di chi è assunto e altro è quello di chi assume. Da parte di chi assume, o eleggendo o istituendo, si richiede che dispensi fedelmente i ministeri sacri. I quali devono essere conferiti a vantaggio della Chiesa, come è detto in 1 Cor 14 [12]: Cercate di avere in abbondanza per l’edificazione della Chiesa; e non vanno conferiti come un premio, poiché questo va atteso nella vita futura. Perciò chi deve eleggere o istituire un vescovo non è tenuto a scegliere il migliore in senso assoluto, cioè in base alla carità, ma il migliore per il governo di una chiesa: uno cioè che sia capace di istruirla, di difenderla, e di governarla pacificamente. Da cui il rimprovero di S. Girolamo nei riguardi di quanti «non cercano di erigere nella Chiesa quelle colonne che più potrebbero giovarle, ma quelli che essi amano, o che sono ad essi devoti; oppure che sono più raccomandati da persone influenti, o ancora, per tacere motivi più ignobili, quelli che ottennero di diventare chierici con dei regali». Ora, ciò rientra nell’accettazione di persone, che in questo caso è un peccato mortale. Infatti S. Agostino, spiegando Gc 2 [1]: Fratelli miei, non fate distinzioni di persona…, scrive: «Se queste differenze fra lo stare in piedi e lo stare seduti sono riferite alle dignità ecclesiastiche, non si creda che l’accettazione di persone in ciò che riguarda la fede del Signore della gloria sia un peccato veniale. Chi infatti può tollerare che sia dato al ricco un posto onorifico nella Chiesa disprezzando il povero più istruito e più santo?». – Dalla parte poi di chi è assunto all’episcopato non si richiede che egli consideri se stesso migliore degli altri, poiché questo sarebbe un atto di superbia e di presunzione, ma basta che egli non riscontri in se stesso nulla che possa rendergli illecita l’accettazione dell’ufficio. Pietro infatti, pur essendo interrogato dal Signore se lo amava più degli altri, nella sua risposta non si mise al di sopra degli altri, ma rispose semplicemente che lo amava [Gv 21,15].

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 185, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod circa assumptionem alicuius ad episcopatum, aliquid est considerandum ex parte eius qui assumitur, et aliquid ex parte eius qui assumit. Ex parte enim eius qui assumit, vel eligendo vel providendo, requiritur quod fideliter divina ministeria dispenset. Quae quidem dispensari debent ad utilitatem Ecclesiae, secundum illud 1 ad Cor. 14 [12], ad aedificationem Ecclesiae quaerite ut abundetis, non autem ministeria divina hominibus committuntur propter eorum remunerationem, quam expectare debent in futuro. Et ideo ille qui debet aliquem eligere in episcopum, vel de eo providere, non tenetur assumere meliorem simpliciter, quod est secundum caritatem, sed meliorem quoad regimen Ecclesiae, qui scilicet possit Ecclesiam et instruere et defendere et pacifice gubernare. Unde contra quosdam Hieronymus dicit quod quidam non quaerunt eos in Ecclesia columnas erigere quos plus cognoscant Ecclesiae prodesse, sed quos vel ipsi amant, vel quorum sunt obsequiis deliniti, vel pro quibus maiorum quispiam rogaverit, et, ut deteriora taceam, qui ut clerici fierent muneribus impetrarunt. Hoc autem pertinet ad acceptionem personarum, quae in talibus est grave peccatum. Unde super illud Iac. 2 [1], fratres mei, nolite in personarum acceptione etc., dicit Glossa Augustini, si hanc distantiam sedendi et standi ad honores ecclesiasticos referamus, non est putandum leve esse peccatum in personarum acceptione habere fidem Domini gloriae. Quis enim ferat eligi divitem ad sedem honoris Ecclesiae, contempto paupere instructiore et sanctiore? – Ex parte autem eius qui assumitur, non requiritur quod reputet se aliis meliorem, hoc enim esset superbum et praesumptuosum, sed sufficit quod nihil in se inveniat per quod illicitum ei reddatur assumere praelationis officium. Unde licet Petrus interrogatus esset an Dominum plus ceteris diligeret, in sua responsione non se praetulit ceteris, sed respondit simpliciter quod Christum amaret.

Vangelo
(Gv 17,11b-19)

   In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Consacrali nella verità

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 17, lez. 4, I, v. 17a, n. 2229)

   2229. Dice dunque: Ho chiesto che essi vengano preservati dal male, ma ciò non basta, se non vengono perfezionati nel bene, secondo le parole del Salmista (36,27): «Sta lontano dal male e fa il bene». Perciò, «o Padre, santificali» ossia rendili santi. E questo compilo «nella verità», vale a dire in me tuo Figlio, che sono la verità (cf. sopra, 14,6). Ed è come se dicesse: Rendili partecipi della mia perfezione e santità. Per cui aggiunge: «La tua parola», ossia il tuo Verbo, «è verità». Ed è come se dicesse: «Santificali in me che sono la verità», perché io, tuo Verbo, sono la verità.
   Oppure «santificali» inviando loro lo Spirito Santo, «nella verità»; cioè nella conoscenza della verità e della fede e dei tuoi comandamenti. Vedi sopra, 8,32: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Infatti noi veniamo santificati dalla fede e dalla conoscenza della verità (vedi Rm 3,22: «La giustizia di Dio, per mezzo della fede in Gesù Cristo, è in tutti quelli che credono in lui»). Per cui aggiunge: «La tua parola è verità»; sia perché la verità delle parole di Dio non ammette la mescolanza di alcuna falsità, come si legge in Pr 8,8: «Le parole della mia bocca sono giuste, niente vi è in esse di falso o di perverso»; sia perché la sua parola c’insegna la verità increata.
   Ma la frase può avere anche un altro significato. Perché nell’Antico Testamento c’era un modo di parlare per cui si dice santificato tutto ciò che era destinato al culto divino. Vedi, per es., Es 28,1.3: «Farai venire a me Aronne tuo fratello con i suoi figli, di mezzo ai figli d’Israele, perché siano addetti al mio sacerdozio… fornendoli di vesti con le quali, santificati, mi servano». Perciò quando qui dice: «Santificali nella verità», è come se dicesse: Consacrali nella verità, cioè per la predicazione della tua verità; «perché la tua parola», che essi devono predicare, «è verità».

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 17, lect. 4, I, v. 17a, n. 2229)

   Dicit ergo: sic petii quod serventur a malo, sed hoc non sufficit nisi perficiantur in bono; Ps. 36,27: declina a malo, et fac bonum. Et ideo, Pater, sanctifica, idest perfice, eos, et sanctos fac. Et hoc in veritate, idest in me Filio tuo, qui sum veritas, supra 14,6, quasi diceret: fac eos participes meae perfectionis et sanctitatis. Et ideo addit sermo tuus, idest verbum tuum,veritas est, ut sit sensus: sanctifica eos in me veritate, quia ego Verbum tuum sum veritas. Vel sanctifica eos, immittendo eis Spiritum Sanctum; et hoc in veritate, idest in cognitione veritatis fidei et tuorum mandatorum; supra 8,32: cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos. Nam per fidem et cognitionem veritatis sanctificamur; Rom. 3,22: iustitia enim Dei per fidem Iesu Christi, in omnes et super omnes qui credunt in eum. Et ideo subdit sermo tuus veritas est: quia scilicet veritas sermonum Dei nullam habet falsitatem admixtam; Prov. 8,8: recti sunt sermones mei, non est in eis pravum quid neque perversum. Et quia sermo eius docet veritatem increatam. Vel aliter. In veteri testamento erat modus loquendi, quod omne quod deputatur cultui divino, dicitur sanctificari; Ex. 28,1: applica ad me Aaron fratrem tuum cum filiis suis de medio filiorum Israel, ut sacerdotio fungantur mihi. Dicit ergo sanctifica, idest deputa quasi per modum sanctificationis, eos in veritate, idest tuae veritati praedicandae: quia sermo tuus, quem debent praedicare, veritas est.

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