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22 maggio – venerdì Tempo di Pasqua – 6a Settimana

22 maggio – venerdì Tempo di Pasqua – 6a Settimana
10/10/2019 elena

22 maggio – venerdì
Tempo di Pasqua – 6a Settimana

Prima lettura (At 18,9-18)

   [Mentre Paolo era a Corìnto,] una notte, in visione, il Signore gli disse: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio. Mentre Gallione era proconsole dell’Acàia, i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge». Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagòga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di questo. Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto.

Non aver paura

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 128,
art. unico, soluzione 6)

   6. Macrobio enumera le quattro virtù poste da Cicerone: la fiducia, la magnificenza, la tolleranza (in luogo della pazienza), e la fermezza (che sostituisce la perseveranza). Ne aggiunge però altre tre, due delle quali, cioè la magnanimità e la sicurezza, per Cicerone formano la fiducia, che invece Macrobio distingue. Infatti la fiducia implica la speranza umana di cose grandi. Ma la speranza presuppone la tensione della volontà nel desiderio di tali cose grandi, il che costituisce la magnanimità: sopra infatti abbiamo visto che la speranza presuppone l’amore e il desiderio di ciò che si spera. O meglio si può dire che la fiducia indica la certezza della speranza, la magnanimità invece la grandezza delle cose sperate. – Però la speranza non può essere sicura se non sono eliminati i sentimenti contrari: talora infatti uno di per sé sarebbe portato a sperare una data cosa, ma la speranza è eliminata dal timore: infatti il timore è incompatibile con la speranza, come si è visto. Per questo Macrobio aggiunge la sicurezza, che esclude il timore. – Aggiunge poi una terza virtù, cioè la costanza, che può rientrare nella magnificenza: infatti è necessario avere costanza d’animo nelle cose che si compiono con magnificenza. E così Cicerone afferma che alla magnificenza non appartiene solo «l’esecuzione di grandi imprese», ma anche «il loro disegno formulato con ampiezza di propositi». Però la costanza si può anche ridurre alla perseveranza: poiché uno è perseverante in quanto non desistere nonostante la durata dell’impresa, ed è costante in quanto non desistere nonostante qualsiasi altra difficoltà. – E anche le virtù enumerate da Andronico si riducono a quelle di Cicerone. Infatti egli per la perseveranza e la magnificenza si accorda con Cicerone e Macrobio, e per la magnanimità con quest’ultimo. – La lema equivale poi alla pazienza o alla sopportazione: infatti egli dice che essa «è un abito pronto ad affrontare ciò che è dovuto, e a sopportare ciò che la ragione detta». – L’eupsichia invece, cioè il buon animo, equivale alla sicurezza: dice infatti che «essa è la forza d’animo nel portare a termine le proprie imprese». – La virilità poi non è che la fiducia: infatti egli dice che «la virilità è un abito che ha la capacità di affrontare direttamente imprese che richiedono coraggio». – Alla magnificenza aggiunge l’andragatia, che è come una bontà virile, e che noi potremmo denominare strenuità. Infatti la magnificenza non ha solo il compito di insistere nel portare a termine le grandi imprese, come la costanza, ma anche quello di compierle con virile prudenza e sollecitudine, il che è proprio dell’andragatia o strenuità. Per questo egli dice che «l’andragatia è la virtù dell’uomo che sa sperimentare gli espedienti che occorrono nelle opere vantaggiose». E così è dimostrato che tutte le virtù ricordate si riducono alle quattro principali enumerate da Cicerone.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 128,

art. unico, ad sextum)

   Ad sextum dicendum quod Macrobius ponit quatuor praedicta a Tullio posita, scilicet fiduciam, magnificentiam, tolerantiam, quam ponit loco patientiae, et firmitatem, quam ponit loco perseverantiae. Superaddit autem tria. Quorum duo, scilicet magnanimitas et securitas, a Tullio sub fiducia comprehenduntur, sed Macrobius magis per specialia distinguit. Nam fiducia importat spem hominis ad magna. Spes autem cuiuslibet rei praesupponit appetitum in magna protensum per desiderium, quod pertinet ad magnanimitatem; dictum est enim supra [I-II q. 40 a. 7] quod spes praesupponit amorem et desiderium rei speratae. Vel melius potest dici quod fiducia pertinet ad spei certitudinem; magnanimitas autem ad magnitudinem rei speratae. – Spes autem firma esse non potest nisi amoveatur contrarium, quandoque enim aliquis, quantum ex seipso est, speraret aliquid, sed spes tollitur propter impedimentum timoris; timor enim quodammodo spei contrariatur, ut supra [I-II q. 40 a. 4 ad 1] habitum est. Et ideo Macrobius addit securitatem, quae excludit timorem. – Tertium autem addit, scilicet constantiam, quae sub magnificentia comprehendi potest, oportet enim in his quae magnifice aliquis facit, constantem animum habere. Et ideo Tullius ad magnificentiam pertinere dicit non solum administrationem rerum magnarum, sed etiam animi amplam excogitationem ipsarum. Potest etiam constantia ad perseverantiam pertinere, ut perseverans dicatur aliquis ex eo quod non desistit propter diuturnitatem; constans autem ex eo quod non desistit propter quaecumque alia repugnantia. – Illa etiam quae Andronicus ponit ad eadem pertinere videntur. Ponit enim perseverantiam et magnificentiam cum Tullio et Macrobio; magnanimitatem autem cum Macrobio. – Lema autem est idem quod patientia vel tolerantia, dicit enim quod lema est habitus promptus tribuens ad conari qualia oportet, et sustinere quae ratio dicit. – Eupsychia autem, idest bona animositas, idem videtur esse quod securitas, dicit enim quod est robur animae ad perficiendum opera ipsius. – Virilitas autem idem esse videtur quod fiducia, dicit enim quod virilitas est habitus per se sufficiens tributus in his quae secundum virtutem. – Magnificentiae autem addit andragathiam, quasi virilem bonitatem, quae apud nos strenuitas potest dici. Ad magnificentiam enim pertinet non solum quod homo consistat in executione magnorum operum, quod pertinet ad constantiam, sed etiam cum quadam virili prudentia et sollicitudine ea exequatur, quod pertinet ad andragathiam sive strenuitatem. Unde dicit quod andragathia est viri virtus adinventiva communicabilium operum. Et sic patet quod omnes huiusmodi partes ad quatuor principales reducuntur quas Tullius ponit.

Vangelo (Gv 16,20-23a)

   In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».

La vostra tristezza
si muterà in gioia

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 16, lez. 5, IV, v. 20, n. 2130)

   2130. Alla tristezza però segue la gioia: poiché «la vostra afflizione», provocata dalla mia passione, «si cambierà in gioia» nella mia risurrezione. Vedi infra, 20,20: «Gioirono i discepoli nel vedere il Signore». Ma l’afflizione stessa di tutti i santi si muterà universalmente nella gioia della vita futura, come si legge in Mt 5,5: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati». E nei Salmi (125,6) si legge: «Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni». I santi infatti piangono nel tempo del merito mentre spargono la semente; ma godranno nel tempo del premio, ossia della raccolta.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 16, lect. 5, IV, v. 20, n. 2130)

   Sed tristitiam consequetur laetitia: quia tristitia vestra, quam scilicet habebitis in passione, vertetur in gaudium, in resurrectione; infra 20,20: gavisi sunt discipuli viso Domino. Sed universaliter omnium sanctorum tristitia vertetur in gaudium futurae vitae; Matth. 5,5: beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur; Ps. 125,6: euntes ibant et flebant mittentes semina sua; venientes autem venient cum exultatione portantes manipulos suos. Flent enim sancti tempore meriti, seminando; sed gaudebunt tempore praemii, colligendo.

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