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20 maggio – mercoledì Tempo di Pasqua – 6a Settimana

20 maggio – mercoledì Tempo di Pasqua – 6a Settimana
10/10/2019 elena

20 maggio – mercoledì
Tempo di Pasqua – 6a Settimana

Prima lettura
(At 17,15-22-18,1)

   In quei giorni, quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e ripartirono con l’ordine, per Sila e Timòteo, di raggiungerlo al più presto. Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un Dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». Così Paolo si allontanò da loro. Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro. Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corìnto.

In lui viviamo…

San Tommaso
(S. Th. I, q. 18, a. 4, soluzione 1)

   1. Si può dire che le creature sono in Dio in due modi: primo, in quanto la potenza divina le domina e le conserva, nello stesso senso in cui diciamo che sono in noi quelle cose che sono in nostro potere. E così si dice che le cose sono in Dio anche in quanto esistono nella realtà. E in questa maniera va inteso il detto di S. Paolo: In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo; poiché per noi l’essere, la vita e il movimento provengono da Dio. Secondo, si dice che le cose sono in Dio come oggetto di conoscenza. E in questo senso esse sono in Dio con le loro immagini ideali, le quali in Dio non sono altro che l’essenza divina. Quindi le cose che sono in Dio in questo senso si identificano con l’essenza divina. E poiché l’essenza divina è vita e non moto, ne segue che le cose, secondo questo modo di parlare, in Dio non sono moto, ma vita.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 18, a. 4, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod creaturae in Deo esse dicuntur dupliciter. Uno modo, inquantum continentur et conservantur virtute divina, sicut dicimus ea esse in nobis, quae sunt in nostra potestate. Et sic creaturae dicuntur esse in Deo, etiam prout sunt in propriis naturis. Et hoc modo intelligendum est verbum apostoli dicentis, in ipso vivimus, movemur et sumus, quia et nostrum vivere, et nostrum esse, et nostrum moveri causantur a Deo. Alio modo dicuntur res esse in Deo sicut in cognoscente. Et sic sunt in Deo per proprias rationes, quae non sunt aliud in Deo ab essentia divina. Unde res, prout sic in Deo sunt, sunt essentia divina. Et quia essentia divina est vita, non autem motus, inde est quod res, hoc modo loquendi, in Deo non sunt motus, sed vita.

Vangelo (Gv 16,12-15)

   In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

L’appropriazione
degli attributi essenziali

San Tommaso
(S. Th. I, q. 39, a. 7,
in contrario e corpo)

   L’Apostolo dice in 1 Cor: Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio.
   Per illustrare i misteri della fede era conveniente che si appropriassero alle varie persone gli attributi essenziali. Sebbene infatti non si possa dimostrare, come si è detto, la Trinità delle persone, tuttavia è utile portare dei chiarimenti mediante cose più note. Ora, gli attributi essenziali sono più evidenti per la nostra ragione di ciò che riguarda le persone: poiché alla conoscenza certa degli attributi essenziali noi possiamo giungere attraverso le creature, da cui inizia ogni nostro conoscere, mentre, come si è già dimostrato, non possiamo arrivare a [conoscere in questo modo] quanto è proprio delle persone. Come quindi per esporre la dottrina intorno alle persone divine ci serviamo delle somiglianze riscontrate nelle creature [che sono] vestigi o immagini [di Dio], così [ci possiamo servire] degli attributi essenziali. E questa manifestazione delle persone divine mediante gli attributi essenziali viene detta appropriazione. Ora, in due modi si possono manifestare le persone divine mediante gli attributi essenziali. Primo, partendo dalle somiglianze: così, per es., tutto ciò che ha attinenza con l’intelletto viene appropriato al Figlio, il quale procede intellettualmente [dal Padre] come Verbo. Secondo, partendo dalle dissomiglianze: per es., al dire di S. Agostino, viene appropriata al Padre la potenza affinché non si creda che in Dio avvenga come tra noi, presso cui i padri per vecchiaia sono deboli e impotenti.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 39, a. 7,
sed contra e corpus)

   Sed contra est quod apostolus dicit, 1 Cor. 1 [24], Christum, Dei virtutem et Dei sapientiam.
   Respondeo dicendum quod, ad manifestationem fidei, conveniens fuit essentialia attributa personis appropriari. Licet enim Trinitas personarum demonstratione probari non possit, ut supra [q. 32 a. 1] dictum est, convenit tamen ut per aliqua magis manifesta declaretur. Essentialia vero attributa sunt nobis magis manifesta secundum rationem, quam propria personarum, quia ex creaturis, ex quibus cognitionem accipimus, possumus per certitudinem devenire in cognitionem essentialium attributorum; non autem in cognitionem personalium proprietatum, ut supra [ibid. ad 1] dictum est. Sicut igitur similitudine vestigii vel imaginis in creaturis inventa utimur ad manifestationem divinarum personarum, ita et essentialibus attributis. Et haec manifestatio personarum per essentialia attributa, appropriatio nominatur. Possunt autem manifestari personae divinae per essentialia attributa dupliciter. Uno modo, per viam similitudinis, sicut ea quae pertinent ad intellectum, appropriantur Filio, qui procedit per modum intellectus ut verbum. Alio modo, per modum dissimilitudinis, sicut potentia appropriatur Patri, ut Augustinus dicit, quia apud nos patres solent esse propter senectutem infirmi; ne tale aliquid suspicemur in Deo.

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