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16 maggio – sabato Tempo di Pasqua – 5a Settimana

16 maggio – sabato Tempo di Pasqua – 5a Settimana
10/10/2019 elena

16 maggio – sabato
Tempo di Pasqua – 5a Settimana

Prima lettura
(At 16,1-10)

   In quei giorni, Paolo si recò a Derbe e a Listra. Vi era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco: era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni: tutti infatti sapevano che suo padre era greco. Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno. Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galàzia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade. Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedònia e aiutaci!». Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedònia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.

Gli impedimenti alla predicazione

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 1, lez. 5, nn. 90-91)

   90. Pertanto egli dice anzitutto: non solo desidero di vedervi, ma mi sono anche proposto di metter mano a questo obiettivo, perciò «non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi», per mostrarvi il mio affetto, «non solo con le parole e con la lingua, ma con i fatti e con la verità», come si dice in 1 Gv 3,18.
   91. In secondo luogo egli sfiora l’ostacolo che gli ha impedito di mettere in pratica questo proposito, dicendo: «ma ne sono stato finora impedito …». E questo o dal diavolo, il quale cerca di ostacolare la predicazione dalla quale proviene la salvezza degli uomini, come si dice in Pr 25,23: «La tramontana porta via la pioggia», ossia l’insegnamento dei predicatori; oppure da Dio stesso, secondo il cui comando vengono disposti i viaggi e i discorsi dei predicatori, come si dice in Gb 37,11 ss.: «Carica di umidità le nuvole e le nubi», ossia i predicatori, «diffondono le folgori. Egli le fa vagare dappertutto secondo i suoi ordini, perché eseguano i suoi ordini sul mondo intero». Pertanto anche in Atti 16,6 si dice: «Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito vietato loro di predicare la parola nella provincia dell’Asia»; e di nuovo: «Cercarono di entrare nella Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro».
   E l’Apostolo vuole che non ignorino questi due ostacoli per la loro utilità, cioè perché, conoscendo l’affetto dell’Apostolo, accolgano con maggior devozione le sue parole e attribuiscano alla propria colpa l’impedimento della sua visita, e così si correggano. Infatti in pena della colpa si dice in Is 5,6: «Alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia».

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,

c. 1 lect. 5, nn. 90-91)

   Dicit ergo primo: non solum desidero vos videre sed etiam proposui ad hoc operam dare, et hoc, fratres, nolo vos ignorare quia saepe proposui venire ad vos, ut dilectionem meam ostenderem, non solum verbo et lingua sed etiam opere et veritate, ut dicitur 1 Io. c. 3,18. Secundo tangit obstaculum impediens eum ab isto proposito exequendo, dicens prohibitus usque adhuc, etc., et hoc vel a diabolo qui nititur impedire praedicationem ex qua provenit salus hominum, Prov. 25, v. 23: ventus Aquilo dissipat pluviam, id est doctrinas praedicatorum, vel ab ipso Deo secundum cuius nutum dispensantur praedicatorum itinera et verba, Iob 37,11 s.: nubes, id est praedicatores spargunt lumen suum, quae lustrant cuncta per circuitum, quocumque voluntas gubernantis duxerit. Unde et Act. 16,6 dicitur:transeuntes autem Phrygiam et Galatiae regionem, vetati sunt a Spiritu Sancto loqui, et iterum: tentabant ire in Bithyniam, et non permisit eos Spiritus Iesu. Utrumque autem horum vult apostolus eos non ignorare propter eorum utilitatem, ut scilicet cognoscentes affectum apostoli devotius eius verba suscipiant et impedimentum visitationis eius imputent suae culpae et sic corrigantur. Nam in poenam culpae dicitur Is. 5, v. 6: mandabo nubibus meis ne pluant super eam imbrem.

Vangelo (Gv 15,18-21)

   In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

L’odio verso Dio

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 34, a. 2, corpo)

   Come si è visto, la deficienza propria del peccato consiste nell’allontanarsi da Dio. Ma questo allontanamento non sarebbe una colpa se non fosse volontario. Perciò l’essenza della colpa consiste nel volontario distacco da Dio. Ora, nell’odio di Dio questo allontanamento volontario da Dio è incluso direttamente, mentre negli altri peccati c’è solo indirettamente, e quasi per partecipazione. La volontà infatti, come aderisce di per sé a ciò che ama, così rifugge di per sé da ciò che odia: per cui, quando uno odia Dio, la volontà ripudia Dio per se stesso. Invece negli altri peccati, nella fornicazione p. es., non si ripudia Dio per se stesso, ma per altre cose; cioè per il fatto che si desidera un piacere disordinato al quale è connesso l’allontanamento da Dio. Ora, ciò che è per se stesso ha più vigore di ciò che è per altre cose. Quindi l’odio di Dio è il più grave fra tutti i peccati.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 34, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod defectus peccati consistit in aversione a Deo, ut supra dictum est. Huiusmodi autem aversio rationem culpae non haberet nisi voluntaria esset. Unde ratio culpae consistit in voluntaria aversione a Deo. Haec autem voluntaria aversio a Deo per se quidem importatur in odio Dei, in aliis autem peccatis quasi participative et secundum aliud. Sicut enim voluntas per se inhaeret ei quod amat, ita secundum se refugit id quod odit, unde quando aliquis odit Deum, voluntas eius secundum se ab eo avertitur. Sed in aliis peccatis, puta cum aliquis fornicatur, non avertitur a Deo secundum se, sed secundum aliud, inquantum scilicet appetit inordinatam delectationem, quae habet annexam aversionem a Deo. Semper autem id quod est per se est potius eo quod est secundum aliud. Unde odium Dei inter alia peccata est gravius.

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